Card. Erdo, Relatore Generale Sinodo: accoglienza, ma no comunione divorziati risposati

erdo(fonte: Osservatorio Sinodo 2015 NuovaBussolaQ)

Lungo internvento in aula del Relatore Generale, il cardinale ungherese Peter Erdo. Riportiamo di seguito alcuni significativi passaggi, secondo una suddivisione in paragrafi proposta dallo stesso Relatore (le sottolineature e i grassetti, per aiutare la lettura, sono nostri).

Cambiamenti antropologici

La persona alla ricerca della propria libertà, cerca spesso di essere indipendente da ogni legame, a volte anche dalla religione, che costituisce un legame con Dio, dai legami sociali, specialmente da quelli che sono connessi con le forme istituzionali della vita. (…)

Individualismo e soggettivismo

(…) bisogna evitare l’attuale tendenza a far passare quelli che sono semplici desideri, molte volte egoistici, come veri e propri diritti, negando allo stesso tempo la base oggettiva di qualsiasi diritto. (…)

Oltre a queste tendenze individualistiche ed anti istituzionali, si osserva pure il fenomeno di confondere o rendere incerti i confini di istituti fondamentali come il matrimonio e la famiglia. Anche questo contribuisce a far crescere l’individualismo che alla fine ne risulta causa ed effetto.

Misericordia e verità

Da questa intima connessione del sacramento del matrimonio con la realtà della Chiesa stessa discende che la comunità ecclesiale ha una sua vocazione ad aiutare anche quelle coppie e famiglie cattoliche che si trovano in crisi. Ha il dovere di farsi carico anche di quanti vivono in convivenze o situazioni matrimoniali e familiari che non possono trasformarsi in matrimonio valido e tanto meno sacramentale. «Consapevoli che la misericordia più grande è dire la verità con amore, andiamo aldilà della compassione. L’amore misericordioso, come attrae e unisce, così trasforma ed eleva. Invita alla conversione (cf. Gv 8,1-11)» (IL 67)

Famiglia ed evangelizzazione

La preparazione delle nozze, che impegna spesso l’attenzione dei nubendi a livello esteriore ed emozionale, deve essere arricchito mettendo propriamente l’accento sul carattere spirituale ed ecclesiale. Nella preparazione pastorale del matrimonio bisogna approfondire detti aspetti mettendo soprattutto in evidenza le proprietà essenziali del matrimonio a livello naturale e soprannaturale.

Famiglia, formazione ed istituzioni pubbliche

I cristiani devono cercare di creare strutture economiche di sostegno per aiutare quelle famiglie che sono particolarmente colpite dalla povertà, dalla disoccupazione, dalla precarietà lavorativa, dalla mancanza di assistenza socio-sanitaria o sono vittime dell’usura. Tutta la comunità ecclesiale deve cercare di assistere le famiglie vittime di guerre e persecuzioni.

Famiglia, accompagnamento e integrazione ecclesiale

Riguardo ai separati ed ai divorziati non risposati, la comunità della Chiesa può aiutare le persone che vivono dette situazioni nel cammino del perdono e se possibile della riconciliazione, può aiutare l’ascolto dei figli che sono vittime di queste situazioni e può incoraggiare i coniugi rimasti soli dopo un tale fallimento, di perseverare nella fede e nella vita cristiana ed anche «… di trovare nell’Eucarestia il cibo che li sostenga nel loro stato» (IL 118).

Riguardo ai divorziati e risposati civilmente è doveroso un accompagnamento pastorale misericordioso il quale però non lascia dubbi circa la verità dell’indissolubilità del matrimonio insegnata da Gesù Cristo stesso. La misericordia di Dio offre al peccatore il perdono, ma richiede la conversione. Il peccato di cui può trattarsi in questo caso non è soprattutto il comportamento che può aver provocato il divorzio nel primo matrimonio. Riguardo a quel fatto è possibile che nel fallimento le parti non siano state ugualmente colpevoli, anche se molto spesso entrambe sono in una certa misura responsabili. Non è quindi il naufragio del primo matrimonio, ma la convivenza nel secondo rapporto che impedisce l’accesso all’Eucarestia.

Per quanto riguarda la così detta via penitenziale, questa espressione si usa in modi diversi (cf IL 122-123). Detti modi necessitano di essere approfonditi e precisati. Questo può essere compreso nel senso della Familiaris consortio (= FC) di san Giovanni Paolo II (cf n. 84) e riferirsi a quanti divorziati e risposati, per necessità dei figli o propria non interrompono la vita comune, ma che possono praticare in forza della grazia la continenza vivendo la loro relazione di aiuto reciproco e di amicizia. Questi fedeli potranno accedere anche ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucarestia evitando però di provocare scandalo (cf IL 119). Tale possibilità è lontana da essere fisicista e non riduce il matrimonio all’esercizio della sessualità, ma riconoscendone la natura e la finalità, l’applica coerentemente nella vita della persona umana.

«In ordine all’approfondimento circa la situazione oggettiva di peccato e l’imputabilità morale, [giova] tenere in considerazione la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati della Congregazione per la Dottrina della Fede (14 settembre 1994) e la Dichiarazione circa l’ammissibilità alla santa Comunione dei divorziati risposati del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi (24 giugno 2000)» (IL 123), come pure l’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI.

L’integrazione dei divorziati risposati nella vita della comunità ecclesiale può realizzarsi in varie forme, diverse dall’ammissione all’Eucarestia, come suggerisce già FC 84. (…)

Alla ricerca di soluzioni pastorali per le difficoltà di certi divorziati risposati civilmente, va tenuta presente che la fedeltà all’indissolubilità del matrimonio non può essere coniugata al riconoscimento pratico della bontà di situazioni concrete che vi sono opposte e quindi inconciliabili. Tra il vero ed il falso, tra il bene ed il male, infatti, non c’è una gradualità, anche se alcune forme di convivenza portano in sé certi aspetti positivi, questo non implica che possono essere presentati come beni. (…) Questo significa che nella verità oggettiva del bene e del male non si dà gradualità (gradualità della legge), mentre a livello soggettivo può avere luogo la legge della gradualità ed è possibile quindi l’educazione della coscienza e dello stesso senso di responsabilità. L’atto umano, infatti, è buono quando lo è sotto ogni aspetto (ex integra causa). (…)

Sia nella passata Assise sinodale che durante la preparazione della presente Assemblea generale è stata trattata la questione dell’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omossessuale. Anche se il problema non riguarda direttamente la realtà della famiglia, si presentano situazioni quando tale comportamento influisce sulla vita di una famiglia. In ogni caso la Chiesa insegna che: «“Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4)» (IL 130).

Si ribadisce che ogni persona va rispettata nella sua dignità indipendentemente dalla sua tendenza sessuale. È auspicabile che i programmi pastorali riservino una specifica attenzione alle famiglie in cui vivono persone con tendenze omossessuali ed a queste stesse persone (cf IL 131). Invece, «è del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso» (IL 132).

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