Terra di nessuno

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Cento anni dalla Prima Guerra Mondiale: se c’è ancora qualcuno intenzionata a celebrare la ricorrenza in pompa magna consiglio la lettura di questo classico di Eric J. Leed, Terra di nessuno, saggio che analizza la Grande Guerra da un punto di vista psicologico. Niente cronologia, niente cause o descrizioni di battaglie, solo analisi dell’immaginario personale ed emotivo attraverso le testimonianze dei protagonisti (spesso intellettuali e uomini di lettere).

Già dal titolo il volume fa riferimento al non-luogo più celebre, lo spazio tra le trincee che ha rappresentato l’incubo di chi quella guerra l’ha combattuta

e ha costituito la linea di demarcazione tra ciò che stava al di qua del reticolato (il noto, il familiare, l’amico) e ciò che stava al di là (l’ignoto, il perturbante), vero e proprio rito di iniziazione per un’intera generazione che spesso proveniva direttamente dai banchi di scuola. Tanto che questa “terra di nessuno” venne a crearsi anche nell’animo di chi ci si trovò dentro. E dire che la guerra nel 1914 era iniziata romanticamente carica di utopie e speranze, innanzitutto quella di una rigenerazione e rivoluzione della società moderna e della morale borghese, di una liberazione dall’industrializzazione e dallo sfruttamento economico, realizzando virtù ormai obsolete e sfuggendo a una carriera che non si era scelta; sogni che cozzarono subito con una realtà del tutto diversa, quella della guerra di logoramento, della vita di trincea e del tritacarne meccanizzato (la Prima Guerra Mondiale fu la prima guerra tecnologica della storia, che dimostrò la schiacciante superiorità dei mezzi sugli uomini) e spersonalizzò completamente l’individuo, ridotto in rifugi angusti e invivibili, integrato in una massa anonima perennemente a contatto con i cadaveri, il sudiciume, il fango, i topi, i parassiti. Costringendo i soldati a farsi invisibili per sfuggire a un nemico invisibile, il fronte rappresentò il confondersi della linea di demarcazione tra la vita e la morte, con la vita di trincea che equivaleva a una sospensione della vita e la sensazione di vivere in un’allucinante precarietà che produceva confusione ed esaurimento psichico e che trovava espressione nella metafora del labirinto (quello delle trincee, costruite, sconvolte, riparate, cancellate e di nuovo ricostruite); senza dimenticare che la vita di trincea richiedeva che i soldati si facessero operai per svolgere mansioni contrassegnate da fatica, sporco e costrizione, con il conseguente declassamento e l’accettazione di divenire uno qualsiasi nella meccanica quotidianità di una vita industrializzata (si facevano i turni come in fabbrica).

In questo modo la guerra si concretizzò in una proletarizzazione forzata ed «eclissò ogni tipo di dignità e valore e precipitò il soldato in un mondo senza possibili uscite che non fossero le ferite, la morte, o la nevrosi». Anche il cameratismo, visto nelle intenzioni come fattore in grado di disgregare le differenze sociali per una nuova eroica realtà, in realtà livellò verso il basso le classi rendendo tutti uguali e sottomessi all’autorità («l’uguaglianza della truppa, l’uniformità di condizioni, la proletarizzazione assoluta del soldato non nascevano certo da una presa di coscienza di classe, bensì dalla marginalità del soldato stesso e dalla sua totale impotenza nei confronti dell’autorità e della tecnologia»). In alcuni casi, anzi, il cameratismo fece deflagrare gli odi di classe e il razzismo endemici nella società borghese: è il caso (diffuso soprattutto nell’esercito tedesco) dei volontari altoborghesi presi di mira dal resto della truppa per la loro provenienza e la loro idea di autorealizzarsi attraverso la virtù e il sacrificio nel corpo collettivo della nazione (mentre per il soldato-operaio del popolo la guerra era un qualcosa a cui bisognava cercare di sopravvivere).

Tutti questi fattori fecero sì che i soldati in licenza non riuscissero a spiegare e raccontare la guerra a chi a casa non la viveva, e questo atteggiamento durò fino alla Grande Depressione, quando la memorialistica di guerra divenne un genere estremamente popolare: la Depressione aveva fatto sì che la popolazione fosse vittima e ridotta a un livello di abiezione e miseria con cui l’ex soldato poteva immediatamente identificarsi. La guerra difensiva (combattuta sempre in linea) produsse in chi la combatté una personalità difensiva, modellata sull’identificazione con le vittime di aggressori impersonali come le granate e i gas; ben presto, inoltre, si scoprì che il nemico disumanizzato dalla propaganda era uguale a sé, e si registrarono molti casi di empatia e taciti accordi reciproci di coesistenza nella vita di trincea e di temporanea cessazione delle ostilità, forse risultato di una solidarietà umana ma anche dell’alienazione e della percezione di una mancanza di scopo. Leed analizza poi il mito, le fantasie, le leggende create dalla guerra, interpretandole alla Malinowski come funzionali a certe esigenze della realtà sociale e culturale, ma soprattutto alla Lévi-Strauss, per cui i miti alleviano le contraddizioni ristrutturando gli elementi di conflitto della realtà: in questo caso, il mito sarebbe servito per colmare il gap fra le aspettative iniziali e la sconcertante realtà di fatto della guerra.

Segnala quindi l’alternanza di temi bucolici e tecnologici, entrambi positivi e negativi, a seconda che si fosse in prima linea o nelle retrovie, e le fantasie legate al cielo, unica fonte di fuga, al volo e agli aeroplani, che permettevano il recupero di quelle aspettative di avventura, distinzione personale e liberazione che la guerra aveva frustrato («Gli aviatori apparivano come antichi cavalieri che, attraverso il loro rapporto privilegiato con le macchine, avevano riguadagnato l’antico status elitario e la loro superiorità sulla massa pidocchiosa delle trincee»); ma furono soprattutto la violenza e l’imprevisto a portare i combattenti verso forme di pensiero e di comportamento magiche, irrazionali e scaramantiche, che non di rado degenerarono in patologie e nevrosi, che il più delle volte venivano curate in chiave punitiva che incolpava il soldato di essere venuto meno al suo dovere. Da segnalare infine l’ultimo capitolo sui reduci che, bombardati per quattro anni dal nazionalismo, alla fine della guerra abbandonarono un fronte isolato che rivendicava il titolo di “nazione” per fare ritorno in un paese che aveva abbandonato quegli ideali, non riuscendo mai a reinserirsi pienamente o prendere posizione dal punto di vista politico, ma continuando a subire le decisioni di altri e trovando nel ricorso alla violenza l’unico modo per essere ascoltati. Un libro che è un bel pugno nello stomaco per tutti, soprattutto per chi si riempie ancora la bocca di retorica patriottarda.

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