Sei considerazioni sul Family day

circo

Quelle che seguono sono alcune considerazioni a caldo sul Family Day del 30 gennaio.

Numero uno. Circo Massimo pieno doveva essere e circo Massimo pieno è stato, il resto sono chiacchiere. Lo faccia il PD del magnifico Renzi un raduno al circo massimo di queste proporzioni senza pagare i pullman, lo facciano le associazioni LGBT senza concerti gratis delle stars del gay system, lo faccia la Camusso senza pagare il primo e il secondo.

Numero due. Volevano i cattolici adulti? E cattolici adulti hanno avuto. Ormai il popolo cattolico non ha più bisogno di attendere che sia la gerarchia ecclesiastica ad attivarsi. Questa è la grande differenza tra il Family Day 2007 e i due Family Day 2015 e 2016. Si tratta di un dato che terrorizza le gerarchie più attente all’otto per mille che al Vangelo. Hanno provato a soffocare a giugno e non ci sono riusciti, allora in questa occasione hanno provato ad annacquare e hanno nuovamente fallito.

Numero tre. Viva i “No”. Il riflesso pavloviano dei vescovi inciucioni comanda loro un linguaggio ovattato, loro sono “per”, mai “contro”. Sono per la vita,

non sono contro l’aborto, dunque vogliono foto di bambini, ma guai alle foto dei feti abortiti. Sono per la famiglia, non sono contro lo pseudo-matrimonio gay. Sono sempre per le scelte condivise ed aborrono gli strappi. La prima pagina di Avvenire del dopo Family Day è in questo senso un archetipo. Il versetto 37 al capitolo 5 di Matteo lo hanno sbianchettato nell’ultima parte. Anche per questo dunque avrebbero voluto controllare il Family Day con un bel discorsetto sulla bellezza della famiglia, ma senza che nessuno parlasse male della Cirinnà, come se la gente accorsa da tutta Italia con grandi sacrifici e figli al seguito avesse bisogno di un pistolotto soporifero sulla gioia che sperimentano concretamente in famiglia pur nella fatica di tutti i giorni. Votati a tramare, hanno il terrore delle manifestazioni che non controllano e buttano all’aria i loro affari. Ma nonostante tutti i loro sforzi e le pressioni, anche su questo al Circo Massimo hanno sbattuto, non solo il No alla Cirinnà, ma il No a Renzi è stato netto è chiaro.

Numero quattro. Il giochino politico di NCD il popolo del Family Day non se l’è bevuto. L’unica azione davvero seria sarebbe stata dire a Renzi: “senti, bello mio, o ritiri il ddl Cirinnà, o il governo lo fai con Verdini e Grillo”. Ma Alfano ha il deretano attaccato alla poltrona con la fiamma ossidrica, terrorizzato dal suo destino politico preconizzato dai sondaggi. Immagina che la gente possa abboccare credendo nella sua falsa opposizione pagata in anticipo da Renzi con una serie di poltrone? Il ministro dell’interno ha lanciato l’amo della promessa referendaria, ma pensa davvero che un gruppo che ha mobilitato in due settimane un popolo come quello del circo massimo abbia bisogno dei numeri da prefisso telefonico dell’NCD?

Numero cinque. Al Family day 2015 pochi vescovi avevano aderito, poche anche le associazioni, ma la discesa di Kiko e il Cammino ha sbaragliato le sorti come il ritorno del re nella nella saga di Tolkien. Diciamolo francamente gli altri leaders non hanno fatto una bella figura. Questa volta i vescovi sono stati molto più numerosi ed uno di loro ha persino abbandonato il consueto distacco partecipando in prima persona. Alcune associazioni hanno sentito la pressione della base e l’hanno fatta defluire in sostegno orante alla manifestazione. Il gruppo dirigente di CL appare ormai organico al cerchio magico di Renzi e dunque il popolo del Gius fa da sé. Ma le dirigenze associazionistiche devono stare attente, perché un generale che non scende in battaglia ad aiutare gli alleati, è visto come un codardo anche dai propri uomini.

Numero sei. Le prospettive sulla Cirinnà sono aperte. #Renziciricorderemo dà il senso dell’impegno futuro. Portare il popolo della famiglia a contrastare la megalomania di Renzi e il giacobinismo pentastellato in una grande alleanza che faccia risorgere il paese. Non sempre i leaders scendono dall’alto, talora emergono durante la battaglia. Sono uomini e donne normali, a cui un popolo cinge i fianchi per portarli dove non vogliono.

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