Le implicazioni dell’eterologa e dell’utero in affitto sui figli e sulla società: parlano gli specialisti

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La fecondazione eterologa e la maternità surrogata hanno sui figli implicazioni bio-psico-sociali gravi e conseguenti ripercussioni sull’intera società. Riportiamo in proposito le valutazioni di sei specialisti della salute psichica e di due esperti di bioetica.

 

Dott. Keith Ablow (psichiatra): “Migliaia di bambini nati da donazione anonima di sperma e ovuli svilupperanno ansia o depressione, perché il primo capitolo della loro vita è una manipolazione”

2-keith-ablowKeith Russell Ablow è uno psichiatra statunitense, specializzato in psichiatria dell’adolescenza e dell’età adulta, ed è membro del Medical A-Team della rete televisiva Fox News. In un articolo del 7 aprile 2014 così si è espresso sulle implicazioni che la fecondazione eterologa ha sui figli:

Dopo aver apparentemente dato troppa importanza a tutti, adesso la nostra società permette a decine di migliaia di uomini e donne di creare dei bambini che non conosceranno uno o talvolta entrambi i loro genitori biologici, perché gli Stati permettono queste donazioni anonime. Dissento. Credo che sia moralmente sbagliato mettere in atto un’architettura sociale in cui milioni di bambini non conosceranno i loro genitori biologici. La donazione anonima di sperma e ovuli implica che la connessione biologica tra genitori e figli sia del tutto priva di valore. Tra l’altro, niente di tutto questo ha a che fare con l’adozione”.

Infatti, in questo caso, molti figli adottati “hanno la possibilità di rintracciare i loro genitori successivamente. E anche se ciò non fosse possibile, la loro adozione all’interno di una famiglia amorevole (si spera) rappresentava una soluzione ai problemi nei primi anni della loro vita che dovevano essere risolti”. Al contrario, “la donazione anonima di gameti non risolve alcun problema al bambino. È un vantaggio per gli adulti che stanno incontrando problemi di fertilità e che preferiscono disfarsi della vera storia del loro bambino così da sottrarre quel bambino al suo vero padre o madre biologica”.

Data la mia ventennale esperienza come psichiatra, posso scommettere qualsiasi cosa sul fatto che migliaia di bambini nati in questo modo sviluppino in maniera significativa ansia o depressione, o entrambe, perché il primo capitolo della storia della loro vita è una manipolazione… Si tratta di un affronto ai diritti umani di questi bambini, ed è un affronto alla dimensione inerente alla paternità e maternità (la dimensione biologica – che non ha a che fare solo con la sterilità, ma anche con la spiritualità)[1].

 

Dott. Osvaldo Rinaldi (psichiatra): l’eterologa crea nei figli “crepe esistenziali sulle quali è difficile costruire la propria esistenza, falde che renderanno instabili le fondamenta di quella vita, ferite aperte che sanguineranno per tutta l’esistenza”

3-donatore-spermaIl dott. Osvaldo Rinaldi, medico specialista in psichiatria, prova a “delineare un ritratto esistenziale del donatore di gameti” descrivendolo come “una persona che non vuole formarsi una famiglia”, che “preferisce relazioni precarie e rifiuta di prendersi la responsabilità di educare e crescere i figli”. In questo modo egli ha un comportamento “esattamente opposto a quello dei genitori adottivi, che pur non avendo dato la vita biologica, si assumono la responsabilità della crescita umana e spirituale dei loro figli”.

Quindi Rinaldi sfata il carattere altruistico che solitamente viene assegnato al gesto di offrire sperma e ovuli a beneficio delle persone sterili, mettendo in risalto la “voragine esistenziale” e “l’abbandono” che in realtà discendono da tale donazione, ravvisando in essa “una sconfitta per l’intera società”. “Il donatore di gameti – scrive Rinaldi – compie il gesto di offrire il principio della vita, perché lo ritiene un atto di generosità verso una coppia sterile. In realtà stiamo parlando di un gesto esteriore, il quale denota una voragine esistenziale, che inevitabilmente sarà trasmessa non solo alla coppia richiedente, ma anche verso il nascituro. Il donatore, compiendo il gesto di offrire i suoi gameti, estirpa la radicalità della verità sulla vita umana, che richiede non solo di dare la disponibilità per la nascita ad una nuova esistenza, ma soprattutto di accompagnarla nelle sue fasi di maturazione e di sviluppo. Il gesto compiuto dal donatore dei gameti è un dare la vita e nello stesso tempo abbandonarla. La sua incompletezza temporale e gestuale è il suo più grande limite. La segretezza del donatore, che da molti è considerata il raggiungimento di un diritto, in realtà è una sconfitta per l’intera società”.

