Padre Cristoforo e San Giovanni Gualberto, fondatore dei Monaci Vallombrosani

Abbiamo già appreso degli arditi trascorsi del Padre Cristoforo e del perché portasse questo nome,

appartenuto ad un uomo di alto lignaggio, non immune dall’ira e dall’irruenza, miste ad orgoglio e superbia, e di come un atto di umiltà gli valse la salvezza, insieme ad una vita di penitenza per espiare. Tal frate è ora da Lucia a conoscere quale sciagura sia entrata in quella casa e quale benedizione con essa. Nel rispondere a Lucia, che implora di non essere abbandonata, più con il tono della voce e la pietà degli occhi, che con le parole, Padre Cristoforo risponde contrapponendo sé stesso, come sfacciato nel caso in cui così facesse e, poi, volesse ancora rivolgersi a Dio per sé!

«Non vi perdete d’animo: Egli vi assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi anche d’un uomo  da nulla come son io, per confondere … Vediamo, pensiamo quel che si possa fare». Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e unite tutte le potenze dell’animo.

Padre Cristoforo è pronto a voler confondere un ribaldo come Don Rodrigo. Da un lato, deve essere accorto e, dall’altro, proprio ora, nel romanzo si fa strada quel vivo senso di fede, di obbedienza a Dio, la cui volontà si manifesta nel silenzio e nell’attesa, ma soprattutto l’invito a saper perdonare, perdonare sempre. Di lì, a poco, entrerà Renzo, anch’egli impetuoso, profondamente offeso e umiliato dall’arroganza di un potente. Ma, potente, o, meno, arrogante e ingiusto, o, meno, Padre Cristoforo ha ben presente cosa vogliano dire vendetta ed ira.

«Le hanno detto …, padre?» gli domandò Renzo, con voce commossa.

«Pur troppo; e per questo son qui.»

«Che dice di quel birbone …?»

«Che vuoi ch’io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t’abbandonerà».

In queste parole il Padre trasmette pacatezza, pietà, prudenza per non peggiorare la situazione, ma, soprattutto, sapienza, per non perdere l’equilibrio dell’anima. E, certo, si trova in una situazione simile a quella che visse lui.

Dopo l’omicidio, perché di omicidio si trattava, egli si era recato a domandar perdono. Ora, a questi poveretti, si apprestava a chiedere non di subire, certo di trovare insieme una soluzione dignitosa, ma anche di imparare, con il tempo, con la pazienza, con l’umiltà, una lezione di perdono, di perdono da donare ad un uomo palesemente ingiusto.

Viene, così, alla mente, la storia di un santo, un grande santo, San Giovanni Gualberto, nato tra l’anno 985/995 e morto nel luglio 1073.

Nei dintorni di Firenze, il nobile Giovanni Gualberto rintracciava l’inerme assassino di suo fratello: poteva ammazzarlo, poiché era armato di spada. Invece, ispirato da Dio, lo portò in chiesa e, davanti al crocifisso, gli offrì il perdono. Ricevuti segni soprannaturali di approvazione, entrò nel monastero di San Miniato. Successivamente, indignato per il comportamento ignobile dell’abate, lasciava quel monastero per andare dai monaci Camaldolesi, ove stette un poco, per poi lasciarli e fondare i Monaci di Vallombrosa.

Il perdono! Il perdono chiesto ed il perdono offerto. Due cose ben diverse, ma unite dalla stessa fede nello stesso Padre di tutti.

Tutto il romanzo, tra le note assai limpide della fede, della provvidenza, della fiducia, dell’umiltà, dell’obbedienza, della preghiera e di ogni virtù cristiana, tende a condurre Renzo e Lucia al perdono del loro carnefice.

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