Le “unioni civili” problema non di diritto ma antropologico

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1) La questione del riconoscimento delle “unioni civili” non è un problema primariamente di diritto ma antropologico.
2) Due sono le prospettiva antropologiche in campo: da una parte chi ritiene che la ragione umana possa riconoscere un ordine che non è lei ad aver posto ed attraverso la cultura sviluppare la capacità di adattarsi al meglio alla dimensione naturale; dall’altra l’idea che l’uomo sia solo cultura, ovvero figlio della sua mutevole e evolutiva dimensione soggettiva e che la stessa natura sia, di fatto, un suo prodotto: un uomo che non riconosce più la realtà adattandosi ad essa, ma che pretende di fondarla e crearla.
3) Se la ragione diventa, come dire, uno strumento obsoleto per guardare alla natura antropologica non rimangono che i sentimenti,

assunti ad unico ed indistinto criterio di giudizio e di azione.
4) Questa visione antropologica fa sì che si possa pensare che ad ogni sentimento debba essere garantito un diritto.
5) Nella sua prospettiva antropologica tradizionale il matrimonio è un istituto giuridico fondato sul diritto naturale (e che precede ogni società costituita), ovvero su qualcosa che l’uomo e la donna hanno scoperto e non inventato: la possibilità che la loro unione sia feconda, ovvero necessaria alla sopravvivenza della specie.
6) Inteso in questo senso le leggi sul matrimonio hanno per lo più garantito nella storia il riconoscimento di questo fondamentale stato della natura. Per dirla come le parole del filosofo del diritto De Goytisolo, il legislatore va inteso come un “legere”, ossia come colui che “legge” la realtà e attraverso il “diritto positivo” la rispetta e la tutela.
7) Se invece, come accade oggi, il legislatore diventa un “facere”, ovvero colui che “crea” il diritto, sulla base non del riconoscimento di uno stato di natura ma su base “sentimentalistica”, accade che ogni sentimento, qualunque esso sia ha necessità di essere normato.
8) Ma il sentimento è un “bene indisponibile” sulla base del quale è impossibile stabilire limiti e validità. Nessuno può pretendere da un altro o imporre ad un altro nessun sentimento.
9) Venendo riconosciuto il sentimento come unico criterio fondante una famiglia diventa oggettivamente impossibile stabilire i limiti e il senso della famiglia stessa. Famiglia, con tutti i diritti e i doveri, diventa qualsiasi unione tra due o più persone che dichiarino di manifestare un sentimento reciproco.
10) Nel campo del riconoscimento del “diritto naturale” è la stessa Natura che pone dei limiti e sta all’uomo saperli riconoscere ed adeguarsi ad essi, mentre nel campo del “sentimentalismo” ogni limite diventa fastidioso moralismo. Ogni relazione, qualunque sia la sua prospettiva e la sua dimensione affettiva, ha il diritto di essere riconosciuta come famiglia, con tutto ciò che ne consegue.
11) Così facendo io potrei (non per assurdo, ma realisticamente!) “sposare” mio padre o mia figlia, o generare un nuovo nucleo familiare di più individui (magari con due padri e due madri o con tre padri, ecc). Se è vero che “famiglia è dove c’è amore” nessuno si potrà permettere di giudicare le scelte altrui.
12) Venendo meno il concetto di “Legge Naturale” e di “Diritto Naturale”, tutto diventa coerentemente permesso.
13) È per questo che un conto è il riconoscimento pubblico di una convivenza come il matrimonio fra un uomo ed una donna, basato sulla dimensione affettiva (elemento soggettivo) e sulla possibilità della procreazione (elemento oggettivo), mentre altro è il riconoscimento di diritti personali per individui, che differentemente dal matrimonio (così come è inteso anche nella nostra Costituzione), basano la loro unione esclusivamente sul sentimento (elemento soggettivo).

Postilla
Lo stato ha sempre cercato (anche se ultimamente latita pesantemente su questo aspetto) di tutelare la famiglia attraverso sgravi fiscali, benefici e quant’altro per il semplice fatto che dall’idea di famiglia naturale, ovvero dalla possibilità della procreazione che sola essa garantisce, dipende la vita stessa dello Stato e del destino del mondo. Se un domani (che per molti aspetti è già un oggi) lo Stato si troverà a dover contribuire per il sostentamento di famiglie che per la loro conformazione sono di fatto infeconde, dovrà suddividere la spesa per la famiglia anche per quei nuclei che non possono contribuire al benessere primario di un Paese: fare figli.

 

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