Poi Rinaldi passa a considerare le implicazioni a carico dei figli, spiegando che “la fecondazione eterologa porta alla nascita di un bambino, che ha il diritto di conoscere la verità su coloro che hanno preso parte alla sua nascita”, un bambino che “una volta cresciuto, si vedrà privato del diritto di conoscere i donatori dei gameti che gli hanno permesso l’origine della sua vita”. Questo figlio che “non avrà la possibilità di conoscere i donatori dei gameti – continua il dottore -, avrà nel suo cuore tante domande che freneranno il suo entusiasmo per la vita: perché ha compiuto quel gesto? Perché non ha voluto lui o lei essere mio padre o mia madre? perché si è disinteressato totalmente della mia vita?”.

Queste domande, quando non trovano una adeguata risposta – spiega Rinaldi -, lasciano delle crepe esistenziali sulle quali è difficile costruire la propria esistenza. Queste domande del cuore sono delle falde che renderanno instabili le fondamenta di quella vita. Questi interrogativi saranno ferite aperte che sanguineranno per tutta l’esistenza. Anche se nascoste interiormente, saranno visibili esteriormente, adombrate da un velo di tristezza”.

Considerati tutti questi fattori, quindi, Rinaldi chiede: “Qual è il senso di dover compiere il gesto di donare i propri gameti?”. E conclude osservando che “prima di compiere questo gesto i donatori dovrebbero considerare tutti gli effetti di abbandono, dolore e disorientamento che tale atto produce in se stessi, nella coppia richiedente e soprattutto nel futuro nascituro[2].

 

Dott.ssa Anne Schaub (psicoterapeuta): “La Gpa provoca al bambino conseguenze bio-psico-sociali nefaste per tutta la vita, che potrebbero avere un impatto anche nelle generazioni successive e nella società in generale”

4-anne-schaubAnne Schaub è una psicoterapeuta, specializzata nell’analisi e nel trattamento delle memorie prenatali e psico-genealogiche, dei traumi alla nascita e della prima infanzia. Nell’aprile 2015 è uscita sul quotidiano belga La Libre Belgique una sua riflessione sui danni da separazione per il bambino nato da utero in affitto.

Schaub scrive:

Il dibattito sulla maternità surrogata (GPA) deve tornare a concentrarsi sul primo interessato: il bambino. Separarlo da colei che l’ha portato in grembo nove mesi e alla quale si è attaccato è una frattura traumatica dalle conseguenze bio-psico-sociali nefaste, per tutta la vita… I dibattiti pubblici sulla pratica della GPA lasciano il più delle volte passare sotto silenzio l’esistenza del legame fondamentale che si stringe fra il bambino, la madre biologica e il padre biologico fin dal concepimento e lungo i nove mesi della gestazione. Ora, questo periodo è cruciale per la fondazione relazionale e la futura costruzione psichica e cognitiva del bambino, e per tutta la vita. L’esistenza del bambino quale ‘essere relazionale’ inizia dal concepimento!”.

Le neuroscienze – prosegue la dottoressa – c’insegnano che l’amigdala, una piccola ghiandola a forma di mandorla situata nel cervello ‘affettivo’ costituisce una sorta di ‘mappa della memoria emozionale’ che registra gli impatti e gli ambienti affettivi sperimentati durante la gravidanza, e parimenti nelle circostanze perinatali. ‘L’amigdala non dimentica!’ (Dr Guenguen)”.

Detto questo, Schaub spiega che “nella GPA, la cellula famigliare si trova ‘disarticolata’ alla base della propria fondazione”, in essa infatti “osserviamo una serie di fratture dell’unità relazionale bio-psico-sociale uscita dalla relazione carnale feconda:

  • quando si tratta di donatori esterni, l’apporto di materiale genetico estraneo, esso stesso carico di storia;
  • embrioni ‘fabbricati’ in provetta;
  • la perdita e/o surgelamento dei ‘fratelli e sorelle’ del futuro bambino;
  • la gravidanza nel grembo di una donna estranea al bambino;
  • la separazione/abbandono deliberata del bambino dalla madre naturale per trasferirlo ai genitori elettivi”.

Ebbene – osserva Schaub – “tutte queste fratture rendono inevitabilmente fragile il bambino nella costruzione della propria identità”.

