ITALIANE AVARE? Testimonianze ed esempio personale per colmare il gap culturale

01 - Italiane avare - galline e uova

L’entusiasmo per la sentenza n. 162 del 9 aprile 2014, con cui la Corte Costituzionale ha aperto le porte in Italia alla fecondazione eterologa, è stato presto smorzato dalla realtà dei fatti: non ci sono gameti, mancano soprattutto donne in età fertile desiderose di donare gli ovociti.

L’arretratezza italiana nei confronti della “cultura della donazione” veniva evidenziata l’11 ottobre 2014, in un articolo del giornale digitale Linkiesta[1], da Laura Rienzi – presidente della Società italiana embriologia riproduzione e ricerca (Sierr) -: “In Italia manca completamente la cultura della donazione perché nessuno ha mai chiesto ai giovani di donare il proprio seme o ovocita”. Rispetto agli altri Paesi – aggiungeva Rienzi – “noi siamo indietro di almeno 10 anni”.

Il 30 ottobre era la volta di Repubblica[2] che, per risolvere il problema del costante calo della natalità italiana e del fatto che “gli italiani non si riproducono più o lo fanno troppo tardi”, chiamava in “soccorso” la “fecondazione con donazione” e “un nuovo patto tra giovani e meno giovani che si scambieranno le cellule della fertilità”. Anche se, purtroppo, questa soluzione appare al momento impraticabile perché – osservava l’articolista – “la cultura della donazione è tutta da costruire”.

Il successivo 12 novembre, dalle colonne del Corriere della sera[3], la ginecologa Alessandra Vucetich, esperta in tecniche di fecondazione assistita – riferendosi alle possibili alternative per sopperire alla mancanza di ovociti (social egg freezing, gametes crossing, egg sharing) – sintetizzava: “Sono tutte soluzioni messe in campo per aggirare il vero problema. Non abbiamo una cultura della donazione”.

Insomma, le italiane non donano, appaiono riluttanti a condividere la propria riserva di uova fresche, difettano di altruismo, in fatto di generosità e senso del dono devono recuperare un gap di dieci anni nei confronti delle coetanee straniere.

Questa emergenza culturale italiana ci preoccupa e ci interpella a dare il nostro contributo, affinché le donne fertili italiane possano colmare quanto prima questo divario poco lusinghiero. Per questo motivo – considerando il fatto che l’esempio personale vale più di mille parole -, mostreremo loro alcune testimonianze di giovani donne che hanno donato. Potranno così accorgersi di quanto appagante sia entrare nell’ottica della “cultura della donazione” e, emulando la loro abnegazione e generosità, avranno la possibilità di scrollarsi di dosso l’infamia di arretratezza culturale e avarizia che oggi le contraddistingue.

02 - eggsploitation - manifestoCi indirizzeremo, tanto per iniziare, verso le caritatevoli studentesse universitarie statunitensi, che raccontano la loro esperienza di donatrici di ovuli nel cortometraggio realizzato da Jennifer Lahl, Eggsploitation, premiato come miglior documentario al California Independent Film Festival del 2011. Testimonianze che si possono leggere anche nel corrispondente sito internet: www.eggsploitation.com.

Le studentesse raccontano che il loro reclutamento non avviene solo con l’offerta di denaro ma anche facendo leva sulla filantropia: “Non ti convincono solo con i soldi, ma con ragioni umanitarie”. Le ragioni umanitarie non sono altro che un’espressione della “cultura della donazione”: le ragazze vengono spinte a donare gli ovuli persuase dal fatto che compiranno un gesto benefico; che il loro “dono” aiuterà una coppia sterile a realizzare il sogno di avere un bambino; che la propria bontà permetterà ad una coppia sfortunata di coronare il proprio desiderio di genitorialità. La donazione viene presentata come una missione umanitaria, come un dovere: “Mentre soffrivo per i trattamenti di stimolazione ovarica, per andare avanti, mi ripetevo: «questo è mio dovere, questo è mio dovere»”, spiega una ragazza nel filmato.

