Kateri Tekakwitha, una santa tra indiani e cowboy

KateriT1Stiamo seguendo una pista in compagnia di Tiger Jack e Kit Carson, siamo andati molto a nord, inoltrandoci nella foresta. Non possiamo perderli, per mille satanassi! Siamo sulle tracce di alcuni irochesi che stanno lasciando dietro a sé una lunga scia di sangue. Brutte faccende di sacrifici umani, torture e rituali praticati sui prigionieri.

La luce bella del mattino si fa strada tra gli alberi e ti chiedi perché tanta meraviglia sia rovinata dalle porcherie degli uomini. La natura è tanto splendida, quanto implacabile. Anche quella umana può diventare insensata.

Improvvisamente, in una piccola radura, ai piedi di un grande albero, ci appare una donna dai tratti inconfondibilmente pellerossa, assorta come se comunicasse con un altro mondo.

Tiger Jack fa segno di abbassarci. Giriamo intorno alla radura e ci portiamo dietro le spalle della giovane donna. Il vecchio Kit riconosce un segno sulla corteccia dell’albero: è una croce. Noi che veniamo dal vecchio mondo intuiamo subito che sta pregando. In un modo assolutamente straordinario, intorno c’è una pace indescrivibile.

Non so quanto tempo rimanemmo lì ad osservarla, quella pace non c’era intorno ai fuochi tribali degli irochesi, era una pace di altro ordine. Eravamo vicini al villaggio di Caughuawaga sulle rive del San Lorenzo, dove c’era una missione delle “vesti nere”, i gesuiti. Decidemmo di scendere a valle, verso il villaggio, per prendere informazioni sulle ultime incursioni degli irochesi, ma era difficile allontanarsi dalla pace di quella radura.

Arrivammo a pomeriggio inoltrato e incontrammo padre Jacques de Lamberville, il capo della missione. Tiger e Kit fecero una serie di domande sulla nostra pista, il gesuita fu molto gentile e ci spiegò della guerra in corso tra irochesi, huroni e algonquini. Quando i miei due compagni si allontanarono raccontai a padre Jacques della donna della radura. Scoprii che il suo nome era Caterina, l’avevano battezzata gli “abiti neri” il giorno di Pasqua del 1676, dopo averla aiutata a fuggire dal suo villaggio perchè tutti le rendevano le giornate impossibili per quel suo vivere strano. Al padre Jacques aveva confidato che desiderava il battesimo e voleva conservarsi pura, una cosa assolutamente fuori dal mondo per una donna irochese. Era scappata perché voleva restare fedele all’eco degli insegnamenti della mamma, una pellerossa a suo tempo battezzata e allevata nelle missione di Quebec, e poi rapita da una tribù irochesi. Lì aveva avuto dei figli, tra cui, appunto, Caterina.

Oggi lei era una giovane donna segnata dalla malattia, praticamente cieca, con il volto sfigurato dal passaggio del vaiolo che l’aveva colpita a 4 anni, portandosi via la madre e il fratello. Pregava in un modo assolutamente unico, in rapporto diretto con il Cielo. Particolarmente devota alla Madre di Dio, spendeva tutte le energie insegnando preghiere cristiane ai bambini, nell’assistenza agli anziani e ai malati, accompagnando ogni attività con severe penitenze.

Rimasi pensieroso, salutai il gesuita e raggiunsi Tiger e Kit. Quella sera faticai a prendere sonno. Partimmo l’indomani con l’obiettivo di risalire il fiume. Ma un pensiero martellava il cuore: come è possibile che una donna irochese desideri la castità? Robe dell’altro mondo.

Quella pista ci condusse poi a scoprire la terribile pratica dei sacrifici umani degli irochesi, che sottoponevano i prigionieri a torture indicibili e, qualche volta, arrivavano al cannibalismo. Fortunatamente c’era sempre il ricordo di quella radura con Caterina ai piedi di una croce disegnata sulla corteccia. Costituì per me una forza, una luce in un mare di buio.

Tornai da quelle parti qualche anno dopo. Mi dissero che Caterina Tekakwitha, questo il suo nome (che significa “colei che mette ordine”), era fuggita ancora, trasferita in un villaggio più a nord, a Sault Saint Louis nella missione San Francesco Saverio. I suoi non gli perdonavano il suo essere cristiana. Ma lei aveva solo un desiderio: “Chi mi può dire ciò che è più gradito a Dio che io possa fare?”

Nel 1679 aveva consacrato la sua verginità a Dio, coronando il sogno della sua vita. Morì a 24 anni il 17 aprile 1680, alle 3 del mattino, pronunciando due parole, “Jesos Konoronkwa”, “Gesù ti amo”. Poco dopo la morte, il suo viso, segnato dal vaiolo, vide sparire tutti i segni della malattia e brillava di una luce nuova. “Nel suo corpo casto, un piccolo raggio di gloria si era posato”, scrissero nelle cronache del transito.

Ho visto tanti guerrieri sfigurare il corpo dei loro nemici, ho visto inutili sacrifici e assurdi riti. Ho visto fare della natura un dio, ma la pace di quella radura ha continuato a interrogarmi. Il sacrificio di Caterina è di un altro ordine, dice a tutti che un’altra vita è possibile. Sempre. Anche se sei nato in mezzo alle foreste del nord, anche se intorno a te tutto dice il contrario.

Lei è “il più bel fiore sbocciato per gli indiani”, è Santa Caterina Tekakwitha. Oggi 17 aprile la festeggia il Canada, mentre insieme a San Francesco di Assisi è anche patrona dell’ambiente. All’Expo di Milano nell’anno domini 2015 potrebbe dire la sua, per spiegare che per custodire il pianeta bisogna prima custodire sé stessi. (da La Croce quotidiano, 17-4-2015, pag. 2)

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