Nell’affittare il proprio utero – continua la dottoressa – la “donna può decidere di non attaccarsi al bambino che porta in sé per qualcun altro”, al contrario “un embrione, un feto, un bambino non hanno questa facoltà: per lui, il processo di attaccamento che inizia fin dalla gravidanza è un processo biopsichico naturale che ha l’obiettivo di cercare prossimità, protezione e sicurezza presso l’adulto che lo ‘porta’”. “Da quel momento – spiega Schaub -, separare il bambino da colei che l’ha portato in grembo nove mesi e alla quale si è attaccato è per il bambino una rottura traumatica. Ugualmente, le condizioni ‘frammentarie’ nelle quali è concepito lasciano una traccia indelebile e rilevante nello psichismo e nella storia psicosociale del bambino. Gli viene quindi inflitto un danno esistenziale da separazione. Senza parlare della privazione essenziale della madre o del padre nel caso di una coppia di uomini o di donne”.

Poi, la psicoterapeuta parla delle sofferenze infantili da separazione riscontrate nel corso della sua esperienza professionale: “Ho potuto costatare che dietro a tutte le separazioni, vissute soggettivamente in utero a partire da circostanze che fanno pensare al bambino di non essere il benvenuto (conflitti di coppia, lutti, mamma ansiosa dopo un aborto spontaneo che evita di attaccarsi al bambino nel timore di perderlo, stress di ogni genere o solitudine della madre che porta il bambino senza il sostegno del padre, ecc.), si pone come tela di fondo l’angoscia più arcaica inerente la nostra umanità: l’angoscia di abbandono. Il bambino piccolo vive un’angoscia d’abbandono maggiore quando ha l’impressione soggettiva di perdere la madre o quando la perde realmente (oggettivamente)”.

Dal momento che – evidenzia Schaub -, “l’apparato psichico e intellettivo del bambino non è ancora dotato di ciò che in psicologia chiamiamo ‘permanenza del sé e dell’oggetto, l’allontanamento della madre naturale dalla quale si è lasciato impregnare per nove mesi, crea nel neonato uno stress simile a un’angoscia di morte. Il neonato non ha infatti ancora la maturità cognitiva sufficiente per spiegare in modo cosciente e razionale una situazione di allontanamento della ‘madre’ che conosce da tanti mesi. In altre parole: ‘Mamma è me e io è mamma. Se non vedo più, non odo più, non sento più mamma vicino a me, perdo il senso della mia esistenza, vado in disperazione e rischio di morire!’”.

Quindi, per riepilogare, “la GPA investe in pieno la realtà del nascente legame reciproco ‘madre-bambino’, ‘bambino-famiglia’, provocando ai figli “conseguenze bio-psico-sociali nefaste per tutta la vita”. E non solo, “l’impatto di tali condizioni di concepimento potrebbe toccare le generazioni successive e la società in generale”.

Schaub si avvia al termine della sua analisi dicendo di volersi fare “portavoce di quei bambini che non hanno alcuna voce per gridare questo grave pregiudizio inflitto in modo deliberato all’origine della loro vita”, e ribadendo che se si distoglie “lo sguardo dall’interesse dei bambini”, come avviene con la GPA, “a favore dell’interesse e del desiderio degli adulti, scivoliamo verso una società che si rende complice di fantasie umane che daranno vita in modo programmato a disturbi e patologie del legame, generatori di violenze psico-sociali”.

Per tutti questi motivi, conclude la dottoressa, la GPA dovrebbe essere vietata per legge: “In nome del principio di precauzione, dobbiamo mettere un freno allo sviluppo delle tecnologie che incoraggiano la GPA e vietarla per via giuridica. Si tratta di difendere gli elementi più vulnerabili della società! E chi è più vulnerabile dell’embrione, consegnato dalla natura al buon senso degli adulti? Questi più piccoli sono i nostri adulti di domani, chissà, i nostri futuri dirigenti! Chi sarà trattato con rispetto, intelligenza e sensibilità ha forti speranze di poter trattare gli altri e il proprio ambiente con lo stesso cuore, con la stessa arte della conoscenza umana e del mondo[3].

 

Dott. Luciano Casolari (psicoanalista): “L’utero in affitto è un’attività ad altissimo rischio per l’insorgenza di gravi patologie psichiatriche sia per la madre surrogata che per il bambino”

5-luciano-casolariLuciano Casolari è medico chirurgo, specialista in psichiatria, ha lavorato come dirigente psichiatra nel SSN, ha svolto insegnamenti in psicosomatica presso la scuola di specializzazione in psichiatria e attualmente insegna psicoterapia in varie scuole di specializzazione.

Sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, Casolari ha parlato dei traumi derivanti dall’utero in affitto, osservando che “in base alle attuali conoscenze in campo psicoanalitico e psichiatrico”, la maternità surrogata è “un’attività ad altissimo rischio per l’insorgenza di gravi patologie psichiatriche sia per la madre surrogata che per il bambino”.

Le conseguenze psichiche a carico della donna che affitta il proprio utero, spiega lo psicoanalista, rappresentano “un problema che viene spesso misconosciuto, con una punta di razzismo verso i poveri e gli emarginati”. “Forse perché si fa pagare per questa pratica” la “vita psichica” della madre surrogata “sembra ininfluente”, invece “anche per lei il rischio collegato alla cessione del bambino è molto elevato per gravi patologie psichiatriche soprattutto di natura depressiva e per il suicidio. Fantasmi ancestrali, che certi miti greci mostrano in tutta la loro forza, si agitano dentro questa povera madre che ha voluto o dovuto cedere ad altri il figlio”.

Per quanto riguarda i problemi a carico dei figli, Casolari spiega che “è chiaro che nessuno ha intervistato un bambino di pochi giorni che ha perso la madre biologica chiedendogli se si senta traumatizzato”, tuttavia “emerge con costanza nella letteratura psicoanalitica, M. Klein, H. Kohut. D. Winnicott per citare gli autori più conosciuti e autorevoli, suffragata da deduzioni sui comportamenti dei lattanti (infant observation) e sui loro vissuti da adulti, la consapevolezza di un rilevante trauma infantile nel caso di separazione dalla madre biologica”. Infatti, “il dialogo sensoriale ed emotivo fra madre e feto inizia e si struttura durante la gravidanza per cui quel bambino è figlio di quella madre indipendentemente dalla genetica”. A questo proposito risultano significative le ultime conoscenze nell’ambito dell’epigenetica, secondo le quali “l’espressività genetica viene influenzata e modulata dall’ambiente e quindi certamente anche dalla fase di gestazione uterina”.

Esperimenti su animali – spiega Casolari – mostrano che le madri e i cuccioli si riconoscono immediatamente dall’odore, dai suoni emessi e presumibilmente da elementi che ancora non conosciamo appieno”, pertanto “cambiare la figura di riferimento non è irrilevante, ma estremamente pericoloso”.

Per questi motivi, conclude Casolari: “Il bimbo allevato da coppie, sia omo che etero, che lo hanno desiderato ma anche ‘comperato’ avrà problemi psicologici da affrontare nel momento in cui verrà a sapere che i genitori, che ora ama, sono gli aguzzini, anche se a volte non del tutto consapevoli, della madre. Queste difficoltà emotive legale al vissuto abbandonico, pur rilevanti, si determinano in momenti in cui lo sviluppo emotivo e cognitivo si è già strutturato e quindi sono di gran lunga meno gravi rispetto al traumatico e mortifero distacco precoce dalla madre[4].

 

Dott. Claudio Risè (psicoterapeuta): con l’eterologa “i corpi e gli affetti diventano invisibili, il silenzio assoluto, la vita in formazione è separata dal vivente, e quindi la sofferenza successiva sarà molto più forte”

6-claudio-riseLo psicoterapeuta Claudio Risè analizza le implicazioni dell’eterologa sui figli concepiti con lo sperma di donatore anonimo.

Il padre – spiega Risè -, è “la prima figura che ci garantisce un’appartenenza. Il padre è figura dell’origine, e per questo deve avere un nome e un volto. Se noi non sappiamo quale è la nostra origine è molto difficile che riusciamo a individuare un destino. Possiamo sapere dove andiamo quando sappiamo da dove veniamo: la conoscenza delle origini è necessaria agli uomini”.

Nell’ambito della fecondazione eterologa con sperma donato, la figura del padre rimane ignota. In questo caso, continua Risè “il padre sconosciuto è un fantasma attorno a cui si animano le insicurezze e i rancori familiari all’interno della coppia, e dei figli. È una mina vagante”. Infatti, “un conto è quando il padre assente è il risultato di una vicenda esistenziale, e un bambino abbandonato ha modo di ricostruire il suo passato nella rassicurazione affettiva fornita dalla famiglia adottiva”. Qui “siamo sempre nella vita, nei corpi, negli affetti, e tutto questo può essere elaborato psicologicamente”. Un conto è invece la vita “messa in provetta” dove “i corpi e gli affetti diventano invisibili, il silenzio assoluto, la vita in formazione è separata dal vivente, e quindi la sofferenza successiva sarà molto più forte”.

