Il “male minore” porta Male (3° parte: fecondazione extracorporea)

01 Fivet

3) MALE MINORE e FECONDAZIONE EXTRACORPOREA

Un’altra legge iniqua nata grazie al contributo decisivo dei cattolici e dal compromesso con il male, dalla scelta cioè non del bene, ma del “male minore”, è la legge 40 sulla “Procreazione medicalmente assistita” (Pma), approvata dal Parlamento italiano il 19 febbraio 2004.


INDICE:

 

1 ) “Male minore”, nuovo nome della barbarie?

Male minore e “nuovi diritti” legalizzati

2) Male minore e aborto

3) Male minore e fecondazione extracorporea

4) Male minore e divorzio

5) Male minore e contraccezione artificiale

Male minore e “nuovi diritti” reclamati

6) Male minore e matrimonio gay

7) Male minore e droga libera

8) Male minore, eutanasia e suicidio assistito

9) Male minore, eutanasia passiva e Testamento biologico

10) Conclusione

Bibliografia, Filmografia, Articoli e Studi

3) MALE MINORE e FECONDAZIONE EXTRACORPOREA

Un’altra legge iniqua nata grazie al contributo decisivo dei cattolici e dal compromesso con il male, dalla scelta cioè non del bene, ma del “male minore”, è la legge 40 sulla “Procreazione medicalmente assistita” (Pma), approvata dal Parlamento italiano il 19 febbraio 2004.

Legiferare sulla procreazione extracorporea – cioè la fecondazione al di fuori del corpo della donna con manipolazione dei gameti e creazione degli embrioni in laboratorio -, si era reso necessario per fermare la proliferazione del “far west della provetta”, sviluppatosi a partire dal 1978 dopo che in Inghilterra era nata Louise Brown, la prima bambina fecondata in vitro. Nel segreto di cliniche private e laboratori improvvisati si eseguivano sperimentazioni selvagge e senza regole, alimentando un business miliardario e incontrollato, che speculava sulla salute delle coppie sterili facendo leva sul loro desiderio di genitorialità.

Con l’obiettivo di fermare questi eccessi, il Parlamento italiano partorì la legge 40, una legge che, tuttavia, anziché proibire la fecondazione extracorporea tout court, la legalizzò fissandone limiti o “paletti”. Scrive Marisa Orecchia, presidente di Federvita Piemonte:

“Al tempo della discussione nelle aule del parlamento sulla fecondazione extracorporea, la linea del Piave [non fu] fissata tra fecondazione extracorporea sì/fecondazione extracorporea no, tra liceità e non liceità di applicare all’uomo tecniche che solo a livello zootecnico trovano giustificazione”, ma “tra fecondazione omologa e fecondazione eterologa, ad opera del presidente del Movimento per la vita italiano, Carlo Casini, della Fondazione Nuovo Millennio di Antonio Baggio e del Forum delle associazioni familiari, con il beneplacito di alcuni uomini di Chiesa”.

02 Mario PalmaroLa legge 40 rappresentava così il “male minore” che avrebbe permesso di sconfiggere il “far west della provetta” e tutelare le coppie sterili da abusi e sperimentazioni pericolose per la salute (“male maggiore”), venendo nel contempo incontro al loro desiderio di genitorialità con la Fivet omologa. Osserva al riguardo Mario Palmaro:

“Con un’operazione indubbiamente controversa sotto il profilo morale, gli ideatori di questa iniziativa legislativa furono un gruppo importante di studiosi e di politici cattolici, che in nome del ‘male minore’ redassero innanzitutto un Manifesto Appello, cui fece da coerente conseguenza la predisposizione di un testo legislativo basato su alcuni ‘paletti’, secondo una formula divenuta molto cara al mondo cattolico stesso. La legge 40 rappresenterebbe ‘il male minore’ e garantirebbe una serie di paletti, meritevoli tutti di essere difesi dal tentativo di scardinamento…

Una legge di compromesso, caratterizzata da una insanabile ambivalenza giuridica e culturale: da un lato, infatti, la legge 40 aveva stabilito alcuni divieti, per altro di dubbia effettività e non del tutto chiari sotto il profilo formale, divieti che la collocavano almeno sotto il profilo quantitativo tra le normative meno permissive in Europa. Dall’altro lato, però, la legge 40 sanciva in modo ufficiale e attraverso la veste autorevole del Parlamento, organo legislativo per antonomasia, la giuridicità delle tecniche di fecondazione artificiale, le inseriva all’interno di un quadro normativo che riconosceva un valore pubblico meritevole di tutela ai problemi di infertilità, e individuava nell’uso delle tecniche extracorporee una legittima soluzione a tale ‘desiderio di maternità’”.

