Carlo Rovelli: fantasie ideologiche su Democrito ed Einstein

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Carlo Rovelli è un fisico e un noto divulgatore, con pretese di filosofo. Qualche giorno fa, su il Sole 24 ore del 12 aprile, ricorrendo il centenario della scoperta della relatività di Einstein, ha voluto apparecchiare per i suoi lettori una tesi che gli sta a cuore. E cioè ha spiegato che come lui è ateo (notizia che ci regala appena può, lasciando credere che derivi automaticamente dal suo mestiere di fisico), così lo era anche il buon Albert Einstein. Poiché il nome di Einstein è sinonimo di intelligenza, ne desumiamo, per la proprietà transitiva, che anche Rovelli lo è. Mentre i credenti sono degli sciocchi, ingenui e stupidotti.
Di Einstein, precisamente, Rovelli scrive che professavaun ateismo sornione e divertito, pieno di scanzonate citazioni su Dio che più tardi molti si affanneranno ingenuamente a voler prendere sul serio”. Poiché Rovelli

si dimostra, come spesso gli accade, un po’ arrogante (non lesina mai accuse e derisioni verso i credenti), penso sia opportuno provare a vedere se la saccenza è sempre proporzionale alla conoscenza, e se dietro il fisico, vi è, davvero il filosofo.
Ma andiamo con ordine. L’inizio dell’articolo, per introdurre Einstein, va a parare su due miti di Rovelli: Leucippo e Democrito, cioè i due filosofi greci padri dell’atomismo ateo e materialista. Come in altre occasioni, il legame Leucippo e Democrito-scienzamoderna-Einstein, è per Rovelli funzionale, implicitamente o esplicitamente, a consegnare al lettore la sua “verità”: l’ateismo è scientifico.
Il lettore un po’ ingenuo e stupidotto, provocato non tanto nel suo amor proprio, quanto nella sua intelligenza, per quanto ridotta, chiede da principio se sia corretto passare da Democrito all’ateissimo e sornionissimo Einstein, saltando a piè pari scienziati notoriamente credenti come Copernico, Spallanzani, Mendel, Secchi (tutti ecclesiastici), Newton, Cartesio, Boyle, Maxwell, lord Kelvin, Pasteur, Planck… per citare solo alcuni dei giganti che professarono apertamente la loro fede in un Dio personale e creatore dell’Universo.
Soprattutto, però, si vuole davvero capire se questo Democrito, circa 2400 anni fa, abbia davvero compreso così tante cose, e sia stato davvero un fisico così acuto, così incredibilmente lungimirante. Perché se bastasse la parola “atomo”, da lui utilizzata per definire la parte più piccola della materia, per farne il precursore dei premi Nobel del Novecento, allora si potrebbe ugualmente dire -cosa che nessuno oserebbe fare-, che i greci avevano già detto tutto, dal momento che oggi usiamo, nel campo scientifico, parole greche in ogni ambito (ma senza dare sempre lo stesso significato che davano i greci!).
Informandosi, però, si apprende che Leucippo e Democrito erano tra i pochissimi filosofi dell’antica Grecia che credevano nella Terra piatta “come un tamburo”, invece che sferica; che ritenevano che il Sole girasse intorno alla Luna; che credevano nell’esistenza di atomi materiali eterni, immutabili, infiniti, da sempre in movimento in uno spazio vuoto eterno anch’esso, che fungeva da contenitore; che reputavano l’ universo infinito…

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Sulla Terra piatta sorvoliamo; ma gli atomi e la materia di Democrito sono gli atomi di cui parla la fisica odierna?
Il Premio Nobel per la Fisica Werner Heinseberg, uno dei più importanti fisici teorici del Novecento, contemporaneo di Einstein, al riguardo scriveva: “L’interpretazione moderna dei fatti atomici ha ben scarse rassomiglianze con una filosofia genuinamente materialistica; si può dire, infatti, che la fisica atomica ha distolto la scienza dalla tendenza materialistica che questa presentò durante il diciannovesimo secolo” (W. Heinsenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, Milano, 2013, p. 75).

Ancora: “Ma la possibilità dello spazio vuoto (propria dell’atomismo di Leucippo e Democrito, ndr) è sempre stata nella filosofia un problema controverso. Nella teoria della relatività generale si dà la risposta che la geometria è prodotta dalla materia o la materia dalla geometria. Questa risposta corrisponde più da vicino alla concezione sostenuta da molti filosofi che lo spazio è definito dal distendersi della materia. Ma Democrito si allontana nettamente da questa idea, per rendere possibili il cambiamento e il moto… Giacché massa ed energia sono, secondo la teoria della relatività, concetti essenzialmente identici, possiamo dire che tutte le particelle elementari consistono di energia. Ciò potrebbe venire interpretato come una definizione dell’energia quale sostanza prima del mondo… Nella filosofia di Democrito gli atomi sono eterne e indistruttibili unità di materia, non possono trasformarsi gli uni negli altri. Nei riguardi di questo problema la fisica moderna prende netta posizione contro il materialismo di Democrito e a favore di Platone e dei Pitagorici. Le particelle elementari non sono certamente eterne e indistruttibili unità di materia, esse in realtà possono trasformarsi le une nelle altre”.
Heinsenberg, dunque, non ha dubbi: la fisica moderna pone fine alla “vecchia ontologia materialistica”, definita “ingenuo modo materialistico di pensare che prevaleva ancora in Europa nei primi decenni del secolo”. E ritiene che gli assai poco materialisti Pitagora e Platone siano, tra i greci, molto più vicini, per quanto possibile, alle conoscenze odierne, degli atomisti.
E’ l’unico? No, la pensano così, per fare solo qualche nome, Sir James Jeans, nel suo I nuovi orizzonti della scienza, il grande astronomo Eddington, che con Einstein ha parecchio a che fare! (basti il titolo di un libro: La scienza e il mondo invisibile) e, per citare un celebre italiano, Ettore Majorana. Tutte persone che la relatività di Einstein la conoscono assai bene.

