Marinetti: un “cretino fosforescente” a Lourdes

Ci sono biografie che è interessante leggere, per stupirsi della pochezza che ha caratterizzato alcune epoche della storia. L’Ottocento italiano è il secolo della decadenza del nostro grande paese. Benchè si parli di Risorgimento, decadiamo da tutti i punti di vista: umano, politico, artistico, letterario, scientifico…

E alla fine sulla scena spuntano, come giusta punizione, i Mussolini, i D’Annunzio, i Marinetti… Personaggi che visti con gli occhi di oggi appaiono quasi caricaturali e grotteschi e che sono in tutto e per tutto figli di un rinnegamento e di un’ abiura. Rivoluzionari, si definiscono, tutti e tre, e come spesso accade dietro il rivoluzionario c’è il cialtrone e l’egocentrico.

A D’Annunzio e a Marinetti ha dedicato ottime biografie uno storico e giornalista come Giordano Bruno Guerri, che di questa tipologia di rivoluzionari libertini è grande ammiratore. 

Ma è proprio anche leggendo queste narrazioni che viene da chiedersi come un popolo abbia potuto elevare simili personaggi a idoli e maestri. Prendiamo Marinetti, padre fondatore del futurismo, condannato dalla storia ad essere il meno celebre, suo malgrado, dei tre.

Guerri cerca di descriverlo come un uomo straordinario, avvolgendolo in un’atmosfera di eroismo e di grandezza. Ne viene fuori, invece, per usare un’espressione utilizzata da D’Annunzio, un “cretino fosforescente”, convinto di essere un genio assoluto proiettato nel futuro. Un cretino che dichiara di preferire alle cattedrali, i mercati coperti e le stazioni ferroviarie; al profumo dell’incenso, la puzza e il fumo delle ciminiere; alla musica dei grandi del passato, il rombo dei motori; all’inginocchiatoio di legno, il divano sfondato dalle serate lussuriose; alla famiglia, il libero amore; all’amor di patria, il tronfio nazionalismo guerrafondaio…

Leggere oggi Marinetti significa catapultarsi nell’età dei declamatori e dei tribuni che affondano le lame della loro gonfia retorica nel vuoto di ideali e di passioni vere dell’inizio Novecento italiano. Che propongono ai loro contemporanei, come valori su cui fondare la vita, surrogati in immediata scadenza; che cercano di affermare se stessi attraverso trionfi mondani di cui, incredibilmente, non sembrano scorgere, se non a tratti, la vacuità.

Così Guerri ci descrive Marinetti che, pur di far parlare di sé, compera ogni settimana duemila copie di una rivista morente, per tenerla in vita, dopo essersi accordato con il direttore affinché lo calunni, “anche con le panzane più grosse”; descrive un uomo, “sciocco, molto ricco e molto vanesio”, secondo Andrè Gide, che pur di ottenere successo valuta accuratamente il potere dei padri delle innumerevoli amanti; un uomo che predica l’amore libero, i figli di Stato, il nazionalismo, la guerra “sola igiene del mondo”, il fascismo più becero, sempre con la stessa convinzione di essere profeta.

Un uomo che, dopo aver fatto il rivoluzionario di professione, finisce calzato e vestito con i simboli del potere e della Accademia fascista, e che, per urlare al mondo che lui nonostante tutto è diverso, originale, unico, lancia una terribile crociata per l’abolizione della… pastasciutta, accusata nientemeno che di indurre “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e pessimismo”. Siamo nel 1930 e il sedicente poeta di cui non si leggerebbe nulla da tempo, se non per obbligo scolastico, riesce ancora a far parlare di sé: i più normali rispondono vestendosi da Marinetti, e esibendosi “in pantagrueliche mangiate di pastasciutta”; altri, come i figli del duce, Vittorio e Bruno, accolgono l’urlo emancipatore, e a donna Rachele che scodella l’italica pastasciutta, rispondono in coro: “Noi siam figli della rivoluzione. Questi son piatti da vecchi borghesi”.

Questo Marinetti, che a tratti Guerri cerca, senza riuscirci, di descrivere come “felice”, aveva, come Mussolini e D’Annunzio, le sue radicate superstizioni, ma una fiera avversione alla Chiesa: del papa Pio X scriveva trattarsi di “carceriere della terra, sorcio mostruoso delle fogne del cuore, vecchio scarafaggio nutrito d’immondizia… fetido sterco nero e greve, caldo uscito dal mio sfintere di grande uccello d’Italia…”.

Tutto ciò non toglie che si possa rintracciare, anche nella biografia di Marinetti, un aneddoto interessante.

Narra Guerri, infatti, che il giovane futurista viaggiava in treno, quando salirono a bordo vari pellegrini diretti a Lourdes. Sul treno salì anche la bella Yvette, al seguito di una cugina in barella. Marinetti rimase colpito dalla ragazza, abbandonò gli amici e la seguì. A Lourdes accadde l’incredibile: “la cugina di Yvette, ‘ammalatissima malata’, d’improvviso spalanca ‘due occhi immensi verdi come un mare dopo molte scogliere’ e si alza guarita: ‘Ed era forse la vita oppure la volontà di Dio’. Tutti gridano al miracolo e Tom (cioè Marinetti, ndr) è turbato. Ha assistito a ‘un’autentica frattura del mondo fisico’ dice ai medici…”.

Ma Yvette è ormai persa, dietro i fatti eclatanti di cui è protagonista: Marinetti (che pure crede di aver visto un miracolo) decide di ripartire. Accade sempre così: i cretini fosforescenti non riescono a vedere intorno a sé nessuna luce, intenti come sono ad osservare la propria fatua fosforescenza. Il Foglio, 17 gennaio 2013

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