Se da un lato la legge 40 tutelava le coppie dalla provetta selvaggia, dall’altro lato riduceva però l’uomo a merce fabbricata in laboratorio, negandogli la dignità propria che gli appartiene. Infatti, la fecondazione extracorporea, anche se omologa, non rispetta il diritto alla vita del concepito. Continua Palmaro:

“Vi è infatti una ‘uccisività intrinseca alle tecniche, che non può essere considerata involontaria e non colpevole, dato che il trasferimento plurimo di embrioni nel corpo della donna ha proprio l’obiettivo che soltanto uno sopravviva fino alla nascita, con evidente riduzione a oggetto dell’embrione. Kantianamente, diremmo che nella Fivet ogni embrione è usato come mezzo per raggiungere un fine diverso dall’embrione stesso. Consapevolmente, infatti, il tecnico di laboratorio produce e trasferisce una pluralità di embrioni per ottenere un risultato che non è la nascita di tutti gli embrioni prodotti, ma la nascita di uno solo fra essi, ben sapendo dunque che è altamente probabile e perfino auspicabile la morte degli embrioni stessi, tranne uno.

Si veda in proposito quanto affermato dalla istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Dignitas Personae, pubblicata nel 2008: ‘(…) il numero di embrioni sacrificati è altissimo. Queste perdite sono accettate dagli specialisti delle tecniche di fecondazione in vitro come prezzo da pagare per ottenere risultati positivi. (…) È vero che non tutte le perdite di embrioni nell’ambito della procreazione in vitro hanno lo stesso rapporto con la volontà dei soggetti interessati. Ma è anche vero che in molti casi l’abbandono, la distruzione o le perdite di embrioni sono previsti e voluti’”.

In sostanza, al pari dell’aborto, anche la fecondazione extracorporea (sia omologa che eterologa) appartiene agli atti intrinsecamente cattivi, gli atti cioè che non è mai lecito compiere, perché mali in se stessi. Alcuni eticisti – richiamando il fatto che anche in natura ci sono alte percentuali di aborti spontanei – sostengono la liceità morale della Fivet che non comporti la produzione di embrioni soprannumerari, e che preveda l’impianto in utero tutti gli embrioni prodotti. In effetti questi erano due dei famosi “paletti” posti a fondamento della legge 40. Questa considerazione, tuttavia, non elimina il male intrinseco della pratica, come osserva Michele Aramini, docente di Teologia e Etica sociale:

“In base a questa osservazione si considera accettabile una perdita di embrioni dovuta agli aborti spontanei, nell’ambito delle procedure di procreazione assistita. [Si applica cioè] quello che nella teologia morale è chiamato principio del volontario indiretto, che permette azioni che hanno un fine diretto lecito, pur comportando indirettamente effetti negativi, senza che questi siano il mezzo per ottenere l’effetto positivo. Si può obiettare facilmente che il principio del volontario indiretto non può essere applicato alla Fivet, perché lo spreco di embrioni e la produzione in surplus, che è l’effetto negativo, è proprio il mezzo e la condizione per ottenere l’effetto ritenuto positivo. A completamento, si può aggiungere che non è molto sensato riprodurre un fatto naturale negativo.

In verità, l’orientamento della prassi medica è quello di minimizzare il carico psicologico per la donna, attraverso la produzione di molti embrioni che servano come riserva per altri cicli di Fivet”.

03 i paletti divelti della legge 40A ogni modo, i “paletti” di legge che prevedevano la produzione massima di tre embrioni e l’obbligo di un loro unico e contemporaneo impianto, sono stati abbattuti dalla Corte costituzionale il 1 aprile 2009 (sentenza n. 151), giusto cinque anni dopo l’entrata in vigore della legge 40, cui si è automaticamente aggiunta la demolizione di un terzo paletto, quello del divieto di crioconservazione degli stessi. Infatti, con la possibilità di creare più embrioni rispetto a quelli che saranno impiantati, la Corte ha di fatto aperto alla crioconservazione di quelli in sovrannumero. Tre divieti eliminati in un colpo solo, evidentemente ciò che era stato messo a salvaguardia dei concepiti – e che secondo taluni poteva (ma non è così) giustificare la Fivet omologa -, più che essere paletti robusti e inaccessibili erano piuttosto fragilissime asticelle.

Scavalcare questi paletti è stato possibile perché nella legge 40 la tutela dell’embrione non è assoluta. È proprio la legge 40, infatti, la prima a permettere la crioconservazione “fino alla data del trasferimento, da realizzarsi appena possibile” (art. 14, comma 3): “qualora il trasferimento in utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione”. In sostanza la legge 40 contraddice se stessa: da un lato vieta la crioconservazione degli embrioni, ma dall’altro lato la ammette in determinate circostanze. Se il legislatore voleva davvero tutelare l’embrione avrebbe dovuto vietare la crioconservazione tout court o, meglio ancora, la fecondazione extracorporea tout court, visto che neanche le tecniche di Fivet omologa a causa della loro intrinseca e altissima uccisività lo tutelano.

V’è inoltre da notare che, già prima che la Corte costituzionale si pronunciasse, era lo stesso possibile aggirare l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto e il divieto di crioconservazione, anche se mancava una causa di forza maggiore. Bastava che le coppie in trattamento inviassero una lettera di diffida al direttore sanitario dal trasferire in utero tutti gli embrioni prodotti. Emanuele Levi Setti – primario di Medicina della riproduzione all’Humanitas di Rozzano – ha osservato: “All’inizio la coppia dichiara che si farà trasferire tutti gli ovociti fertilizzati, come dice la legge. Ma nessuno, poi, vieta loro di cambiare idea, anche perché non sono sanzionabili. In questo caso scatta il congelamento”.