03 - eggsploitation - SindyTra le testimonianze delle giovani americane, che possono infondere entusiasmo a donare alle donne italiane, vi è sicuramente quella di Sindy. Dopo il recupero transvaginale delle uova, prodotte grazie al trattamento di stimolazione ovarica, i medici la vogliono dimettere, ma Sindy si rifiuta di tornare a casa perché non si sente bene: ha un forte dolore addominale, vertigini, non riesce a stare in piedi e fa fatica a respirare. Dopo un po’ di tira e molla, finalmente decidono di ricoverarla in ospedale, dove le viene diagnosticata una grave emorragia interna. La laparotomia esplorativa d’urgenza ne individua la causa nella perforazione di un’arteria, avvenuta durante la fase di prelievo degli ovuli. Sindy viene subito sottoposta a trasfusioni di sangue, ad un intervento chirurgico di cauterizzazione, e poi al ricovero in terapia intensiva. Ma quest’“incidente” è solo l’inizio di una lunga serie di problemi di salute, alcuni dei quali permanenti, con i quali la studentessa dovrà fare i conti. Questo è il suo racconto:

“I 6.500 dollari che mi hanno dato sono svaniti da tempo a causa delle cure mediche e delle complicazioni tardive causate dall’incidente. Ho sviluppato un’infezione all’interno della zona d’incisione che ha richiesto iniezioni multiple di steroidi per bloccarne la crescita fuori controllo. Ho sofferto di stress post traumatico per mesi a causa dell’incidente in cui ho rischiato la vita, e per due mesi non sono riuscita a lavorare a causa del crollo fisico e mentale. Qualche anno più tardi ho scoperto che il ciclo mestruale e i livelli ormonali, prima normali, erano diventati irregolari. E che le ovaie, anch’esse in precedenza normali, avevano assunto un aspetto policistico con più di 25 piccoli follicoli in ciascun ovaio. Ho sviluppato incontinenza occasionale e dolore pelvico a causa delle aderenze interne provocate dall’intervento chirurgico d’emergenza. Ma la cosa peggiore in tutto questo, è la mia lotta tuttora in corso contro l’infertilità”.

04 - eggsploitation - AlexandraSe la testimonianza di Sindy non fosse abbastanza convincente, le potenziali benefattrici italiane possono provare a calarsi nella gratificante esperienza di Alexandra. Alexandra inizia a non stare bene già durante i giorni del trattamento di stimolazione: un gonfiore alla pancia la fa preoccupare, ma il medico la rassicura dicendole che si tratta solo di una leggera iperstimolazione delle ovaie. Una settimana dopo si sottopone al prelievo di 28 ovuli ma, qualche giorno più tardi, la studentessa inizia a sentirsi male: ha dolori così lancinanti all’addome che perde conoscenza. Accompagnata in ospedale viene rimandata a casa con dei semplici antidolorifici. Tre giorni dopo l’addome si gonfia nuovamente, ritorna in clinica e, dopo aver ricevuto nuove rassicurazioni, viene rimandata a casa. Le condizioni di salute peggiorano, adesso ogni volta che mangia qualcosa, Alexandra vomita. La cosa va avanti per cinque giorni, finché non inizia a vomitare feci per una notte intera. Distrutta fisicamente e psicologicamente la giovane viene accompagnata in clinica per la terza volta dove, finalmente, riesce a ottenere attenzione:

“Quando il medico vide il mio addome dilatato, sbiancò. Trenta minuti dopo ero in sala operatoria per l’espianto dell’ovaio destro che si era ingrossato quanto un pompelmo, andandosi ad attorcigliare alla tuba di Falloppio. Ho avuto un’infezione che stava andando in peritonite e ho perso molto sangue. Sono dovuta rimanere in ospedale per due settimane a causa di un’ostruzione intestinale…”.

“Quello che mi lascia senza parole – osserva la giovane – è che se non avessi insistito per farmi visitare, sarei morta. Hanno riconosciuto il problema solo dopo tre visite e venti giorni di dolori consecutivi. Ma non è finita qui. In seguito ho avuto gravi problemi all’intestino. Ho perso dodici chili e ci sono voluti mesi affinché mi ristabilissi”.

