Teologia e scienza

nitti

da: http://www.storiaechiesa.it/

Giuseppe Tanzella-Nitti è laureato in Astronomia presso l’Università di Bologna (1977), si è dedicato per alcuni anni alla ricerca scientifica nel campo della radioastronomia e della cosmologia, svolgendo la sua attività come ricercatore CNR presso l’Istituto di Radioastronomia di Bologna e poi come astronomo all’Osservatorio Astronomico di Torino.

È stato co-autore del primo Catalogo Generale di Velocità di Radiali di Galassie (A Catalogue of Radial Velocities of Galaxies, Gordon and Breach, New York 1983).

Oggi è sacerdote e ordinario di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università della Santa Croce e direttore del Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede (www.disf.org).

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Giuseppe Tanzella-Nitti intervistato da Morgan Freeman per un programma della National Geographic

Riportiamo un brano di grande chiarezza, tratto da alcune sue considerazioni sulla concezione cristiana della natura come fattore di sviluppo del pensiero scientifico:

La teologia ha solitamente dedicato maggiore attenzione alle implicazioni sul piano filosofico della dottrina della “creazione nel Verbo” mostrando ad esempio, fin dai tempi di sant’Agostino, in cosa il Logos cristiano si differenziasse dal Logos dei neoplatonici o degli stoici. In realtà non va dimenticato che anche sul piano della razionalità scientifica le conseguenze di un universo creato nella Parola e per mezzo della Parola sono molteplici e assai significative. Come abbiamo già osservato, un mondo creato per mezzo della Parola possiede una precisa carica dialogica, è sede di intenzionalità e di significato. La persona umana, perché creata a immagine e somiglianza di Dio, è abilitata a riconoscere questo significato e a decifrarne l’informazione. L’universo diviene pertanto un luogo di dialogo fra Dio e l’uomo. A questo dialogo lo scienziato partecipa a pieno titolo, non di rado inconsapevolmente, tutte le volte che riconosce nella natura non solo una razionalità e un’intelligibilità oggettiva, un logos ut ratio, ma anche un’alterità, un logos ut verbum, che nella dinamica della ricerca e della scoperta pare imporsi alla sua attenzione come una sorta di “rivelazione”, suscitando riverenza e stupore.

È stato rilevato da più autori che la teologia cristiana della creazione ha influito positivamente sullo sviluppo del pensiero scientifico. «Ci sono ancora persone – affermava Thomas Torrance – che guardano con sospetto il suggerimento che la fede di un Newton o di un Maxwell possa aver avuto un’influenza sui punti fondamentali della formazione delle loro teorie scientifiche. Eppure, la storia del pensiero occidentale mostra che in realtà lo sviluppo della scienza naturale non si può separare da idee fondamentali che derivano dalla tradizione giudeo-cristiana. C’è un’interazione più profonda tra la teologia e la scienza di quanto ci si renda conto di solito». In cosa consiste, propriamente, l’influenza di cui parla qui Torrance?

In primo luogo l’aver favorito che la natura, oggetto di studio scientifico, assumesse un carattere di oggettività e di autonomia. Fin dai primi secoli, le formulazioni dogmatiche dell’incipiente teologia trinitaria insisteranno sul fatto che il Verbo-generato mantiene la sua piena distinzione dal mondo-creato: tutte le cose sono fatte nell’unico Verbo, «per quem omnia facta sunt», ma Egli è «genitum, non factum» (DH 150). Pertanto, la natura non è divina: essa non procede da Dio come invece il Figlio, lui che è Dio da Dio. Si può far scienza ponendosi di fronte alla natura oggettivamente, come qualcosa di autonomo, la cui razionalità è effetto della causalità esemplare e finale di un Logos che non si identifica con essa. Ne viene esclusa ogni forma di panteismo, ma anche ogni tentazione dualista. La creazione procede ex nihilo e ciò assicura che il suo principio esemplare è unico, non il risultato di una dialettica fra spirito e materia, fra luce e tenebre, fra ordine e chaos, in definitiva fra il bene e il male. Non vi sono altre logiche che reggono le sorti del cosmo se non quella del «Logos che si è fatto carne» (Gv 1,14).

Una seconda importante influenza riguarda la fiducia nella razionalità e nell’ordine della natura. Si tratta di proprietà che derivano con naturalezza dalla fede in un Creatore intelligente, di cui l’intelligibilità del cosmo sarebbe come il riflesso. Si tratta di un tema che continua al giorno d’oggi a sorprendere non pochi scienziati, stupiti della «irragionevole efficacia della matematica». Sarebbe sempre possibile ipotizzare un universo che non avesse la proprietà di essere così facilmente matematizzabile come il nostro. Ma sarebbe certamente assai più difficoltoso fare della Fisica in un universo dove le principali leggi fisiche non possedessero integrali convergenti, non fossero rappresentabili con leggi scientifiche semplici; o dove la geometria dello spazio, ad esempio, non consentisse ai potenziali radiali di decrescere con l’inverso della distanza o alla legge di gravità di essere regolata dall’inverso del suo quadrato, tutte condizioni che si danno invece nel nostro universo, facilitando l’onere di comprenderne e di rappresentarne le leggi. Sebbene la mente umana eserciti una evidente proiezione dei suoi canoni all’interno del mondo fisico, cercando di matematizzarlo, questo deve essere al contempo matematizzabile. Esistono ragioni per rifiutare l’idea che sia unicamente lo scienziato ad imporre un simile ordine nella natura. Il linguaggio della razionalità scientifica, della logica come della matematica, non è un idioma totalmente convenzionale, uno fra i tanti possibili. «Le cose stanno in modo esattamente opposto – osserva John Polkinghorne –. I fisici padroneggiano faticosamente le tecniche matematiche perché l’esperienza ha insegnato loro che esse costituiscono la via migliore, anzi l’unica, per capire il mondo fisico. Scegliamo quel linguaggio perché è l’unico col quale il cosmo ci parla».

Se tutta la creazione rispetta la logica di un Verbo fonte di razionalità e di intelligibilità, allora devono esistere delle categorie interpretative capaci di abbracciare tutto l’essere del mondo, nessuna parte esclusa. Ne deriva per tutto il cosmo una forte unità gnoseologica e caratteriologica, riconoscibile in ogni suo sottoinsieme, con evidenti conseguenze sul piano della comprensione scientifica globale. Solo in un simile uni-verso le categorie di identità e di universalità, così importanti per l’analisi delle scienze, divengono davvero significative. Con esse diviene possibile sia il processo di deduzione di proprietà su larga scala partendo dall’osservazione di proprietà locali – come si usa fare, ad esempio, nella cosmologia contemporanea –, sia la ricerca di princìpi o di proprietà globali e unificanti. Non desta allora più sorpresa la “comprensibilità” dell’universo, cosa che suscitava la meraviglia di Albert Einstein, e neppure il fatto che le medesime particelle elementari siano tutte rigorosamente identiche, in qualunque punto del cosmo esse si trovino, un fatto su cui John Barrow suggeriva recentemente di riflettere”1.

1G. Tanzella-Nitti, Teologia e scienza. Le ragioni di un dialogo, Paoline, Milano 2003; capitolo II: Il libro della natura e i suoi rapporti con la Rivelazion

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