Distributismo non è una parolaccia

In Romagna si possono ancora trovare. Si tratta di quei comunisti che, gira e rigira, in fondo al discorso chiudono sempre con la frase: “il comunismo non ha fallito è stato solo applicato male”. Devo dire che sono simpatici, a suo modo gente coerente, ma – è inutile negarlo – quell’economia pianificata ha fatto disastri.

Eppure anche dall’altra parte, quella capitalistica dura e pura, non se la passano meglio. La crisi economica che stiamo vivendo, infatti, viene spesso attribuita alle pazzie di quel “laissez faire” che già Adam Smith, nel lontano settecento, teorizzava per la sua “mano invisibile”.

Ma il capitalismo è tutto da buttare? G.K. Chesterton avrebbe risposto che “troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti”, per dire che il problema non è la proprietà, ma la proprietà in poche mani. Perchè pochi proprietari significa potere di pochi, e quindi libertà ridotta per chi non è nel “cerchio magico”.

Senza voler fare la tiritera sulle multinazionali e la finanza impazzita, né lanciarsi alla ricerca della fantomatica terza via, per capire cosa intendessero Chesterton & Co. (Belloc, McNabb e oggi il prof. Medaille) possiamo provare a zoomare nel quotidiano, in quella micro-economia che è intorno a noi.

Provate a riflettere a cosa è successo negli ultimi 40 – 50 anni ai piccoli negozi sotto casa o ai coltivatori diretti e ai piccoli artigiani. Pressoché scomparsi. Ma potremmo considerare anche cosa è rimasto delle piccole comunità, basti pensare allo spopolamento quasi selvaggio che hanno subito certe aree dell’entroterra appenninico nella penisola. Cosa  rimane dell’Italia dei comuni? Molto poco. Sostituito da un modello che tende ad accentrare tutto (lavoro e servizi) nei grandi agglomerati urbani. E le piccole casse rurali? Ridotte ai margini, costrette ad allinearsi ad un sistema monetario e finanziario legato ad altre logiche rispetto a quelle dello sviluppo locale.

Secondo McNabb, invece, il tutto dovrebbe ruotare intorno alla “casa”, intesa come centro dinamico dell’economia e della società perchè fondata sulla unità della famiglia e sul possesso dei beni necessari a produrre ricchezza e dignità. Qualsiasi unità di produzione dovrebbe essere svolta dalla più piccola unità possibile, esattamente il contrario di un’economia globalizzata che tende a concentrare tutto in grandissime realtà produttive.

L’esempio più significativo si potrebbe trovare nel piccolo commercio, i tanto vituperati bottegai, quelli che, specialmente nei piccoli paesi, facevano anche da cerniera sociale. Sono stati spazzati via dalla grande distribuzione, che ora concentra in poche mani tutto il potere contrattuale. Per gli effetti indiretti di questa situazione potete chiedere informazioni agli agricoltori che prendono due soldi per il loro prodotto e se lo ritrovano al banco del supermercato a prezzi 10 volte superiori. E’ la grande distribuzione, bellezza.

Un modello di sviluppo fondato sul locale, che non è becero “localismo”, risolverebbe anche molti problemi allo Stato, che potrebbe così farsi sussidiare dagli organismi sociali naturali: famiglie, associazioni, cooperative, gruppi di famiglie. Lo Stato ovviamente dovrebbe avere un ruolo regolatore e di garanzia seguendo il principio che “è più vero dire che lo Stato ha dei doveri verso la famiglia piuttosto che la famiglia ha dei doveri verso lo Stato”.

Per quanto riguarda la politica monetaria il distribustismo, così viene chiamata la proposta di Chesterton & Co., rivendica la proprietà della moneta da parte degli Stati e del popolo, mentre oggi, come sapete, tutto è nella mani del sistema bancario.

Gli esperti di economia forse sorrideranno, ma a ben riflettere si tratta di ridare slancio all’economia reale, quella concreta, fatta di facce, mani e prodotti che si possono toccare. Fatta di storie, di solidarietà tra persone che si trovano a vivere gli stessi spazi, a condividere un mestiere, ad allevare insieme figli, cercando di lasciare loro un mondo più decente. Per chi volesse approfondire segnaliamo un testo pubblicato recentemente da Lindau, “Distributismo”, del prof. John Medaille. Agli esperti di economia ricordiamo che possono anche sorridere, ma sarebbe bene rammentassero che non importa essere comunisti per sapere che senza etica e politica l’economia è una specie di burla. (La Voce di Romagna, 7/5/2014)

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