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Ed Einstein? E’ lui stesso a nel 1938, nel famoso libro L’evoluzione della fisica scritto a quattro mani con Leopold Infeld, ad essere assai esplicito: “Ed invero la scienza non è pervenuta ad attuare il programma meccanicistico in modo convincente. Oggidì nessun fisico crede più che ciò sia possibile”.
In realtà, come racconta uno storico della scienza di assoluto valore come Paolo Rossi, nel suo La nascita della scienza moderna in Europa (Laterza), mai l’atomismo era stato preso, neppure dai padri della scienza pre-novecenteschi, come valido nelle sue asserzioni generali di carattere materialistico, che furono invece avversate esplicitamente e con forza in particolare da Boyle (per il quale “gli epicurei hanno fatto dei loro atomi tanti piccoli dei”), Newton (totalmente avverso alla “cieca necessità”) e Leibnitz (autore come Cartesio di più dimostrazioni dell’esistenza di Dio).

Se dunque lo spazio di Einstein non ha nulla a che vedere con lo spazio, unica vera realtà, insieme agli atomi, di Democrito (come Rovelli ammette, quasi a denti stretti, nel suo libro La realtà non è come ci appare); se gli atomi infiniti e immodificabili di Democrito contrastano proprio con la formula per eccellenza di Einstein (E=mc2), che dire dell’universo infinito, tanto caro a Leucippo e Democrito? Come Rovelli ben sa, anche di quello, con Einstein, rimane ben poco, dal momento che fu proprio il grande fisico ebreo tedesco a proporre l’idea di un universo finito e illimitato!
Se poi ricordiamo che qualche anno dopo la relatività, il sacerdote Georges Edouard Lemaître proporrà l’idea del Big Bang, detta anche dell’ “atomo primitivo”, gli infiniti, immutabili ed eterni atomi democritei vanno collocati definitivamente in soffitta, con la Terra piatta e il Sole a girare intorno alla Luna. Come scrive Majorana nel 1934: con la nuova fisica “la scienza ha cessato di essere una giustificazione per il volgare materialismo” (cit. in Roberto Finzi, Ettore Majorana: un’indagine storica, ed di Storia e letteratura, 2002, p. 48).
Quanto infine all’ateismo sornione di Einstein, di cui ci parla Rovelli, su cosa fondarlo? Non certo sui suoi scritti. Invero la parola “Dio” ritorna spessissimo nelle riflessioni del grande fisico, assumendo connotazioni diverse nel tempo, ma sempre come nettamente opposta all’ateismo. E sempre pronunciata con grande serietà. Tra le innumerevoli citazioni possibili, ne basti una: “Caro Solovine… Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo o un eterno mistero. Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero. Ci si potrebbe (di più, ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, laddove il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt’altro carattere. Anche se gli assiomi della teoria sono imposti dall’uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli dèi, ma anche dei miracoli. Il fatto curioso è che noi dobbiamo accontentarci di riconoscere “il miracolo” senza che ci sia una via legittima per andare oltre. Dico questo perché Lei non creda che io – fiaccato dall’età – sia ormai facile preda dei preti» (A. Einstein, Opere scelte, a cura di E. Bellone, Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 740-741. La lettera è del 1952).
Gli “atei di professione” presenti in questa epistola, tornano talora nelle parole di Einstein, ma mai per ricevere particolare apprezzamento. Come ritornano spesso, con profondo rispetto e deferenza, nell’Einstein post 1934, i riferimenti alla Bibbia, ai suoi valori spirituali “giudaico-cristiani” e persino a Cristo.
Un biografo come Walter Isaacson, in perfetto accordo con gli altri, nota che Einstein fu spesso “più critico verso gli scettici, che sembravano privi di umiltà e di senso di meraviglia, che verso i credenti”, arrivando a definire certi difensori dell’ateismo, “fanatici”, “creature che non riescono a sentire la musica delle sfere” (Walter Isaacson Einstein, Mondadori, Milano, 2011).
Una testimonianza autorevole e di prima mano, tra le tante possibili, è ancora quella del già citato Heisenberg: “Durante il Congresso Solvay, alcuni dei partecipanti più giovani decisero di passare la serata insieme nel salone del nostro albergo. C’ero anch’io, e Wolfgang Pauli (futuro premio Nobel, ndr). Poco dopo ci si avvicinò Paul Dirac. “Einstein continua a parlare di Dio”, disse uno di noi, non ricordo chi. “Che senso ha? Chi l’avrebbe mai detto che uno scienziato come Einstein sia tanto abbarbicato ai miti della religione?” “Einstein non è niente in confronto a Planck”, ribatté qualcun altro. “Da come parla si direbbe che non veda contraddizione alcuna tra religione e scienza: a suo parere le due cose sono perfettamente compatibili” (Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1920-1965, Boringhieri, Torino 1984, pp. 92).

La Croce quotidiano, 22/4/2015

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