Matrimoni carissimi. Ma la vera crisi sta nelle promesse

Maggio e giugno sono i mesi preferiti per convolare a nozze, o meglio, lo sono per quei pochi che ancora decidono di sposarsi dal prete o dal sindaco. Ma tant’è, ormai il matrimonio è diventato obsoleto, molto meglio convivere e non pensarci più. Chissà poi perchè gli omosessuali sono così ostinati nel volersi sposare quando ormai non è più di moda.

Molti di quelli che decidono di saltare a piè pari la questione matrimonio si rifanno a motivazioni economiche e, in effetti, a leggere quanto scrive l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori c’è da scappare a gambe levate.

Per un “matrimonio tradizionale”, con circa 100 invitati, lo studio della Federconsumatori dice che per sposarsi ci vogliono dai 34.000 euro fino a 58.000, in alternativa si propone un matrimonio low-cost con un badget decisamente più contenuto, ma comunque di oltre 12.000 euro. Se le cifre sono queste come dar torto a chi dice che sposarsi costa troppo?

Analizzando un po’ meglio cosa compone il prezzo del matrimonio “tradizionale” si può notare quali sono le voci che incidono maggiormente: pranzo, viaggio di nozze, video-foto, bomboniere e abito da sposa/o. Non c’è bisogno di un wedding planner per capire che su queste cose è possibile risparmiare e non poco, infatti, la proposta low-cost fa leva su queste voci per abbassare i costi. Abito in affitto (basterebbe accontentantarsi un po’), pranzo con catering/agriturismo, foto in numero ridotto, il video che si può anche non fare, bomboniere fai da te o come offerta ad un ente benefico.

Certo che anche il matrimonio alternativo a tutti i costi, quello per pochi intimi ben selezionati, tutto equo-solidale, un po’ finto povero, mette tristezza. Personalmente preferisco, e di gran lunga, un bel matrimonio meridionale, di quelli che durano circa una settimana, dove se non ti sottometti a tutta la trafila di amici e parenti, riti e controriti, ti guardano male, malissimo perfino. Almeno questi matrimoni conservano il senso del vero rito di passaggio, del grande appuntamento con la vita, mentre quelli trendy, finiscono per essere così forzatamente diversi da apparire finti. E forse lo sono.

In fondo il matrimonio è in crisi perché si è persa la capacità di fare promesse vere, quelle che non hanno bisogno di grandi budget, ma di cuori sinceri. Oserei dire promesse sacre, ma qui entra in ballo anche la crisi del sacro e il discorso si complicherebbe ulteriormente.

Per i nostri nonni il viaggio di nozze non era contemplato, o quasi, al massimo gita a Venezia, o a visitar Firenze, il vestito era quello che era, la casa si condivideva spesso con la famiglia di lei o di lui, foto due o tre, pranzo come si poteva. Però il matrimonio era un traguardo, una realizzazione di sé, un cammino da portare avanti comunque, una cosa seria, una parola data.

Viviamo l’epoca del disimpegno per cui è bandito il concetto di libera scelta per una condizione permanente, quello che il medioevo chiamava voto. Oggi non vige più l’ottica del voto, ma quella del contratto e, quindi, come ogni contratto che si rispetti, bisogna prevedere le clausole rescissorie. Magari ancor prima di firmarlo.

Nel voto c’è un esaltazione del libero arbitrio che sceglie, per il bene che si vuole all’altro, di abbracciare anche doveri e disagi, mentre nel contratto c’è solo il desiderio di comprare ciò che piace, con il diritto di recesso qualora la merce non confermasse le attese. Si è passati dal cavaliere al mercante, dalla damigella, alla velina.

Il problema di quanto costa un matrimonio è ridicolo, mentre è decisamente più serio l’essere incapaci di scegliere per sempre. Diceva Chesterton, con toni che suonano profetici, che a lungo andare invece della vecchia distinzione tra sposati e non sposati, avremmo avuto una distinzione tra quelli sposati e quelli sposati veramente. Ci siamo dentro. (La Voce di Romagna,  23/05/2013)

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