Come si vede, il caso del padre-donatore ignoto e ben diverso dal “padre adottivo, che raccoglie tutti gli aspetti simbolici della paternità. Il bambino sa che aveva un padre naturale, ma le radici affettive sulle quali crescere sono quelle che gli vengono presentate da chi lo ha accolto, con un gesto di amore e di ospitalità, e non per soddisfare un proprio bisogno”.

Al danno delle origini provocato dal donatore sconosciuto – continua Risè – bisogna aggiungere un’ulteriore aggravante: il fatto che nella “fecondazione eterologa non è nemmeno detto che il padre sia concretamente presente una volta nato il bambino. Infatti in molti Paesi in cui questa pratica è permessa si prescinde del tutto dalla presenza di un padre, e la procreazione artificiale è aperta alle madri singles, o lesbiche… Esistono siti internet come www.mannotincluded.com, cioè ‘uomo non-compreso’, che alle clienti consentono di scegliere le caratteristiche somatiche del donatore anonimo: gruppo etnico, altezza, colore degli occhi. Una possibilità che corrisponde pienamente all’ideologia del ‘father disposable’, diffusasi in questi anni: il padre ‘usa e getta’, che serve e poi si butta via”. In tutti questi casi il padre non c’è e non ci sarà mai, né prima né dopo.

Ma non è ancora tutto, perché i disagi dell’eterologa sui figli si ripercuotono anche sull’intera società, con “costi umani inequivocabili” e conseguenti “costi economici”. Osserva lo psicoterapeuta che “Paesi come gli Stati Uniti hanno ormai un’esperienza assai più lunga della nostra di come funziona questo trittico aborto-divorzio-procreazione artificiale” che ha prodotto “una grande quantità di malessere affettivo e psichico, e quindi anche di costi economici rilevanti per la collettività”. “I costi umani delle politiche di questi trent’anni negli Usa sono inequivocabili – rende noto Risè -. Secondo i dati dell’ultimo censimento americano l’85% dei giovani in carcere è cresciuto senza un padre, come il 70% dei ragazzi devianti e il 63% dei giovani suicidi. Il 90% degli homeless, le persone senza fissa dimora, è pure cresciuta in famiglie senza un padre. Così, secondo il ministero della Giustizia americano, il 72% degli omicidi e il 60% degli stupratori viene da case in cui era assente il padre. I ragazzi senza padre esprimono comportamenti violenti a scuola in misura 11 volte maggiore rispetto ai coetanei. E il 69% dei bambini abusati sessualmente proviene da case in cui il padre, ancora una volta, manca. Dati che non vanno letti rigidamente, in base ad un’inesistente legge di causa-effetto, ma come prova di un altissimo fattore di rischio[5].

Già negli anni Ottanta, lo psicologo Leonardo D’Ancona aveva parlato in una relazione scientifica di questo disagio, scrivendo che il segreto sul concepimento finisce solitamente per trapelare, producendo nel bambino “tardivamente, in fase adolescenziale, tratti psicopatologici, con difficoltà di identificazione, incapacità di adeguati rapporti inter-soggettivi, che possono articolarsi con il già provato circuito familiare dando luogo a quadri irreversibili di disagio collettivo[6].

 

Prof.ssa Eugenia Scabini (psicologa): il “vuoto d’origine” è una “ferita al cuore dell’identità del soggetto umano in crescita che è in grave difficoltà a rispondere alla domanda ‘chi sono io?’ se non può rispondere alla domanda ‘da dove vengo?’”

7-eugenia-scabiniEugenia Scabini è presidente del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia e professore di Psicologia dei legami familiari. A febbraio 2016 ha scritto, per l’associazione Medicina & Persona, un editoriale sul “dramma del vuoto d’origine o dalla parte del padre o dalla parte della madre” che affligge i figli nati da fecondazione eterologa e/o maternità surrogata, concentrandosi in particolare sui figli di “coppie omogeneri”.

Scrive la professoressa che oggi “soprattutto per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi si fa avanti prepotente la tendenza a liquidare frettolosamente le vicissitudini identitarie legate alla costellazione edipica che per decenni sono state portate a supporto dell’importanza, per lo sviluppo del bambino, di potersi identificare col padre e con la madre. Così essere genitori ha poco a che fare con essere dei generanti (né tanto meno viene posto il tema della genealogia familiare del genitore)”. Secondo questa visione “ciò che legittima l’essere genitori e che consente ai bambini di crescere bene” è il mero “possesso di competenze e la capacità di fornire cure adeguate”.

