Kasper-dottrinen

E’ bene tornare sullo scritto del cardinal Kasper sul matrimonio, sulla sua volontà di rendere solubile ciò che per il Vangelo non è: “Non separi l’uomo ciò che Dio unisce”. Se guardiamo alle argomentazioni del cardinale tedesco, attraverso la lente della storia, esse risultano incomprensibili. Egli parte infatti dalla “realtà effettuale”, come un Machiavelli qualsiasi: poiché i divorziati risposati sono sempre di più, occorre che la chiesa cambi prassi, cioè, alla fine, dottrina. In alcuni casi, si dice, però molto imprecisi e vaghi, cioè, in ultima analisi, sempre (perché dove la discrezionalità diventa così ampia, la regola perde ogni universalità e quindi ogni valore).

Vediamo la storia. Quando Cristo nasce e compie la sua predicazione, qual è la situazione, quanto a divorziati risposati? Sono probabilmente la gran parte della popolazione romana. L’imperatore Augusto se ne è accorto, e ha provato ad arginare il fenomeno con le sue leggi sul matrimonio, l’adulterio e il diritto familiare. Ma le leggi, dove mancano le motivazioni profonde, servono a poco: la caduta di Roma sarà dovuta senz’altro, anche, alla dissoluzione della famiglia.

I divorziati risposati sono dunque la norma, e sappiamo che ci si risposa più e più volte, con una cerimonia divenuta assai più snella, semplice, banale, per ovvi motivi, di quella di età repubblicana.

Eva Cantarella, ne “L’ambigio malanno”, spiega bene come l’età imperiale sia contrassegnata da una crisi della natalità, dovuta anche al massiccio ricorso all’aborto, e da una grandissima facilità di divorzio, sia per l’uomo, sia, ed è una grande novità, per la donna: “molto raramente è dato riscontrare nella storia una concezione di così grande libertà (rispetto al divorzio), quantomeno sul piano giuridico”.

Quanto al mondo ebraico in esso vige una casistica più o meno varia a seconda delle scuole rabbiniche: ognuna impegnata a stabilire le motivazioni che rendano lecito il ripudio.

Cosa propone Cristo, in quest’epoca e in queste condizioni? L’indissolubilità. Sic et simpliciter. Il ritorno al disegno inziale di Dio. Con poche frasi, e nessuna casuistica. Milioni di persone, piano piano, comprenderanno il tesoro, difficile da custodire, che è stato loro donato. Ci vorranno alcuni secoli. Ma nessuno inventerà scorciatoie.

Quanto all’oggi, certamente la proposta di Kasper, che ha il suo fondamento non in alcuni padri della Chiesa, ma nel pensiero protestante; per questo non passerà. In fondo Kasper ha i media dalla sua, ma questo non è bastato a far sì che un solo cardinale, Marx a parte, prendesse pubblicamente le sue difese. Al contrario, Muller, Woelki, Caffarra…hanno parlato in modo opposto. E il papa ha spiegato che non si risolve nulla con la casuistica, cioè con lo schemino in 5 punti proposto dal cardinale tedesco. Cinque punti verificabili non si sa da chi e non si sa con quali super poteri di lettura dei cuori e delle menti. Per ottenere non si sa cosa.

Davvero crede, il cardinale, che nell’Occidente in cui tutto crolla, minare il matrimonio possa servire a “rendere più felice” qualcuno? Davvero crede che chi ha rotto la comunione con l’uomo o la donna della sua vita ( e con i figli che ne sono nati), possa ritrovare la comunione piena con Dio, se solo un sacerdote gli dà l’Eucaristia? Davvero si può pensare che si possano salvare i malati di questo grande ospedale da campo che è l’Occidente, malati per cui bisogna provare tutto l’amore che Cristo ha provato per noi, dicendo al malato che sta bene? Che la fedeltà non è più un valore assoluto? Che la responsabilità che si assume è a tempo? Che si può giurare il proprio sì, in chiesa, davanti a se stesso, Dio, il coniuge, gli amici, sapendo dentro di sé che tanto, se non va, c’è il divorzio per lo Stato, e la Kasper-dottrinen per la Chiesa?

Vede, cardinale, io sono un semplice cattolico, che crede nella Chiesa: per questo mi sono sposato. Perché la Chiesa, che è mia madre, mi ha sempre insegnato che si può amare per sempre. Mi sono fidato, anche se il mondo dice: “non è vero! Non è possibile! Non è umano!”

Mi fido ogni volta in cui qualcosa non va; ogni volta in cui il mio cuore è tentato di cedere; ogni volta in cui viene la facile tentazione di farmi del male, perdendo la fiducia.

Ogni marito e ogni padre, come ogni moglie e ogni madre, passa momenti di sconforto: una malattia, un figlio che sta per morire, un figlio che si perde, una crisi lavorativa, una depressione, un lutto in famiglia…

Cristo ci insegna a sopportare, a farci carico l’uno dei pesi degli altri; ad abbracciare il sacrificio; ad amare nella salute e nella malattia… a non mollare mai del tutto, per non mancare alla promessa; per non abbandonare i propri figli; per non tradire il proprio coniuge nei momenti in cui sembra di non amarlo più…

Cristo ci insegna a vincere, a vincerci, ad amare davvero, ad amare senza ricompensa, ad amare nonostante tutto…per essere felici. E lei che fa? Dedica pagine e pagine eleganti e colte, per concludere dicendo: “tana libera tutti”.

No, continuiamo a fidarci della Chiesa. Di sant’Alfonso e di san Tommaso, come li hanno sempre insegnati, non come li interpreta lei, oggi, senza una pezza d’appoggio. A lei piace la misericordia, ed è profondamente giusto. La morale cristiana è bella, perché sta insieme con un Dio che è morto in croce; con un Dio che si è dato per primo; con un Dio che perdona mille volte il peccatore pentito. Cristo non era moralista, ma non ha abolito i comandamenti, li ha, al contrario, riassunti, in uno solo. Quello che lei vuole oggi mettere in discussione, il comandamento dell’amore. Quanto alla misericordia, la più grande misericordia che Dio ci fa ogni giorno è quella di essere un Dio fedele, che ci ama sempre, e che ci indica, nell’amore fedele, nell’amore benigno, nell’ “amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”, e non in quello che scappa, la nostra felicità. La grande misericordia che Dio ci fa sono i sacramenti, non come diritto, da esigere con arroganza, ma come sostegno per i nostri passi, per confermare la nostra fede, per rendere divina la nostra solo umana e fragile capacità di amare.

E’ il papa che ci insegna sempre che la confessione è il sacramento più adatto per l’uomo di oggi. Più adatto per riportarci al contatto con Dio, a sentirlo come padre e come giudice misericordioso. Ebbene, la confessione, nella quale ci si impegna a non commettere più il peccato di cui ci si pente, altro non è che il preludio all’Eucarestia, perché, come scrive san Paolo, “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”. Ciò significa, a mio avviso, che Dio apprezza infinitamente di più chi, dopo aver sbagliato, si mette in fondo alla Chiesa, e prega, umilmente, di chi, invece, gli va baldanzosamente incontro, per la Comunione, dopo aver rotto quella con la persona che Dio stesso gli aveva messo al fianco, per farne “un corpo solo e un’anima sola”.  (Il Foglio, 18/03/2014)

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