Il tonfo delle banche italiane e (la situazione) dell’economia

euro flagdi Giovanni Campari

Il tonfo delle quotazioni delle banche italiane avvenuto la settimana scorsa ha destato la preoccupazione di molti, che hanno cercato di interpretare il fatto in vari modi, dai più sensati ai più variopinti: fra i più divertenti abbiamo la lettura complottista della punizione a Renzi per aver battuto i pugni sul tavolo della Commissione Europea (magari avesse il coraggio di farlo davvero e non solo a chiacchere per mera propaganda interna!). Cerchiamo quindi di chiarire il punto, e di cogliere le vere problematiche, sia contingenti che strutturali.

Per prima cosa, le azioni bancarie erano già da qualche tempo in pericolo, in particolare dopo il fattaccio della risoluzione delle quattro banche commissariate (fra le quali la più famosa è banca Etruria), ma soprattutto per la condizione precaria della nostra economia (PIL in flessione da otto anni), che si riflette sulla qualità dei crediti erogati dalle banche e quindi sulla loro solidità.

In secondo luogo, all’inizio dell’anno la Banca Centrale Europea (che si occupa da novembre 2014 anche della salute delle banche europee), ha richiesto ad alcune delle più grandi banche italiane di fornire informazioni sui crediti in sofferenza (ovvero difficilmente recuperabili) e sulla gestione di questi ultimi da parte delle stesse. Il tutto per comprendere se e come le banche sono organizzate nella gestione di questa delicatissima componente del loro business, l’erogazione di credito; il mercato ha inteso questa richiesta della BCE come un intervento di emergenza, e così tra il 15 e il 18 gennaio i titoli bancari sono crollati. Persino Mario Draghi, presidente della BCE, è dovuto intervenire (e ben due volte: nel corso della conferenza stampa tenuta a Francoforte giovedì scorso e al World economic forum di Davos) per tranquillizzare i mercati: «In Italia c’è stata un’errata interpretazione della lettera-questionario inviato dalla Bce su come i Paesi stanno gestendo i crediti in sofferenza». Draghi ha riferito quindi che questo non avrebbe avuto implicazioni negative sulle banche italiane, facendo intendere che il comportamento dei mercati era dovito quindi alla confusione derivante dalle richieste di informazioni della BCE e dai loro potenziali effetti.

Infine, un ulteriore elemento che non ha contribuito a rasserenare i mercati sarebbe stato l’ennesimo scontro fra Roma e la Commissione Europea all’interno del dibattito (ancora in corso) relativo alla creazione di una bad bank, ovvero di un intermediario finanziario che aiuterebbe a migliorare la gestione dei crediti in sofferenza, la cui nascita è ostacolata dalla Commissione perché vi vedrebbe un aiuto di stato, vietato dai trattati europei.

Ricapitolando, i problemi delle banche italiane nascono da lontano, non da un fattore contingente come una richiesta di informazioni da parte della BCE, e richiederanno anni per essere risolti. Quindi, a parte le soluzioni contingenti al problema delle banche (fra le quali creazione di una bad bank, la deducibilità delle rettifiche sui crediti e lo snellimento delle procedure concorsuali), il punto centrale è il rilancio dell’economia italiana, data la natura prociclica dell’attività bancaria: se l’economia va bene le banche prosperano perchè erogano credito producendo interessi, mentre se l’economia va male le banche soffrono, a causa dell’incapacità di molte imprese di far fronte ai propri debiti bancari, che mette in difficoltà le banche stesse, le quali diventano più prudenti nell’offrire credito, a svantaggio delle aziende, aumentando il circolo vizioso.

La salute delle banche è quindi legata all’andamento dell’economia, la cui ripresa in questo contesto di stagnazione può essere favorita dall’aumento della domanda, ovvero spesa delle famiglie o dello Stato, investimenti delle imprese ed esportazioni.

Quindi, considerando che le imprese non investono perchè hanno aspettative negative circa l’andamento dell’economia (nonostante le manovre di Draghi, che non hanno ancora avuto effetti sostanziali – per usare un eufemismo); che l’intervento dello Stato è impedito dalla condizione precaria delle finanze pubbliche, gravate da un debito del 130% del PIL e vincolate al rispetto del Fiscal compact; che la domanda delle famiglie italiane è fiaccata da otto anni di recessione (ricordando comunque che le famiglie hanno attutito l’impatto della crisi grazie alla loro capacità di sostenere i propri componenti nel tempo impoveriti – cosa che andrebbe sottolineata al prossimo Family Day); e che il settore estero è gravato dal rallentamento della Cina, dal basso prezzo del petrolio e delle materie prime, e dalla svalutazione competitiva tra paesi, senza contare le turbolenze geopolitiche del medio oriente… le reazioni dei mercati sono comprensibili.

Fonte: La Croce Quotidiano, 26 gennaio 2016

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