Peccato però che ciò sia confutato – spiega Scabini – da “una immane mole di evidenze a proposito di bambini adottati, accolti in famiglie e oggetto di cure affettuose e competenti, che malgrado ciò riportano, e spesso con tormento, itinerari di vita dominati dalla domanda sulla loro origine. E si noti che, in questo caso, i genitori hanno il ‘vantaggio’ di non aver deliberatamente scelto questa condizione per i figli e quindi di non doverne direttamente risponderne”.

E non bastano di certo il politically correct o lo svelamento ai figli della verità sulle loro origini per risolvere il loro vuoto d’origine: “Non si dica che tale dramma può essere aggirato semplicemente facendo leva sulla trasparenza dell’informazione perché il figlio, in quei casi, non accede al padre ma ad un donatore di seme o peggio non incontra una madre ma una donna che ha venduto il suo corpo… e il genitore sarebbe quello che l’ha comprato. E non servono certo gli abbellimenti semantici che trasformano l’utero in affitto in gestazione di sostegno o addirittura in gestazione per altri, a rispondere alla domanda di senso dei figli”.

La questione fondamentale, quindi – conclude Scabini -, “non è documentare la presenza di una buona qualità di relazione tra genitori e figli”. Qui “non si tratta tanto di dimostrare che essi ricevono buone e competenti cure e, dalla risposta positiva a questo quesito, legittimare questa modalità di generare”. No, niente di tutto questo. L’interrogativo a cui rispondere è: “Come e a quale prezzo può strutturarsi e svilupparsi un’identità con un vuoto di senso relativamente alla propria origine? Il tema dell’origine e il suo cruciale interrogativo rimane infatti come ferita al cuore dell’identità del soggetto umano in crescita che è in grave difficoltà a rispondere alla domanda ‘chi sono io?’ se non può rispondere alla domanda ‘da dove vengo?’[7].

La sofferenza patita a causa del “vuoto d’origine” e quanto sia fondamentale per la salute psico-fisica dei figli dare una risposta a quel vuoto, è ben conosciuta dai membri del Comitato Nazionale per il Diritto alle Origini Biologiche che in Italia si batte affinché sia riconosciuto a livello legislativo il diritto dei figli adottati a conoscere le proprie origini. Il Comitato – si legge nel loro sito – “nasce dalla grande voglia di conoscere chi siamo, da dove veniamo, qual è la nostra storia e, fondamentale, a quali malattie potremmo andare incontro, geneticamente parlando”.

Il Comitato riconosce che presto i diritti reclamati dalle persone adottate potranno riguardare anche chi è nato con la fecondazione eterologa o, peggio, con la pratica dell’utero in affitto. “Noi che conosciamo la sofferenza che deriva dall’ignorare l’identità della nostra mamma biologica o del nostro papà – spiega Anna Arecchia, presidente del Comitato – riteniamo giusto porre una questione per troppo tempo passata sotto silenzio. Siamo fermamente contrari a tutte le pratiche che non permettono di far conoscere al nascituro le proprie origini[8].

 

Prof.ssa Claudia Navarini (bioeticista): “Il figlio senza un ‘passato’ abbisogna di molto aiuto e attenzione, in quanto sviluppa più facilmente sensi di insicurezza e di sfiducia in se stesso”

8-claudia-navariniLa dottoressa Claudia Navarini, insegnante di bioetica all’Università Europea di Roma, osserva che la fecondazione eterologa “non è a servizio della vita di colui che dovrebbe essere chiamato all’esistenza”, ma “a servizio del desiderio degli adulti, un desiderio che pur di essere soddisfatto non esita a ferire il bambino e a privarlo della conoscenza di una parte delle sue origini (M.L. Di Pietro – E. Sgreccia, ‘Procreazione assistita e fecondazione artificiale tra scienza, bioetica e diritto’, La Scuola, Brescia 1999, p. 167)”.

Infatti, in caso di anonimato del donatore “il bambino sarà condannato ad ignorare per sempre la persona che possiede la metà del suo patrimonio genetico, e di cui porterà con sé per tutta la vita (e in parte tramanderà alla sua prole) i geni, e con essi l’aspetto, forse il temperamento e il ritmo di sviluppo psico-fisico, così come una parte importante della sua storia sanitaria”.

Vari studi che riguardano le adozioni – prosegue Navarini -, mostrano che il figlio senza un ‘passato’ abbisogna di molto aiuto e attenzione, in quanto sviluppa più facilmente sensi di insicurezza e di sfiducia in se stesso (Brodzinsky, D.M., Smith, D.W., & Brodzinsky, A.B., Children’s adjustment to adoption: Development and clinical issue, Sage Publication, Thousand Oaks 1998)”.