Le lettere di diffida avevano la loro ragion d’essere nell’articolo 13 delle linee guida emanate dal Ministero subito dopo l’entrata in vigore della legge 40, in cui si stabilisce che “il transfer non è coercibile”. Di nuovo la legge contraddice se stessa: da un lato afferma l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto, ma dall’altro lato si precisa che questo trasferimento non può essere imposto. Guido Ragni – direttore del Centro di sterilità della Mangiagalli – ha obiettato: “Noi dobbiamo rispettare il volere della donna che non può essere obbligata a un triplice impianto. Il problema è che la legge 40 prescrive il contrario”. Il ginecologo Stefano Venturoli, uno degli autori delle linee guida, ha ammesso: “Non c’è dubbio che il regolamento attuativo sul punto in questione modifichi lo spirito della legge. Alla fine siamo stati tutti d’accordo sul fatto che nessuno può fare un atto di violenza contro la donna”.

Il 21 gennaio 2008, un anno prima della sentenza della Corte costituzionale, la legge 40 aveva subìto un’altra bocciatura dal Tar del Lazio, che aveva annullato le linee guida nella parte riguardante le Misure di Tutela dell’embrione in cui si stabiliva che ogni indagine con lo scopo di verificare lo stato di salute di quest’ultimo doveva essere di “tipo osservazionale”, un “paletto” che era stato messo per impedire il controllo premeditato sulla qualità dell’embrione e quindi la sua selezione a scopo eugenetico. Il 30 aprile 2008 era seguita la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale delle nuove linee guida, a opera del ministro della Salute Livia Turco, in cui venivano eliminati i commi bocciati dal Tar per cui l’analisi genetica sull’embrione veniva di fatto liberalizzata. Promotori e sostenitori della legge 40 hanno continuato a rispondere che, nonostante il pronunciamento del Tar e le nuove linee guida Turco, nulla è cambiato visto che rimane valido quanto stabilito dalla legge circa le “finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche” finalizzate “alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso”. Tuttavia, anche se lasciamo da parte il fatto che l’analisi genetica di suo, pur se fatta con finalità terapeutiche o diagnostiche, è in grado di uccidere l’embrione, di provocargli malformazioni e di compromettere l’esito della gravidanza, è certamente evidente che, dopo le bocciature della Consulta, il destino degli embrioni che si riveleranno “geneticamente difettosi” sarà inesorabilmente segnato: la loro salute e vita sarà sì preservata, ma in un limbo gelato a 196 gradi sottozero dove rimarranno con tutta probabilità sine die.

04 Corte Cost legalizza eterologaInfine, il 10 aprile 2014, con la pronuncia di incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa, la Corte costituzionale ha inflitto la mazzata più grande e sonora alla legge 40 e ai sostenitori del “male minore”[1]. Le fondamenta sulle quali è stata costruita tutta la legge si sono infine sgretolate facendo crollare il castello di contraddizioni e paletti d’argilla che vi era stato edificato sopra. Questa sconfitta bruciante è lì impietosa a confermare che con il male non si deve mai scendere a patti e che si deve solo rifiutare. Pensare che si sarebbe riusciti a contenerlo entro confini prestabiliti dopo averlo legalizzato, è stata un’enorme ingenuità, un abbaglio colossale.

Non ci resta ora che verificare se la scelta del “male minore” abbia permesso di prevenire il “male maggiore” di partenza o se, com’è accaduto con l’aborto, si sia fallito sia l’obiettivo iniziale che contribuito all’espansione di un male ancora più grande. Poiché ogni albero si riconosce dal suo frutto vediamo, in altre parole, quali frutti ha generato la legge 40, l’analisi dei quali ci darà ulteriori indicazioni sulla bontà o meno della sua natura.

02 far westAlla domanda se la legge 40 abbia permesso di fermare le sperimentazioni folli delle origini, possiamo rispondere sì, anche se il risultato si sarebbe comunque ottenuto con il divieto a praticare qualsiasi fecondazione extracorporea, omologa compresa. Nonostante ciò, il “far west” della provetta continua a verificarsi anche nei laboratori sterili e sicuri fioriti dopo la legge, camuffato sotto la veste politically correct di “errore di procedura”. Rientrano tra gli errori procedurali lo scambio di liquido seminale e la sua inoculazione in ovociti sbagliati, l’impianto di embrioni in uteri sbagliati, la distruzione accidentale di embrioni e il loro smarrimento. A causa di questi errori, una coppia italiana si è ritrovata con due gemelli mulatti, mentre una donna statunitense ha partorito un gemello bianco e uno nero. Errori che risultano lampanti quando il colore della pelle del figlio è diverso da quello dei genitori, ma che passano del tutto inosservati nella maggior parte dei casi, cioè quando l’errore non si vede perché il colore della pelle del figlio corrisponde al proprio. Chissà quante coppie ci sono che, senza saperlo, a causa di questi errori stanno crescendo un figlio non loro. Una coppia di Padova ha abortito il figlio dopo aver saputo dello scambio di liquido seminale a gravidanza già iniziata, mentre una coppia inglese del Kent ha dovuto rinunciare al proposito di dare un fratello al figlio nato cinque anni prima grazie alla Fivet, a causa dello smarrimento dei gemelli crioconservati: la clinica a cui si erano rivolti non ha escluso la possibilità di un erroneo impianto su un’altra coppia. Nel 2012, un guasto all’impianto di azoto liquido in un Centro italiano di Pma ha provocato una strage in cui sono andati distrutti 94 embrioni e 130 ovociti appartenenti a una quarantina di coppie[2].

