Paolo VI lo voleva cardinale

bouyerdi Sandro Magister

Paolo VI fu seriamente sul punto di farlo cardinale, se non l’avesse trattenuto la feroce reazione contraria che la nomina avrebbe sicuramente provocato tra i vescovi francesi, in testa l’allora arcivescovo di Parigi e presidente della conferenza episcopale, cardinale François Marty, personaggio di “crassa ignoranza” e “privo della più elementare capacità di giudizio”.

Ad aver mancato la porpora e ad aver bollato così un suo arcinemico è stato il grande teologo e liturgista Louis Bouyer (1913-2004), come si apprende dalle sue fiammeggianti “Mémoires” postume, pubblicate questa estate dalle Éditions du Cerf dieci anni dopo la sua morte.

Cresciuto luterano e divenuto pastore a Parigi, Bouyer si convertì nel 1939 al cattolicesimo, attratto più di tutto dalla sua liturgia, di cui si segnalò prestissimo geniale cultore con il saggio capolavoro “Il mistero pasquale”, sui riti della settimana santa.

Chiamato a far parte di una commissione preparatoria al Concilio Vaticano II, Bouyer ne colse da subito a occhio nudo la grandezza ma insieme le miserie, e presto se ne ritrasse. Trovava insopportabile l’ecumenismo a buon mercato, “da Alice nel paese della meraviglie”, di quella stagione ruggente. Tra i pochi teologi conciliari da lui salvati c’è il giovane Joseph Ratzinger, che nel libro è fatto segno soltanto di elogi. E viceversa, tra i pochi alti uomini di Chiesa che apprezzarono a prima vista il talento e i meriti di questo teologo e liturgista così fuori dagli schemi, fa spicco Giovanni Battista Montini quando era ancora arcivescovo di Milano.

Divenuto papa col nome di Paolo VI, Montini volle Bouyer nel consiglio per la riforma dei libri liturgici, presieduto “in teoria” dal cardinale Giacomo Lercaro, “generoso” ma “incapace di resistere alle manovre dello scellerato e mellifluo” Annibale Bugnini, segretario e factotum del medesimo organismo, “sprovvisto di cultura come di onestà”.

A Bouyer capitò di dover rimediare in extremis a una orribile formulazione della nuova II preghiera eucaristica, dalla quale Bugnini voleva espungere persino il “Sanctus”. E dovette riscrivere lui una sera, sul tavolo di una trattoria di Trastevere, assieme al liturgista benedettino Bernard Botte, il testo di quel nuovo canone che oggi si legge nelle messe, con l’assillo di dover consegnare il tutto la mattina dopo.

Ma il peggio è quando Bouyer ricorda il perentorio “Lo vuole il papa” con cui Bugnini usava mettere a tacere i membri della commissione ogni volta che si opponevano a lui, ad esempio nello smantellare la liturgia dei defunti o nel purgare i salmi dell’ufficio divino dai versetti “imprecatori”.

Paolo VI, conversando poi con Bouyer di una di queste riforme “che il papa s’era trovato ad approvare senza esserne affatto soddisfatto più di me” gli chiese: “Ma perché vi siete impegolati tutti in questa riforma?”. E Bouyer: “Ma perché Bugnini ci assicurò che lei la voleva assolutamente”. Al che Paolo VI: “Ma è mai possibile? Lui mi disse che voi eravate unanimi nell’approvarla…”.

Paolo VI esiliò lo “spregevole” Bugnini a Teheran come nunzio, ricorda Bouyer nelle sue “Mémoires”, ma quando ormai il danno era consumato. Per la cronaca, il segretario personale di Bugnini, Piero Marini, sarebbe poi divenuto dal 1983 al 2007 il regista delle cerimonie pontificie, e oggi addirittura si vocifera di lui come venturo prefetto della congregazione per il culto divino.

