“Viva la libertà!”… ma il notaio può tornare utile

In Italia a governare sono i giudici, o i magistrati, o le banche, o i giornali e i mass media in generale. O forse a decidere sono i notai, come pare d’intendere dalla nuova proposta avanzata dalla categoria guidata da Maurizio D’Errico a seguito del Congresso annuale: ci riferiamo ai “Contratti di convivenza”, che dal prossimo 2 dicembre potranno essere stipulati presso tutti gli studi notarili d’Italia.

In merito si legge sul Corriere Economia del 25 novembre 2013: “Attraverso i contratti di convivenza predisposti dal notariato secondo le norme di legge previste dall’ordinamento vigente, si possono disciplinare contrattualmente diversi aspetti patrimoniali relativi alla convivenza nella famiglia di fatto. In particolare: l’abitazione, la contribuzione alla vita domestica, il mantenimento in caso di bisogno del convivente, il contratto d’affitto, la proprietà dei beni, perfino organizzare un regime di comunione o separazione dei beni. Si possono prevedere con testamento anche eventuali clausole a favore del convivente more uxorio o l’assistenza in caso di malattia con la designazione dell’amministratore di sostegno. E’ inoltre possibile tutelare a livello contrattuale la parte debole all’interno della famiglia di fatto”.
Come dire: le coppie di fatto possono – con qualche accortezza – arrivare ad avere le stesse tutele delle coppie sposate.

A uno sguardo superficiale la novità avanzata dai notai potrebbe apparire una “conquista”, un passo verso l’eliminazione delle discriminazioni, ma la realtà è assai differente.
Vediamo tre riflessioni.
In primo luogo occorre riflettere sulla preoccupante constatazione cui si accennava in apertura: chi è che governa in Italia (e nel mondo)? La politica o altri poteri di diversa natura?
Un secondo appunto interessa invece specificatamente i “contratti di convivenza”: perché le coppie non sposate dovrebbero avere gli stessi diritti delle persone che decidono di assumersi un impegno duraturo (e di certo non facile)? E’ vero, d’impatto verrebbe da dire – per fare un esempio – che è giusto che un convivente possa andare a trovare la propria metà in ospedale, ma se si analizzano bene le cose si vede che questo ragionamento è mancante. Rimanendo nell’ambito della sanità, le persone sposate in Chiesa si giurano fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, così come le persone legate dal matrimonio civile, che hanno dei precisi obblighi circa l’assistenza reciproca. Quindi a un preciso dovere corrisponde un diritto.
Per i conviventi non è così: le coppie di fatto non hanno “nessun obbligo reciproco previsto dalla legge” (Italia Oggi7, 25/11/2013, p. 5). Dunque perché con diversi doveri dovrebbero esserci uguali diritti? La vera uguaglianza si gioca a questo livello, non nella mera comparazione dei diritti.
Un’ultima riflessione: quali vantaggi hanno lo Stato e la società a tutelare delle convivenze non stabili, che vedono i bambini in balia del “vento del momento” tra i loro genitori, con tutte le conseguenze educative e psicologiche che questo comporta? I bambini e i ragazzi hanno bisogno di stabilità per crescere in maniera serena. Vivere in un contesto “liquido” – per citare Zygmunt Bauman – non li aiuta a maturare e, soprattutto, non ha alcun valore formativo, anzi: si insegna loro che quel che conta sono l’umore e le voglie estemporanee, non lo spirito di sacrificio che porta a mettere da parte il proprio ego pur di mantenere fede all’impegno preso; non si insegna loro il valore della fatica e della condivisione; infine, si insinua in loro una sorta di diffidenza verso il prossimo e verso il futuro: oggi va così, domani chissà… e allora cos’è che può stimolarli a impegnarsi per costruire qualcosa di grande?

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