Se dal neo far west ci spostiamo all’altro obiettivo che la legge 40 doveva realizzare – l’appagamento del desiderio di genitorialità delle coppie infertili –, ne esce un quadro assai deludente. Infatti, oltre ad avere un forte impatto sulla salute fisica e psichica della donna, la fecondazione extracorporea dà anche pochissime garanzie al cosiddetto “bambino in braccio”: il 90% dei figli “fabbricati” in provetta muore o si perde per strada, inoltre, i pochi che riescono a sopravvivere, rischiano di avere diversi e gravi problemi di salute.

La Fiv (omologa ed eterologa) ha delle percentuali di successo bassissime, per cui sono davvero poche le coppie che riescono a diventare genitori, e solo dopo anni di sacrifici e molti tentativi. Dal punto di vista dei concepiti ciò si traduce in 9 embrioni morti ogni 10 prodotti.

Riccardo Marana – direttore al Policlinico Gemelli dell’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI di Ricerca sulla Fertilità e Infertilità Umana (Isi) -, esaminando la Relazione ministeriale pubblicata a luglio 2014 (dati riferiti al 2012) sull’attività dei Centri italiani di fecondazione artificiale, ha osservato: “La percentuale di gravidanza cumulativa per Fivet e Icsi è pari al 22,1%, e quella di gravidanza a termine è pari al 16,5 per prelievo ovocitario. Inoltre, a fronte di 114.276 embrioni formati ne sono stati trasferiti 91.720 e sono nati 9.814 bambini. Dunque il 91% degli embrioni formati viene ‘perso’”.

Anche il professor Tommaso Scandroglio, docente di etica e bioetica e filosofia del diritto, ha commentato i dati, rilevando che solo circa il 17% delle coppie è riuscita nell’intento di avere un figlio con la fecondazione artificiale. A tal proposito Scandroglio ha notato che “il dato di insuccesso non è molto dissimile da quello del 2004-2005, primo anno in cui legalmente si praticava la fecondazione artificiale. E questo nonostante si possano produrre quanti embrioni si vogliono per ciclo e la crioconservazione del figlio non abbia più limiti grazie alla sentenza della Corte Costituzionale del 2009. Ciò a dimostrare che le aperture alla provetta a colpi di sentenza non ha prodotto i risultati sperati”.

Per quanto riguarda i nascituri – prosegue il professore -, “espresso in percentuali, solo il 10% degli embrioni prodotti è nato, contro il 74% dei loro fratelli che è morto e il 16% che è attualmente crioconservato”. Questo significa che con la Fiv “solo un embrione su 10 vedrà la luce”. Per tutti questi motivi – conclude Scandroglio – “il figlio in provetta era e rimane una tecnica assai fallimentare”.

La Relazione annuale dell’anno prima – luglio 2013 (dati del 2011) – aveva messo in luce un’analoga altissima percentuale di insuccesso. Su 56.092 cicli con embrioni “freschi” si sono avute 10.959 gravidanze (il 19,5%), ma di queste solo 8.734 si sono concluse con la nascita del bambino, cioè appena il 15,6%. Questi dati eloquenti ci mostrano che, in quanto a vittime innocenti, la legge 40 riesce a fare persino peggio della 194.

06 - gemelliAlle aspiranti madri le cose non vanno meglio, visti i rischi e le gravi conseguenze sulla salute che anche la fecondazione omologa comporta, tra cui: gravidanze multiple (dal 17 al 30%), gravidanze extrauterine (2%-3,5%), parto cesareo (40-50% dei casi), parto pretermine (14% in caso di gravidanza singola, 56% in caso di gravidanza gemellare, 92% in caso di gravidanza trigemellare), parto gemellare (20-35%), parto trigemino (0,5-6%), aborti spontanei e ripetuti (dal 10% quando si ha meno di 30 anni, fino a un 60% dopo i 43 anni), sindrome da iperstimolazione ovarica, morte (soprattutto a causa della sindrome da iperstimolazione o di una gravidanza multipla), trombosi e tromboflebiti, reazioni allergiche, lesioni vascolari, lesioni viscerali (in particolare a carico di colon e stomaco), emorragie, infezioni pelviche e tubariche, tumore del tratto genitale e della mammella, stress fisico e psicologico…

Seri problemi di salute si registrano anche per quel misero 10% di figli che sopravvive all’uccisività delle tecniche, che deve fare i conti con: mortalità perinatale (13-17%), mortalità e morbilità neonatale, sottopeso alla nascita (5-10%), anomalie genetiche, malattie degenerative e malformazioni congenite.