Alexandra ancora non sa del nuovo grave problema di salute che il suo fisico ha iniziato a incubare e che scoprirà solo cinque anni più tardi: il cancro al seno.

“Avevo solo 34 anni… Ho subìto una mastectomia, quattro mesi di chemioterapia, seguiti da altri tre interventi e 28 giorni di trattamenti radioterapici. Pochi mesi dopo la radioterapia ho subìto un’altra mastectomia. Ora non ci sono più segni di cancro, tuttavia a soli 36 anni ho perso entrambi i seni… Anche se sono sopravvissuta, i medici mi hanno detto che la chemioterapia ha reso sterile l’unico ovaio che mi era rimasto e che non sarò in grado di avere figli… Sono convinta che vendere gli ovuli abbia contribuito a far sviluppare il tumore al seno… La donazione mi ha fatto molto male”.

05 - eggsploitation - CallaAnche la donazione della studentessa Calla Papademas, si è rivelata dal punto di vista fisico e umano davvero edificante. Calla manifesta i primi problemi di salute già durante la fase preparatoria, con una reazione avversa al Lupron, un ormone sintetico usato per la stimolazione, che le causa febbre alta e un fortissimo mal di testa. I medici minimizzano i sintomi e la invitano a continuare il trattamento ma, poco dopo, la giovane va in coma, e vi rimane per otto settimane. Si scopre così l’esistenza di un tumore benigno all’ipofisi che i trattamenti ormonali hanno fatto crescere ad un ritmo elevato in pochissimo tempo fino a determinarne la rottura, provocandole un ictus, una paralisi e danni al cervello.

Calla, come le altre studentesse americane, è viva per miracolo. In seguito ha dovuto spendere almeno 100mila dollari in cure mediche per rimediare ai danni subiti, cure che non le hanno però restituito la salute di prima. Oltre al fatto di ritrovarsi con dei danni permanenti a causa dell’ictus, la giovane ha per sempre compromesso anche la capacità di procreare:

“Cosa dire, se non che non potrò mai più avere un figlio?”, è il doloroso verdetto finale della sua esperienza di donatrice di ovuli.

Tra le generose donatrici americane, dalle quali le avare ed arretrate italiane possono trarre ispirazione per entrare nell’ottica della “cultura della donazione”, vi è anche Jessica. È la mamma che racconta quanto sia stata piacevole l’esperienza di sua figlia e di come ne sia uscita profondamente arricchita:

“È morta a 34 anni, era una compositrice di musica classica, avrebbe potuto fare tanto. Ma ora non c’è più”.

Dopo aver donato gli ovuli tre volte, Jessica ha sviluppato un cancro al colon che non le ha lasciato scampo[4].

Le italiane possono trarre molti spunti di riflessione per sanare il decennale gap culturale, anche dalle donne dell’est Europa, per esempio, le ucraine. Costoro hanno ben radicata in sé la “cultura della donazione”, tanto che non esitano a sottoporsi a donazioni ripetute e frequenti per il bene delle coppie inglesi ricche ma sfortunate.

Nel 2006, il periodico britannico The Observer (settimanale domenicale del Guardian), ha realizzato un lungo articolo[5] sulle dinamiche di donazione in questo Paese, con interviste ad alcune “donatrici”. Sono così felici di far sapere al mondo quanto sono state buone e generose, che nelle interviste l’Observer è costretto a usare solo nomi di fantasia.

Svetlana accetta di raccontare la sua storia in segreto, non vuole che qualcuno la riconosca mentre parla con un giornalista, visto che non ha mai rivelato a nessuno, nemmeno al marito, che ha venduto gli ovuli per soldi.

Dopo la nascita del secondo figlio, ed il marito disoccupato, era alla disperata ricerca di denaro. Aveva quindi contattato una delle cliniche per la fertilità di Kiev chiedendo un impiego presso la mensa ma, invece di un lavoro, le hanno offerto 300 dollari in cambio di una donazione di ovociti. Svetlana ha “donato” più volte, andando incontro anche ai gravi rischi connessi all’iperstimolazione ovarica, quando alla quinta donazione le sue ovaie hanno prodotto 40 ovuli sani (la media è 10). Nonostante ciò, i problemi più grossi di cui la donna si lamenta, che non cessano di tormentarla nell’intimo, non sono di natura fisica, ma psicologica:

“Mi sento come se avessi venduto una parte del mio corpo. Nessuno deve sapere che mi sono venduta per denaro. Molta gente non lo capirebbe”, confessa.

