Fra i litiganti (Russia e Ue), il terzo (Usa) gode

di G. Gaiani, sulla Nuova Bussola

La crisi ucraina e il rischio che una nuova “cortina di ferro” cali sull’Europa sta alimentando reiterate pressioni statunitensi sugli alleati della NATO non solo affinché questi ultimi approvino dure sanzioni economiche alla Russia ma anche per indurli ad aumentare le spese militari ridottesi in media del 10% (con punte del 20/25%) negli ultimi cinque anni. Certo, tutta colpa della crisi finanziaria ma è singolare notare come l’inizio della crisi ucraina, cui certo gli Stati Uniti non sono né estranei né spettatori passivi, abbia visto le pressioni di Washington sugli alleati spingere in tre precise direzioni:

–         ridurre o azzerare la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo

–         rinunciare al ricco interscambio commerciale con Mosca e all’export di prodotti militari

–         potenziare i budget militari e perseguire un riarmo reso necessario dalle nuove minacce di guerra convenzionale in Europa

Nel primo caso l’obiettivo statunitense è stato palesemente dichiarato da Barack Obama durante la sua ultima visita al di qua dell’Atlantico quando ha offerto il gas statunitense agli europei. Certo ci vorranno alcuni anni e forti investimenti per poter contare sul frutto dello shale gas americano, che verrebbe liquefatto per essere imbarcato su grandi navi che lo porterebbero in Europa per essere rigassificato e poi distribuito. A che costi? Nessuno li ha ancora valutati oppure nessuno ha avuto il coraggio di dirceli, ma certo sarebbero ben più alti di quanto spendiamo oggi per il gas russo. Gli europei sono tutti appiattiti sulle posizioni di Washington e sostengono Kiev nel braccio di ferro con Mosca, ma in molte cancellerie di Paesi Ue (anche in Italia?) qualcuno comincia a chiedersi se la rivoluzione ucraina, che va dai filo americani di Yulia Timoshenko ai neonazisti di Svoboda e Pravj Sektor, non abbia proprio niente a che fare col fatto che da quel Paese transita il grosso dell’export di gas russo che alimenta l’Europa.

Basta un po’ di malizia per rendersi che da una crisi dei rapporti tra russi ed europei gli unici che hanno da guadagnarci sono gli statunitensi che vedono indebolirsi due importanti competitor economici e commerciali. L’Europa pagherà di più l’energia con il risultato di avere un’economia meno competitiva e per giunta sarà dipendente dagli Usa, destinati a diventare la più grande potenza energetica e il più grande esportatore di gas del globo. La Russia perderà decine di miliardi di incassi dal mancato export di gas in Europa e dovrà investire in nuovi gasdotti diretti in Asia e soprattutto in Cina che richiederanno forse una decina d’anni per essere ultimati.

La reale posta in gioco negli scenari strategici va ben oltre le barricate di Slavjansk o i morti di Odessa e Mariupol. Dalle sanzioni alla Russia hanno tutto da perdere i primi due partner commerciali di Mosca, cioè Germania e Italia. Spiace sottolineare che il sottosegretario al Tesoro americano, David Cohen, giunto in Europa per perorare la causa delle sanzioni, abbia fatto tappa a Berlino, Londra e Parigi ma non a Roma, segno inequivocabile che a Washington hanno la certezza che il nostro governo obbedirà alla linea dettata da USA e Ue anche se contraria ai nostri interessi nazionali che in questo caso hanno la forma di un export di made in Italy in Russia che l’anno scorso ha quasi raggiunto i 15 miliardi di euro.

Non c’è di che stupirsi. Perenni ”tafazzi”, gli italiani hanno rinunciato per ragioni ambientali a sfruttare gli enormi giacimenti di gas e petrolio rinvenuti nell’Adriatico. Li sfrutteranno in esclusiva i croati con un rischio ambientale che in caso di incidente coinvolgerebbe comunque anche le coste italiane.

Tornando al confronto con Mosca, sul piano militare le sanzioni hanno per Washington il duplice obiettivo di bloccare gli accordi industriali euro-russi e l’export di mezzi e tecnologie europee a Mosca. Un settore in pieno sviluppo negli ultimi anni che hanno visto i blindati italiani Lince acquistati dall’esercito di Putin mentre la marina russa ha speso 1,2 miliardi di euro per acquistare due portaelicotteri da assalto anfibio francesi (altre due sono in opzione). Il Pentagono chiede a Parigi di non consegnarle ma i francesi per ora resistono alle pressioni americane. François Hollande è saldamente schierato con Kiev ma gli affari sono affari.  “Quel contratto – ha tagliato corto il presidente francese – è stato firmato nel 2011, è in fase esecutiva e troverà il suo compimento nell’ottobre prossimo. Per il momento non è rimesso in discussione”.

Quanto al disarmo europeo prima Obama, poi il Segretario alla Difesa Chuck Hagel e infine il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non hanno perso occasione negli ultimi due mesi per redarguire gli alleati da questa parte dell’Atlantico. «La Nato deve svegliarsi come per un campanello d’allarme davanti a quanto accade in Ucraina: i bilanci militari non vanno ulteriormente ridotti, investiamo di più nella Difesa» ha detto Rasmussen auspicando che «l’Europa inverta la tendenza».

Un messaggio che trova qualche sponda in ambito Ue. Il vicesegretario generale del Servizio di Azione Esterna, Maciej Popowski ha ricordato che «proprio perché viviamo in pace da 70 anni e vediamo ora un ritorno della politica della forza occorre rafforzare la difesa. La pace non è un regalo di Dio e non deve essere data per scontata : richiede investimenti e un impegno costante e su questo Ue e Nato sono d’accordo». Anche il direttore generale dell’Agenzia per la difesa europea France Arnould ha ricordato che «in questi 70 anni di pace le spese per la difesa sono state sempre alte: non è una contraddizione e la loro riduzione è stata decisa solo di recente e principalmente a causa della crisi economica».

Da vedere se dalle parole si passerà ai fatti ma vale la pena evidenziare come le pressioni degli Stati Uniti (principale “azionista” della Nato) non siano poi così disinteressate sul piano finanziario e industriale. Tutti i maggiori programmi di acquisizione di equipaggiamenti e armi in Europa, così come quelli previsti dalla cosiddetta “Smart Defense” della Nato  riguardano droni, aerei cargo e da combattimento, radar e missili rigorosamente “made in USA”. Sarà un caso ?

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