Lettera aperta a Don Carron

carron

Caro don Carron,

mi permetto una esegesi del suo scritto, pubblicato sul Corriere della Sera del 24, in relazione alla legge sulle unioni civili.
Noto anzitutto, anche se dovrebbe essere la conclusione, che Lei su tale legge non ha nulla da dire, non ha alcun parere, alcun giudizio da dare.
Se per don Giussani ogni avvenimento può essere giudicato alla luce dell’Incontro con Cristo, per lei ciò di cui parla tutto il paese non merita un giudizio chiaro, inequivocabile.

Ma veniamo al suo scritto. Lei inzia così:
Caro direttore, dopo mesi di discussioni intorno alle unioni civili, il disegno di legge Cirinnà approda in Parlamento, scatenando una nuova manifestazione di piazza, anzi due, una a favore e una contraria. Chi sostiene il progetto reclama il riconoscimento di nuovi diritti; chi vi si oppone lo fa per difendere diritti tradizionali. Qual è la causa dell’asprezza dello scontro in atto? Una parte dell’opinione pubblica rivendica questi nuovi diritti come una conquista di civiltà, un’altra li considera un attentato ai valori fondanti la civiltà occidentale. Perciò intorno ad essi si producono fratture sociali e conflitti politici che sembrano insanabili. Perché tanto fascino e tanta avversione?

Diciamo subito che abbiamo categorie diverse. Chi si oppone al Cirinnà non vi si oppone per difendere “diritti tradizionali”, ma diritti naturali. Non scendiamo per difendere la pastasciutta contro il cus cus, nè i canederli contro

i tortellini.

La famiglia fatta da uomo, donna e figli, è la famiglia voluta da Dio; per chi non crede in Dio, è la famiglia come la natura la ha voluta. Infatti non si dà un bambino da Adamo ad oggi che non sia nato dal rapporto tra un uomo e una donna, tra un ovulo e uno spermatozoo.

Poi lei prosegue nella incomprensione di ciò che è oggi in gioco, parlando di “valori fondanti la civiltà occidentale”. La famiglia non è un valore “occidentale”, ma umano; riguarda, lo ribadisco, la natura, e il progetto di Dio sull’uomo. Promuoverla e difenderla significa dunque difendere l’umano; l’umano così come Dio lo ha voluto.

Prosegue:
Domandiamoci da dove traggono origine i cosiddetti nuovi diritti. Ciascuno di essi pesca, in ultima istanza, in esigenze profondamente umane: il bisogno di amare e di essere amati, il desiderio di essere padri e madri, la paura di soffrire e di morire, la ricerca della propria identità. Ecco il perché della loro attrattiva e del loro moltiplicarsi, con la segreta aspettativa che l’ordine giuridico possa risolvere il dramma del vivere e garantisca «per legge» una soddisfazione dei bisogni infiniti propri di ogni cuore.

Davvero una lettura interessente, ma un po’ limitata. Nel Genesi il peccato non origina da esigenze “profondamente umane”, ma da una tentazione del serpente (il nemico dell’uomo). L’uomo è , costitutivamente, limitato, e riceve l’essere suo e del mondo; non ne è il padrone. La prima regola della morale cattolica è dunque il riconoscimento della realtà; solo risconoscendo la realtà per ciò che è, per come Dio la ha disegnata, l’uomo può diventare felice.

Ebbene la realtà creata è costitutivamente relazione, tra l’uomo e la donna, tra l’uomo, la donna e Dio. Relazione che genera nuova vita. Ridisegnare la famiglia, creando “famiglie” con due padri, con due madri, con due padri e due madri (coparenting gay), con due madri, una genetica e uan gestazionale, e due padri maschi adottanti… è un po’ più di quello che lei ha detto, con una lettura molto psicologica e poco teologica: è compiere di nuovo il peccato della Genesi. Cioè ritenersi dei. Voler disporre del bene e del male. Farsi padroni della realtà. Persino della realtà umana.

Prosegue:

La proposta Cirinnà nasce dentro questo contesto, con l’intento di rispondere al desiderio di un compimento affettivo tra persone dello stesso sesso che si legano tra loro, configurando nuove formazioni sociali e reclamandone il riconoscimento. Con tutto il rispetto dovuto al dibattito giuridico, qui mi preme sottolineare che a tema è sempre l’uomo e la sua realizzazione. Dietro ogni tentativo umano c’è un grido di compimento. Ma questo tentativo, per quanto sincero, è in grado di rispondere?

Qui lei propone prima un giudizio positivo del ddl Cirinnà, in quanto fondato sul “desiderio di un compimento affettivo tra persone dello stesso sesso”; per poi separare dibattito giuridico dal tema uomo. Quanto al primo punto forse avrebbe potuto notare che non si dà “compimento” nel rapporto con l’identico, ma con l’altro (ma capisco che il suo parlare è molto allusivo, e poco perentorio; bisognerebbe solo capire se, parlando delle verità fondamentali, esse possano davvero essere espresse in modo così nebuloso); quanto al secondo punto, separare il dibattito giuridico dall’antropologia, è come voler pesare mezzo polo vivo: una operazione impossibile. Il dibattito giuridico non può che essere fondato su una visione antropologica.