Tutto questo ci dice che anche per quanto riguarda il secondo punto da realizzare (tutela della salute delle coppie sterili), la legalizzazione della Fiv omologa come “male minore” ha mancato sicuramente l’obiettivo.

La legalizzazione della Fiv e i successivi pronunciamenti giudiziari in accoglimento dei ricorsi presentati contro i “paletti” di legge, hanno fatto emergere quattro questioni cruciali dal punto di vista morale, questioni in cui chi ne fa le spese è sempre il più debole e indifeso. Si tratta della riduzione e selezione embrionale, della crioconservazione e sperimentazione sugli embrioni.

07 aborto selettivoLa “riduzione embrionale” è un aborto intenzionale e selettivo praticato in caso di gravidanza multipla, per “ridurre” il numero di embrioni o feti attecchiti nell’utero. La logica che si segue è anche in questo caso quella del “male minore”. Secondo questa tesi è preferibile eliminare alcuni embrioni in una fase iniziale della vita piuttosto che mettere in pericolo, a causa di una gravidanza plurigemellare, la vita della madre e di tutti i nascituri. Meglio il sacrificio di alcuni piuttosto che il pericolo di vita per tutti, del resto non avviene così anche nelle catastrofi naturali dove nonostante la buona volontà non si riesce a salvare tutte le persone coinvolte? Alcuni osservano che tanto non tutti i concepiti riusciranno a sopravvivere, sia per loro morte spontanea in utero che a seguito di nascita prematura senza speranza di vita. Tanto vale allora agire in anticipo con una “riduzione” embrionaria preventiva, salvaguardando così la salute della madre e la vita di almeno un figlio.

Ecco come si è espresso il Pontificio Consiglio per la Famiglia sulla “riduzione embrionale”:

“Poiché ogni embrione deve essere considerato e trattato come persona umana nel rispetto della sua eminente dignità (Cong. Dott. Fede, Istr. Donum Vitae, I, 1), al nascituro devono essere riconosciuti dal primo momento del concepimento i diritti umani fondamentali e, in primo luogo, il diritto alla vita, che non può quindi essere violato in alcun modo. Al di là di ogni confusione e ambiguità, si deve pertanto affermare che la ‘riduzione embrionale’ costituisce un aborto selettivo: consiste infatti nell’eliminazione diretta e volontaria di un essere umano innocente (Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, 57). Essa pertanto, sia quando è voluta come fine che quando è utilizzata come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave (ivi, 62). Trattandosi di verità accessibile alla semplice ragione, la illiceità di tale comportamento si pone come norma valida per tutti, anche per i non credenti (ivi, 101). Il divieto morale permane anche nel caso in cui la prosecuzione della gravidanza comporti un rischio per la vita o la salute della madre e degli altri fratelli gemelli. Non è lecito infatti compiere il male neppure in vista del raggiungimento di un bene. (ivi, 57).

La vita dell’uomo proviene da Dio, è sempre suo dono, partecipazione del suo soffio vitale (ivi, 39). La selezione embrionale, comportando la volontaria eliminazione di una vita umana, non può essere giustificata né in base al principio del cosiddetto male minore né in base a quello del duplice effetto: né l’uno né l’altro, infatti, trovano applicazione in questo caso…

Resta comunque certo che, se fa parte del limite umano dover talvolta assistere impotenti alla morte prematura di creature innocenti, non potrà mai essere moralmente lecito provocare la morte volontariamente”.

La “selezione embrionale”, vietata dalla legge 40, è stata anch’essa oggetto di numerosi ricorsi da parte delle coppie e relative sentenze dei Tribunali che hanno, di volta in volta, disapplicato il divieto ordinando ai Centri di Pma l’esecuzione della diagnosi preimpianto sugli embrioni. Prima è stata concessa a coppie infertili portatrici di malattie genetiche, poi – nonostante la legge 40 sia destinata unicamente alle coppie infertili – a coppie fertili portatrici di malattie sessualmente trasmissibili e infine, grazie all’ennesimo pronunciamento della Corte Costituzionale, a coppie fertili portatrici di malattie genetiche ereditarie.

08 crioconservazionePer quanto riguarda la questione degli embrioni sovrannumerari e la loro crioconservazione, dopo l’abbattimento del “paletto” per mano della Consulta (1 aprile 2009), com’era prevedibile la situazione è precipitata: in un anno il numero di embrioni crioconservati è decuplicato, passando dai 763 del 2008 ai 7.337 del 2009, e l’anno seguente è raddoppiato raggiungendo nel 2010 la cifra di 16.280 embrioni crioconservati. Ciò corrisponde a un aumento del 2000 per cento rispetto al 2008, cioè a prima che la Corte si pronunciasse. Questo scenario impressionante ne chiama subito in causa un altro: l’abbandono degli embrioni sovrannumerari crioconservati da parte delle coppie che li hanno prodotti, il quale, a sua volta, lascia aperti ulteriori gravi interrogativi: lasciarli nell’azoto liquido per sempre o darli in adozione per l’impianto alle coppie sterili? Omologare giuridicamente questo tipo di adozione all’adozione vera e propria? Eseguire esami genetici sugli embrioni per verificare prima di questo impianto il loro stato di salute? Non si stravolge così il significato della generazione umana, ovvero il diritto di ogni essere umano di nascere dalla propria madre?…

