Errati revisionismi sui martiri anauniensi

 

Una delle caratteristiche positive di internet è che un articolo di quotidiano può non scadere nell’arco di un giorno. Lo si può trovare, se serve, anche a lunga distanza. Cercavo, qualche giorno orsono, documenti sui martiri anauniensi della Val di Non e mi sono imbattuto in un articolo di Marina Montesano, del 4/6/2001 su il Manifesto, dedicato ai primi cristiani, come persecutori, più che come perseguitati. Nel sottotitolo, la tesi: la religione cristiana si è affermata anche con la violenza, ad esempio tramite una “legislazione restrittiva o perfino inibitrice della libertà di coscienza”. Uno degli esempi riportati è proprio quello dei martiri anauniensi.

Scrive la Montesano: “Nel 397, all’indomani dei decreti con i quali Teodosio I aveva eletto il cristianesimo a unico culto di stato, i missionari Sisinnio, Martirio e Alessandro vengono inviati dal vescovo di Trento, Vigilio, nelle aree montane circostanti la città, e precisamente nella Val di Non. Qui cominciano a predicare a montanari che, con tutta evidenza, erano legati alle pratiche religiose tradizionali. Un giorno, alla fine di maggio, i tre assistono a un sacrificio di animali cui, stando al testo agiografico che racconta le vite dei tre, era stato costretto anche un neoconvertito: si trattava della festa degli Ambarvalia, un insieme di riti atti a favorire la fertilità delle messi; il culmine della cerimonia si raggiungeva con il sacrificio di un toro, una scrofa e una pecora che venivano prima condotti in processione tre volte attorno ai campi. Trattandosi di rituali strettamente legati alla vita stessa delle valli, peraltro piuttosto remote, i costumi locali dovevano aver risentito assai poco dei recenti provvedimenti legislativi sfavorevoli al culto pagano. I missionari cercano di impedire lo svolgimento della cerimonia sacra e i contadini, stanchi delle continue interferenze dei tre, li martirizzano: probabilmente sacrificando anch’essi alle divinità che avrebbero voluto abolire. Anche san Vigilio…avrebbe poi seguito i suoi missionari, finendo lapidato pochi anni piú tardi in Val Rendena per aver distrutto un simulacro di Saturno”. Detto questo l’autrice si chiede: “Martiri o persecutori?” E risponde: “Entrambe le cose, evidentemente ”.
Sisinio, Martirio, Alessandro e Vigilio, venerati dalla Chiesa come santi, furono davvero persecutori e violatori della “libertà di coscienza”?
Credo che, tenendo fissi i dati storici forniti dalla Montesano, con solo qualche aggiunta, si possa dire che le cose non stanno affatto così.
Già nell’Ottocento, lo storico trentino Barbacovi notava che gli uccisori dei martiri altro non fecero che difendere, in coscienza, una religione che essi “credevano giusta e che era stata comune pressoché a tutte le nazioni del mondo..”. Questa religione agraria era fondata sull’idea che “i sacrifici, l’offerta della vita di animali e, in casi estremi, di esseri umani” incrementasse “i processi vitali favorevoli all’uomo, cioè sostanzialmente l’agricoltura e l’allevamento”. All’epoca dei martiri anauniensi, dunque, i sacrifici, di animali e di uomini, vietati da tempo dagli imperatori cristiani, persistevano. In particolare rimaneva assai vivo il culto di Saturno: anche a lui venivano offerti roghi votivi nei quali si bruciavano animali e talora, come testimoniano le ricerche archeologiche e i resti di ossa umane, persone. Ebbene cosa accadde il 28 maggio 397? Che una famiglia di convertiti fu costretta dai pagani a sacrificare i propri animali a Cerere e Saturno, e ciò spinse i futuri martiri ad intervenire: Sisinio fu ucciso a freddo, all’indomani, con bastoni appuntiti; Martirio “venne a sua volta colpito e trafitto con i pali acuminati”; Alessandro, prelevato da una folla in preda agli eccessi delle libagioni e all’euforia delle trombe rituali, “fu legato con i compagni ormai cadaveri e trascinato con essi sino all’altare di Saturno dove fu bruciato, ancora vivo”, insieme ai defunti amici. A dimostrazione che il sacrificio umano non era per nulla un lontano ricordo per la visione religiosa dei Reti dell’epoca (Gaetano Forni, Agricoltura e religione pre cristiana nell’Anaunia antica, Trento, 1998).
Quanto a Vigilio egli perdonò gli uccisori e chiese per loro la grazia all’imperatore Onorio, fedele alla sua linea pastorale (“Vincere, soccombendo”). In altra occasione gettò nel fiume Sarca una statuetta del dio Saturno, ottenendone in cambio, sembra, il martirio. Anche Vigilio, infatti, si era inimicato i pagani, accusandoli di praticare l’esposizione dei neonati (condannata dagli imperatori cristiani, ma lecita e assai diffusa nell’età pagana ed oltre), “plena luce”, proprio in occasione delle feste dello stesso Saturno, il dio che mangia i suoi figli, e che era, in Rezia, il corrispettivo del Baal fenicio, celebre proprio per la sua sete del sangue degli infanti (Luigi Pizzolato, Studi su Vigilio di Trento, Milano, 2002). Alla luce di questi fatti viene da chiedersi se non sarebbe meglio riconoscere che i martiri anauniensi furono perseguitati e non persecutori; civilizzatori e nemici della superstizione, uccisi in “buona fede”, ma è un po’ poco, da persone che praticavano credenze religiose inumane e incivili.
Il Foglio, 17 ottobre 2013

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