La visione antropologica della Cirinnà è assai chiara: poichè Dio non esiste, la natura umana non esiste, il bene e il male non esiste, ogni combinazione affettiva-sessuale che sia, è buona. L’impianto della Cirinnà è dunque, totalmente, anticristiano; anti razionale; anti-umano. Non mira al compimento, ma all’autosufficienza dell’uomo. Nega, per citare don Giussani, la sua natura di medicante. Afferma l’arbitrio del più forte, l’adulto, sul più debole, del ricco, che può pagare, sul povero (chiamato ad affittare il suo stesso corpo, non per una sera, ma addirttura per nove mesi)

Arriviamo ad un altro passaggio:

L’insoddisfazione può essere risanata con l’approvazione di una legge? Tanti credono di sì. Questo spiega la lotta accanita per approvarla. D’altra parte, chi ritiene che questo mini le basi della società si oppone spesso con lo stesso accanimento, senza riuscire a sfidare minimamente, anzi, alimentando, la posizione che combatte.

Qui, lasciando penetrare finalmente un qualche velato giudizio, si dice che l’accanimento di chi vuole disfare la famiglia, e l’accanimento di chi la difende, sono sostanzialmente equivalenti; l’accanimento di chi, in nome della forza, cambia il diritto naturale e divino, per poi esercitare la forza sulle donne che affittano gli uteri e i bambini che non possono reagire, e l’accanimento di chi chiede che ogni bambino nasca dall’amore di due genitori, sarebbero equivalenti. Opposti estremismi.

Di più: lei non dice che le rivendicazioni cattive presenti nel Cirinnà generano reazioni che possono essere scomposte nei difensori della famiglia naturale (concetto che potrebbe essere comprensibile), ma ribalta l’accusa: sono soprattutto coloro che non vogliono il Cirinnà, in parlamento o in piazza, ad alimentare la posizione che combattono. Il che significa che dei due estremismi ve n’è uno più colpevole: quello dei laici cattolici, di Bagnasco, dei vescovi italiani…

Il loro atteggiamento rafforzerebbe la posizione opposta: spingerebbe gli Scalfarotto a proporre leggi liberticide, i gay ad intensificare il ricorso all’utero in affitto ecc…

Veniamo all’ultimo punto. In mezzo ad un linguaggio ambiguo, così lontano da quello biblico (Maschio e femmina Dio li creò…, per non parlare di san Paolo…), così lontano dal magistero di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, ed anche a certe dichiarazioni di Francesco (il matrimonio gay come “invidia del demonio”), lei propone come soluzione il rapporto d’amicizia. Di fronte ad un problema sociale, ad una legge, ad un dibattito pubblico, l’intimismo della relazione privata, apolitica.

Come il rapporto di amicizia che quella coppia ha offerto all’amico omosessuale, che lo ha portato a dire: «Sarebbe bello vivere il lavoro e i rapporti come li vivete tu e tua moglie. Siete speciali in un modo normale. È bello parlare con voi». E poi ha chiesto: «Come fate a vivere così?».

Bellissimo. Grazie! Credo purtroppo che questo insegnamento che lei vuole darci, lo abbiamo compreso già tutti. Anche i più limitati

Nessuno di noi crede nella potenza salvifica unicamente delle leggi; neppure in quella delle piazze; ognuno di noi sa che ci è chiesta una testimonianza giorno per giorno, con la massima carità possibile.

Ma questa vita quotidiana, questa testimonianza quotidiana, non ci chiude nei ghetti. Quando il paese discute, in parlamento, in tv, nei giornali, un cattolico non è chiamato farsi da parte, a scomparire.

Non è meno cittadino, meno animale politico, meno deputato o senatore (se si trova ad essere deputato o senatore), di tutti gli altri.

Ha la stessa natura umana; la stessa ragione; la stessa origine e lo stesso destino. Magari non ha la stessa fede, ma questa, lungi dal rinchiuderlo, lo trascina verso.
Lei è contro il Family day, e non offre alcuna posizione chiara ai deputati cattolici chiamati ad esprimersi. Spiega che il “vero contributo” dei cattolici esulerebbe del tutto da una posizione pubblica, culturale, politica.

Ma educati dai pontefici di ieri e di oggi, dalla dottrina sociale della Chiesa, i laici cattolici sanno bene cosa stanno facendo: scenderanno in piazza per difendere la natura umana; la possibilità vera di compimento; la possibilità dell’incontro tra uomo e donna; il diritto dei deboli, i figli, ad essere amati come Dio e la natura vogliono… per dare una testimonianza, non di odio, ma di amore: per dire, nel Ventesimo secolo, che l’amore non è mai pretesa di diritti inesistenti, ma presenza vera, amorevole, umile, obbediente, nella realtà donata.

L’altro sesso è la realtà donata da Dio ad Adamo; i figli sono la realtà donata, da Dio ai genitori. Dirlo, significa implicitamente dire Dio e dire uomo, nel senso più pieno.

Nessuno stravolga questa realtà, questa struttura, questo genoma dell’universo umano; bisogna che sia chiaro, per le generazioni future: il potere vuole convincervi a seguire i capricci, a tramutare i desideri egoistici in leggi, a distruggere la alleanza naturale tra uomo e donna, tra uomo-donna e figli… ad autodistruggervi come uomini.

Se questo ai cristiani lo ha insegnato Cristo, dire questo è, in qualche modo, dire, testimoniare Cristo; è parlare al cuore di ogni uomo, perchè essendo ognuno di noi creatura dello stesso Dio, ognuno può sentire, nella verità, una voce che gli parla.

I profeti, nell’Antico Testamento, avrebbero parlato forte e chiaro, facendosi anche dei nemici; i martiri  dei primi secoli non avrebbero indietreggiato, ben sapendo quante calunnie, insulti, incomprensioni la testimonianza possa provocare… Nessuno di loro, profeta o martire, avrebbe mai negato che accanto alla testimonainza quotidiana e silenziosa, vi deve essere, talora, quella pubblica

 

 

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