Come si vede, ogni soluzione applicata a un problema che ha alla radice un disordine morale, rimane anch’essa segnata dal medesimo disordine morale. In altre parole, una volta legittimato il “male minore” iniziale, altri “mali minori” seguiranno di conseguenza. Non è infatti un caso il fatto che le soluzioni prospettate per “salvare” dal loro infausto destino gli embrioni abbandonati sottendano sempre alla logica infausta del “male minore”. Visto che ci sono tanti embrioni congelati abbandonati (male maggiore) – dicono taluni -, facciamo almeno in modo di dare loro una possibilità di vita con l’adozione a coppie sterili (male minore). Oppure – dicono tal altri -: visto che la loro giacenza nell’azoto liquido li esporrà in ogni caso a morte certa (male maggiore), tanto vale utilizzarli subito nell’ambito della sperimentazione scientifica (male minore). Questa seconda proposta porta direttamente alla quarta grave questione che abbiamo evocato: l’utilizzo per scopi scientifici degli embrioni sovrannumerari.

Al momento il paletto della legge 40 che vieta l’utilizzo a scopo di ricerca degli embrioni in sovrannumero, malati o abbandonati è ancora in piedi. Quanto ancora resisterà non lo sappiamo, visto che a dicembre 2012 il Tribunale di Firenze ne ha sollevato la questione di legittimità costituzionale. Tuttavia, se guardiamo ai Paesi che ammettono le sperimentazioni sugli embrioni, possiamo già vedere quello con cui ci ritroveremo a fare i conti se la Corte costituzionale si pronuncerà ancora una volta con una sentenza di incostituzionalità.

Dagli esperimenti sugli embrioni “difettosi” o “non idonei all’impianto” si passerà a quelli sovrannumerari abbandonati e crioconservati, e si arriverà alla richiesta di impiegare embrioni freschi e sani, cioè prodotti in laboratorio e subito distrutti per estrarne linee di cellule staminali, certamente migliori rispetto a quelle ricavate dagli embrioni forniti dai centri per la fertilità che presentano pur sempre dei difetti, sia per il fatto di provenire da coppie infertili, sia a seguito del danneggiamento provocato dalla crioconservazione. Con quale ragionamento si giustifica la produzione di embrioni freschi da distruggere? Sempre lo stesso: il “male minore”. Come avviene con l’aborto, dove la “tutela” della salute psico-fisica della madre prevale sulla vita del concepito, qui è la salute dell’individuo affetto da una malattia incurabile che prevale sulla vita dell’embrione: l’immolazione della vita degli embrioni (male minore) è giustificata dalle cure particolari che dovrebbero servire a salvare la vita a un malato grave. Si arriverà quindi al “piccolo d’uomo” prodotto e usato come cavia da laboratorio, fabbricato per essere impiegato come una medicina o una terapia contro le malattie.

Gli abusi sui piccoli d’uomo non si fermano qui, dagli altri Paesi ci arrivano notizie di esperimenti aberranti, come la creazione dei mostruosi “embrioni chimera” composti da materiale genetico umano e animale insieme; di miscugli genetici creativi, come la creazione di embrioni con il dna di tre genitori; di tentativi di “clonazione terapeutica”; della nascita di “bambini-farmaco”; notizie sulla brevettabilità degli embrioni; sulla loro applicazione in campo tossicologico e loro etichettatura per mezzo di codici a barre, come si fa con i prodotti esposti sugli scaffali del supermercato… Una volta aperta la porta al male non esistono più limiti, questo si avvierà necessariamente al suo “trionfo completo”.

Mentre aspettiamo che questo trionfo completo del male si affacci anche in Italia, concentriamoci sulle nuove problematiche legate all’ultimo “regalo” dispensato dalla Corte costituzionale: la fecondazione eterologa. Per capire quali questioni ci siano in ballo, basta anche in questo caso dare un’occhiata ai Paesi che ci hanno preceduto.

09 eterologa smarrimento geneaologicoLa prima grave problematica che deriva dall’utilizzo di gameti estranei alla coppia, è la separazione tra genitorialità biologica e genitorialità sociale, con conseguente violazione della responsabilità del genitore biologico nei confronti del figlio che ha generato e privazione per quest’ultimo del genitore naturale. L’eterologa rafforza perciò l’irresponsabilità nella procreazione: il genitore biologico (o i genitori biologici, nel caso in cui entrambi i gameti provengano da donatori) taglia consapevolmente sin dall’inizio ogni relazione con il figlio e non assume doveri nei suoi confronti. I figli dell’eterologa devono fare i conti con crisi d’identità, senso di estraneità e confusione per il fatto di non avere risposte certe alle domande fondamentali: “chi sono?”, “da dove vengo?”, un disagio che dal punto di vista clinico prende il nome di “genealogical bewilderment” (“smarrimento genealogico”).