Anzi, a tale proposito – aggiunge la docente -: “Pare siano addirittura più colpiti i figli abbandonati dei figli orfani, in quanto questi ultimi possono compiere un cammino di elaborazione del lutto, in cui nonostante i genitori non ci siano, a volte fin dalla nascita, permane vivo nella memoria propria o altrui il loro ricordo, che può restituire senso alla loro mancanza”. Al contrario, “il figlio abbandonato sa che da qualche parte colui e/o colei che lo hanno generato vivono indipendentemente da lui, esistono forse nell’indifferenza al suo destino, e forse con altri figli e figlie che gli somigliano”. Si generano “pensieri contrastanti di appartenenza e non appartenenza che esercitano un influsso soprattutto nella delicata fase adolescenziale, in cui nascono le domande su se stessi, in cui si cerca la propria identità e si inizia a progettare il proprio futuro[9].

 

Prof.ssa Maria Luisa Di Pietro (bioeticista): “‘I figli sono di chi li cresce’ sembra la solita valutazione miope di un mondo di adulti oramai onfalo-centrico, ovvero capace di guardare solo al proprio bisogno”

9-maria-luisa-di-pietroLa dott.ssa Maria Luisa Di Pietro, professore associato di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, analizza le implicazioni dell’eterologa sui figli evidenziandone le ricadute sia a livello genetico/medico che dell’identità personale.

Per quanto riguarda le implicazioni di genetica medica, la professoressa Di Pietro osserva che già nel 1995, sulla prestigiosa rivista Nature Genetics, Collins scriveva che “si può dedurre che praticamente ogni malattia (escluse forse quelle traumatiche) hanno una base genetica e la definizione di queste influenze genetiche costituisce una priorità nella pratica medica”. Ebbene, continua Di Pietro, da allora sono passati “ventidue anni e i progressi nell’ambito della conoscenza genetica sono stati innumerevoli. Grazie ai test genetici, ad esempio, si può: chiarire la diagnosi di una malattia già in atto; diagnosticare una malattia quando non si è ancora manifestata; prevedere l’aumento del rischio di sviluppare o di resistere ad una malattia; individuare i portatori sani di malattie ereditarie; sviluppare farmaci ‘personalizzati’ per il profilo genetico del singolo paziente. Solo in pochissimi casi è possibile intervenire correggendo i cromosomi o i geni malati, mentre in altri casi è possibile fare prevenzione modificando stili di vita, o sottoponendosi a controlli ripetuti per individuare la patologia nel suo sorgere”.

Dal punto di vista medico, quindi, la conoscenza delle proprie radici genetiche può essere di vitale importanza e può fare la differenza in termini di qualità e aspettativa di vita. Pensiamo, per fare un esempio, alla possibilità a fini preventivi di un “ripetuto controllo mammografico e/o ecografico nella donna con mutazione BRCA1 e BRCA2, che aumenta notevolmente il rischio di cancro della mammella e/o dell’ovaio”.

Ma, dal punto di vista medico, c’è dell’altro perché “la conoscenza genetica non riguarda solo la singola persona, ma anche tutta la sua famiglia”. Infatti – spiega Di Pietro: “Il patrimonio genetico di ciascuno di noi porta in sé il contributo dei due genitori, che a loro volta lo hanno ereditato dai loro genitori, che a loro volta lo hanno ereditato dai loro genitori, etc. È proprio per questo che si chiama ‘patrimonio’!”. “I termini ‘genitori’, ‘generazione’, ‘genetica’ – prosegue la dottoressa -, hanno in comune la parte iniziale, proprio per indicare il legame inscritto nei ‘geni’. Ed ancora, parte di questo patrimonio genetico sarà presente nei figli, nelle sorelle, nei fratelli, nei cugini, nei nipoti. Una sorta di ‘rete genetica’, che si dirama nel tempo e nello spazio, creando connessioni talmente forti da essere necessario conoscerle in alcune circostanze cliniche”.

Ebbene, anche questa “rete genetica”, che nell’eterologa viene recisa, ha implicazioni a livello sanitario. Non a caso, infatti – spiega la bioeticista – “quando il paziente va dal medico, questi chiede di solito: ‘Quali malattie sono presenti nella tua famiglia?’. Non è un modo di prendere tempo, ma di inquadrare meglio i sintomi denunciati dal paziente, facendo riferimento anche al contesto familiare”. O, per fare un altro esempio, “davanti ad una malattia rara, viene spesso eseguito lo studio genetico sulla famiglia al fine di uscire dall’inquietante buio della difficoltà diagnostica e della mancanza di conoscenza della sua evoluzione”.