Alla domanda del giornalista su che cosa pensi dei figli che potrebbe avere a Londra e del fatto che i suoi figli potrebbero avere dei fratellastri, Svetlana risponde che preferisce non pensarci, ed auspica che non le assomiglino:

“Potrebbero essere due ora, ma non ci voglio pensare. Spero non assomiglino a me. I miei due figli sono uguali al padre, spero sia così anche in questo caso”.

Come se la somiglianza potesse rivelare ciò che tiene gelosamente nascosto, un atto riprovevole di cui non va fiera, e che la fa vergognare: l’essersi venduta per denaro.

Le remore di Svetlana ci fanno sorgere il sospetto che “donare” gli ovociti non sia lo stesso che donare il sangue o il midollo osseo. E il discorso “figli” ci fa pensare che, l’“ovulo” dato in dono vent’anni prima, potrebbe un giorno, a sorpresa, presentarsi alla porta di casa tua perché ti vuole conoscere. Ma sorvoliamo sull’argomento, non vorremmo frenare l’entusiasmo delle italiane verso la “cultura della donazione” proprio mentre stiamo cercando di convincerle ad entrare in quest’ottica. Così andiamo avanti, passando alla testimonianza di Erena.

06 - galline in batteriaErena racconta di aver “donato” già quattro volte, e dice di conoscere almeno altre venti giovani che hanno fatto la stessa cosa nella clinica della sua città. “Lo abbiamo fatto solo per soldi”, ammette. Poi esprime al giornalista le belle sensazioni che il suo nobile gesto le ha lasciato, affermando che la pratica a cui si è ripetutamente sottoposta le è sembrata più

“un allevamento di galline ovaiole, che una donazione di ovuli”, e che si è sentita trattata come una “mucca da mungere”.

Siamo certi che queste testimonianze potranno essere utili alle donne fertili italiane per apprendere la “cultura del dono”, mettendosi così al passo con le coetanee straniere. E siccome vogliamo che il poco onorevole gap venga colmato quanto prima, considerando sempre il fatto che l’esempio personale convince più di mille parole, consigliamo a lorsignore che lamentano la mancanza in Italia di una “cultura della donazione”, di iniziare subito a dare l’esempio. Mostrando alle italiane riottose come si fa, potranno dare il via alla diffusione di buone pratiche e comportamenti virtuosi da imitare. Se non rientrano nel target d’età richiesto, possono sempre incoraggiare a donare gli ovuli la propria figlia, le proprie nipoti, le parenti giovani, le amiche, o le figlie delle amiche.

Lo stesso consiglio ci permettiamo di rivolgere a lorsignori della Corte Costituzionale, l’esempio che riuscirete a suscitare permetterà all’incoercibile diritto al figlio delle coppie sterili, di non rimanere solo una sentenza scritta sulla carta.

Quando anche le donne italiane avranno imparato in prima persona cos’è la donazione di ovuli, sapranno chi devono ringraziare.

 

Note:

[1] Cristina Tognaccini, “Fecondazione eterologa, in Italia mancano i donatori”, www.linkiesta.it, 11 ottobre 2014.

[2] Monica Soldano, “Il business dei figli venuti dal freddo”, La Repubblica, 30 ottobre 2014.

[3] Simona Ravizza, “In Italia mancano le donatrici per la fecondazione eterologa. Gli ospedali chiedono all’estero”, Corriere della Sera, 12 novembre 2014.

[4] Altre testimonianze (oltre a quelle citate) di donne che si sono ammalate, e alcune poi sono morte, a seguito della donazione di ovuli, sono elencate al seguente link: www.humanebiotech.com/eggdonorsproject/considerthesewomen.html.

[5] Antony Barnett, “Cruel cost of the human egg trade”, The Observer, 30 aprile 2006, www.guardian.co.uk.

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