La separazione tra genitorialità biologica e sociale è, altresì, gravida di tensioni familiari e di coppia. Può infatti succedere che il padre non genetico percepisca il figlio come un estraneo, fino a provare nei suoi confronti una vera e propria crisi di rigetto, che può culminare anche in una richiesta di disconoscimento della paternità. Ma può anche accadere il contrario, cioè che sia il figlio a rinnegare il genitore sociale. Le tensioni possono verificarsi anche tra fratelli, se la coppia ha avuto sia figli propri che da donatore esterno. Quando queste tensioni familiari diventano acute e insanabili possono portare anche alla rottura del rapporto di coppia.

Alla fecondazione eterologa sono associati anche altri rischi, come quello che si verifichino rapporti incestuosi tra consanguinei, cioè tra fratellastri e sorellastre concepiti con il seme del medesimo donatore, che non sanno di essere imparentati tra loro. E il rischio che si diffondano malattie genetiche rare tra la popolazione, com’è accaduto, per esempio, recentemente in Danimarca, dove il donatore 7.042, affetto da neurofibromatosi di tipo 1 (una rara malattia genetica che causa tumori al sistema nervoso), ha trasmesso questa malattia ad almeno 19 bambini dei circa 99 concepiti con il suo seme, utilizzato da 14 centri diversi.

Nata inizialmente per le coppie sterili, la fecondazione eterologa è stata presto estesa anche a single e coppie gay, che nel frattempo sono diventati i clienti preponderanti delle cliniche della fertilità e del mercato dell’utero in affitto. Dal punto di vista psicologico i bambini delle coppie gay sono doppiamente segnati, poiché non dovranno solo fare i conti con lo “smarrimento genealogico” che generalmente colpisce i figli dell’eterologa, ma anche con il fatto di crescere privati di una figura genitoriale fondamentale.

10 mercato global babyQuello della provetta eterologa è presto diventato un mercato a tutti gli effetti, caratterizzato dallo scambio di merci (ovociti e sperma scelti da cataloghi con le caratteristiche dei donatori e i corrispondenti prezzi) e servizi (affitto di uteri); dall’interazione tra domanda e offerta, e la presenza di agenzie e intermediari per agevolare le transazioni; dalla stipulazione di veri e propri contratti con tanto di sanzioni in caso di violazione delle clausole. Se tutto va bene, alla fine nasce quello che viene chiamato il “global baby” (“bambino globale”), assemblato, per fare un esempio, con seme danese e ovocita ucraino, incubato in un utero indiano e infine portato in patria dai genitori sociali inglesi con i quali vivrà e crescerà. Le combinazioni dei “global baby” sono praticamente infinite e le loro famiglie appaiono variabili e fluide: si va da uno a cinque genitori – tra biologici, sociali e surrogati – a solo due madri, solo due padri o due madri e due padri contemporaneamente, fino alle combinazioni più assurde dove il padre sociale può essere una donna che ha cambiato sesso o – nel caso in cui si sia fatto ricorso alla “procreazione collaborativa”[3] – la madre può essere allo stesso tempo anche la nonna o la sorella, il padre anche il fratello o il nonno.

Dal mercato della provetta è sortita una nuova e controversa figura “umanitaria”, quella del donatore seriale, un uomo che per “altruismo” (più verosimilmente per necessità economiche o manie di onnipotenza), diventa padre biologico di molte decine di figli e produttore di altrettanti fratellastri sparpagliati per il mondo. Tra i pochi noti, in mezzo a tanti pluripadri anonimi identificati solo da un numero, spiccano l’avvocato americano Ben Seisler, che nel 2005 era già arrivato a quota 75 figli, e l’olandese Ed Houben, attualmente padre biologico di 98 figli, di cui alcuni ottenuti con “inseminazione donogena diretta” – secondo le sue parole – ovvero rapporti sessuali veri e propri con le aspiranti madri, lesbiche comprese, perché – afferma il prodigo Houben – anche loro hanno diritto al figlio.

utero-in-affittoDal mercato della provetta sono nate anche nuove forme di sfruttamento e di schiavitù nei confronti di donne povere e bisognose che, per necessità economiche, accettano di affittare il proprio utero o di sottoporsi a pericolose stimolazioni ovariche al fine di produrre gli ovociti necessari a soddisfare la crescente domanda di mercato. Uno scenario mondiale che va dalle studentesse americane – raccontate nel documentario  “Eggsploitation” -, che hanno perso la vita o compromesso per sempre la salute a causa delle “bombe ormonali” a cui si sono sottoposte per produrre gli ovociti. Alle donne povere dell’Europa dell’est – bisognose di denaro per pagare le bollette di casa e sfamare i propri figli – che per la misera cifra di 300 dollari rischiano pericolosamente la vita sottoponendosi a stimolazioni ovariche ripetute. Alle poverissime donne indiane, vietnamite, tailandesi e nepalesi che incubano i bambini dell’Occidente sterile e capriccioso dove il figlio è diventato un nuovo e sacrosanto diritto garantito a single, coppie sterili e gay.