Per quanto riguarda le conseguenze sullo sviluppo dell’identità personale – prosegue Di Pietro –, basta guardare allo “smarrimento di chi scopre di essere stato adottato e va alla ricerca spasmodica dei genitori biologici”, per capire “quanto sia importante sapere chi sono il proprio padre e la propria madre genetici”. Per quanto Tribunali e cultura dominante si diano da fare per cambiare l’antropologia umana, non potranno mai cancellare “le domande dell’essere umano” che “sono e saranno sempre le stesse: chi sono io? Chi sono i miei genitori? Dove è iniziata la mia storia?”. “E questa domanda – scrive Di Pietro – sarà ancora più carica di ansia nel momento in cui ciò che è stato spezzato non è solo il legame genetico, ma anche il legame gestazionale con la donna che lo ha portato in grembo per nove lunghi mesi. Un legame spezzato, una catena in cui mancano anelli; un vestito a brandelli, in cui si mettono toppe fino al punto di perdere di vista la ‘trama’ iniziale. E, soprattutto, un albero senza radici: e – come un albero senza radici non cresce – l’essere umano senza la sua storia non potrà proiettarsi verso il cielo, verso il suo futuro, se non con grande difficoltà”.

E allora, il leitmotiv “I figli sono di chi li cresce” che si sente insistentemente ripetere da chi mette al primo posto l’inesistente diritto al figlio e all’ultimo i diritti di quello stesso figlio, sia che si tratti di una coppia eterosessuale, che di una gay, che di singoli, ebbene, questo leitmotiv – osserva la dottoressa – “sembra la solita valutazione miope di un mondo di adulti oramai onfalo-centrico, ovvero capace di guardare solo al proprio bisogno. Ribaltiamo la domanda: se il figlio chiede di chi sono figlio, cosa si pensa di rispondere? Di chi ti ha cresciuto? Anche se nessuno gli ha raccontato nulla, un figlio che si trova davanti ‘due padri’, non si porrà – secondo voi – la domanda chi è mia madre? O un figlio che si troverà davanti ‘due madri’, non si porrà la domanda chi è mio padre?”.

Quindi, domanda in conclusione la bioeticista: “Fino a che punto è lecito arrecare danno ad un essere umano per soddisfare il desiderio di un altro o di altri essere umani? Fino a che punto si possono distruggere – in nome di un costrutto socio-culturale – legami forti e atavici come quelli genetici? Fino a che punto possiamo accettare la schizofrenia di una società che da una parte plaude alle scoperte della genetica e ne sostiene la ricerca, ma dall’altra minimizza l’importanza della genetica nei familiari?[10].

 

In conclusione, come si può constatare, le analisi di questi specialisti della salute psichica ed esperti di bioetica confermano in pieno quanto descritto nelle loro testimonianze personali dai figli nati con la fecondazione eterologa e l’utero in affitto, di cui abbiamo parlato qui:

La rabbia e il dolore degli “orfani” dell’eterologa: storie e testimonianze

Note:

[1] Dr. Keith Ablow, “It’s time for states to outlaw anonymous sperm, ova donations”, www.foxnews.com, 7 aprile 2014.

[2] Osvaldo Rinaldi, “Eterologa: le conseguenze dolorose provocate dai donatori di gameti”, www.zenit.org, 3 febbraio 2015.

[3] “La GPA, préjudice de taille pour le bébé”, www.lalibre.be, 17 aprile 2015. Per la traduzione dell’articolo in italiano si veda: Redazione “Nelle Note”, “Utero in affitto e danno da separazione per il bambino”, nellenote.wordpress.com, 21 aprile 2015.

[4] Luciano Casolari, “Utero in affitto, i problemi psichici per il bambino e la madre surrogata”, www.ilfattoquotidiano.it, 16 febbraio 2016.

[5] Marina Corradi, “Il bisogno del volto del padre”, Avvenire, 17 febbraio 2005.

[6] Francesco Agnoli, “Figli di chi”, Il Foglio, 18 settembre 2014.

[7] Eugenia Scabini, “I figli delle coppie omogeneri e il dramma (censurato) del ‘vuoto d’origine’”, Tempi, 11 febbraio 2016.

[8] Luciano Moia, “Adozione alle coppie gay, ‘ignorate tante sofferenze’”, Avvenire, 12 dicembre 2015.

[9] “Fecondazione artificiale eterologa e attentati alla famiglia”, Zenit.org, 6 febbraio 2005.

[10] Maria Luisa Di Pietro, “Il figlio è di chi lo cresce: i legami familiari e genetici secondo i Tribunali”, Centro Studi Rosario Livantino, 8 marzo 2017.

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