Nell’ultimo anno della sua vita, Paolo VI invitò Bouyer a passare con lui “qualche settimana di vacanza a Castel Gandolfo”. Ma a questo straordinario segno d’amicizia e di stima il teologo, sovraccarico di impegni, non poté aderire. E se ne dolse, perché il 6 agosto di quel 1978 l’amato papa Montini morì.

L’anno dopo il cardinale Jean Villot rivelò a Bouyer che Paolo VI avrebbe voluto farlo cardinale, non fosse stato per l’asprezza delle previste reazioni intraecclesiastiche.

Alla notizia della mancata nomina, Bouyer ricorda che “si sentì sollevato”, anche perché il suo pensiero era andato subito all’infelice sorte di un altro grande teologo e liturgista insignito invece della porpora, il gesuita Jean Daniélou, “fatto segno di ignobili calunnie dai suoi stessi confratelli” prima e dopo la sua morte nel 1974.

 fonte: Settimo Cielo

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • Gli hacker fantasma, a scuola tutti promossi, reclusione a oltranza. Ma #andràtuttobene. Forse

      Avevamo capito da un bel pezzo che una delle urgenze, quando questa storia finirà, sarà quella di riconvertire le terapie intensive in cliniche psichiatriche (oltreché in gastroenterologia). La nuova certezza è che una quota di posti letto andrà assegnata (coattamente) a buona parte della classe dirigente che sta guidando la povera Italia in mezzo a questa tempesta. Per andare dove, non s’è capito. Anche se qualche sospetto iniziamo ad avercelo. Limitiamoci al bollettino quotidiano. Leggi il seguito…

    • Ora le parole maschio, femmina, vita e ventilazione forzata non ci fanno più schifo?

      di Assuntina Morresi. Ormai ne siamo consapevoli tutti, lo leggiamo ovunque: quando questa emergenza sarà sconfitta niente sarà più come prima. Si, certo, i bambini torneranno a scuola e i giovani nelle università, tanti riprenderanno a lavorare, ci sarà chi si innamora, chi si sposa e chi si lascia, soprattutto tanti piangeranno chi non c’è più e tutti ricorderanno le terribili morti in solitudine: ma, come succede dopo ogni guerra, tutto cambierà. E la full immersion di autocoscienza nelle pagine dei giornali, nelle trasmissioni televisive, nelle nostre conversazioni via telefono, chat e video, letteralmente impregnate dal Covid-19, altro non sono che il tentativo, perso in partenza, di circoscrivere e possedere l’ignoto, quella indecifrabile palla grigia con le eleganti punte rosse coronate, un mix fra una presenza aliena e una decorazione natalizia che ha sconvolto il mondo. Leggi il seguito…

    • Conte e l’Europa, tra vanità e vanagloria

      di Claudio Togna. Diavolo di un Giuseppi. Il furbo avvocato pugliese, con i voti determinanti per l’elezione della Von Der Leyen a presidente della Commissione Europea, e con l’adesione sottobanco al fondo salvastati nella versione Troika e alla politica economica e sull’immigrazione dettata dal pauperismo terzomondista di Papa Francesco, si vedeva già in “transizione di fase” da Zeno Cosini della politica italiana a statista di rango internazionale. Anzi mondiale (ultimamente sembra si paragoni, forse per difetto, a Churchill). E gli stava quasi andando bene: tant’è che aveva già annunciato la sua permanenza, a nostre spese, in politica. Leggi il seguito…

    • Tornano col virus gli scemi di guerra

      di Marcello Veneziani. Pensavo che l’incubo in cui siamo finiti da un mese ci concedesse almeno una tregua dai focolai di livore, cecità ideologica e faziosità che abitualmente accompagnano la nostra vita normale. Speravo che la solidarietà comunitaria richiesta in momenti come questi, la carità di patria, l’interesse superiore della salvezza collettiva, lasciasse indietro ogni sussulto di falsificazione vistosa della realtà e distorsione clamorosa della verità. E invece l’idiozia militante non si è presa una pausa neanche col contagio, i morti e le restrizioni. Leggi il seguito…