Dall’eterologa deriva anche il fenomeno delle mamme-nonne, di donne cioè che pur essendo già in menopausa e in là con gli anni, riescono a diventare madri partorendo un figlio o addirittura dei gemelli, grazie all’acquisto di un’ovocita “giovane” e allo sperma del marito o di un donatore. Donne dai cinquant’anni in su, e dai sessanta e oltre (61, 63, 66, 67 anni) fino al record di 70 anni detenuto da due donne indiane. I bambini che nascono rischiano di ritrovarsi presto orfani, o con genitori vecchi e bisognosi di tutto quando sono proprio loro, i figli, ancora molto giovani e per questo necessitanti dell’aiuto e del sostegno degli adulti.

Il divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 e vigente fino a qualche mese fa e il divieto di utero in affitto, tuttora valido, non ha impedito a coppie italiane (etero o gay, giovani o anziane) e single, di fabbricarsi figli su misura all’estero divenendo genitori a tutti gli effetti, nonostante la violazione della legge italiana. Anche nel nostro Paese, quindi, ci sono genitori-nonni che stanno crescendo bambini fabbricati con gameti reperiti al mercato globale e destinati a rimanere presto orfani; e bimbi di coppie gay e lesbiche, usciti da uteri affittati in America, o provenienti da inseminazioni artificiali in Spagna o Danimarca, che stanno crescendo privati della figura paterna o materna. Un fenomeno ancora marginale ma che, dopo le recenti aperture della Corte costituzionale, appare destinato a espandersi.

01 i nuovi mostri della vita in provettaIn conclusione, la liceità della fecondazione extracorporea, cioè dell’estrapolazione della fecondazione dal suo luogo naturale (il corpo della donna), con manipolazione dei gameti e creazione della vita in laboratorio, ha originato situazioni mostruose e contro natura, e ha aperto scenari inquietanti che definire far west appare eufemistico. Un panorama aberrante dove l’embrione, il piccolo d’uomo, è manipolato, abusato e ucciso in quantità industriale, e i pochi figli che riescono a nascere, sopravvivendo all’uccisività intrinseca delle tecniche, si ritrovano sempre più spesso a fare i conti con radici patchwork sparpagliate per il mondo e ignote, e a crescere privati di una figura genitoriale essenziale all’interno di famiglie che si dicono “arcobaleno” ma che, di fatto, sono tutte monocolore (due uomini, due donne).

E allora, anziché fare un passo in avanti, dichiarando incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa, sarebbe stato molto più saggio farne uno indietro, dichiarando illecita la fecondazione extracorporea tout court, per gravi violazioni del Diritto naturale.

I frutti cattivi, velenosi, mortali, aberranti prodotti dalla legge 40 attestano la sua iniquità, e confermano la malvagità che si cela nella scelta del “male minore”, una scelta immorale che va denunciata forte e chiara, come fa Massimo Micaletti, avvocato specializzato in diritto europeo e bioetica:

“Bisogna denunciare forte e chiara la forma mentis di rinuncia, di compromesso, che ha abbassato – e di parecchio – l’asticella e che ha portato chi dovrebbe essere sprone etico alle recalcitranti forze politiche a divenire entusiasta o sollevato sostenitore di soluzioni omicide che eticamente insostenibili divengono per chissà quale motivo praticabili de iure condendo. Questa mentalità c’è ed è innegabile e ne è l’ennesima prova il fatto che, una volta ‘ottenuta’ la legge 40, nessuno di coloro che l’avevano sostenuta e promossa come ‘male minore’ si è più impegnato per modificarla, monitorarla, eroderla, a tutela del concepito. Ci si è limitati al più ad alzare qualche grida allorché i prevedibilissimi interventi della Corte costituzionale e di qualche magistrato ‘all’avanguardia’ hanno aperto varchi nel muro di cartapesta che il Parlamento aveva confezionato e che qualcuno, sordo a continui ed autorevolissimi richiami, aveva scambiato per un inespugnabile bastione. […] E non regge l’obiezione per cui la scelta del ‘male minore’ è obbligata e praticabile perché non esiste un clima politico e culturale favorevole ad una integrale tutela della Vita: questo clima non esisterà mai se coloro che devono promuovere la vera cultura della Vita si adagiano, si adeguano, scelgono una via mediana che è poi sempre via mediocre. Non si predica il male minore perché la cultura della Vita è debole; è piuttosto la cultura della Vita che è debole perché si predica il male minore”.

[1] Ho approfondito l’argomento degli assalti giudiziari rivolti contro la legge 40 nel seguente articolo: “Le manovre, i ricorsi e le sentenze all’attacco della legge 40: un riepilogo e alcune considerazioni”, Libertà e Persona, 10 aprile 2015.

[2] Ho approfondito l’argomento del neo far west della provetta, in Italia e nel mondo, nel seguente articolo: “I ‘nuovi mostri’ della vita in provetta”, Libertà e Persona, 10 luglio 2015.

[3] Nella “procreazione collaborativa” o Imar (Intrafamilial medically assisted reproduction), i gameti o gli uteri sono forniti dai parenti. Si tratta di un espediente a cui si ricorre per superare i tempi di attesa e gli ingenti costi economici del mercato procreativo.

 

 

 

 

 

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