Un conto è Mps, un altro sono Saipem e Finmeccanica

Sarà caso fortuito o, come molti sospettano, occulta regia, il fatto è che con l’avvicinarsi della giornata del cimento elettorale grandinano procedimenti giudiziari e, soprattutto, arresti. Senza dubbio finché non si conosceranno svolti e risvolti ogni giudizio è affrettato e si corre il rischio di radicali smentite. Tuttavia  non si può nemmeno utilizzare la scusa  che occorre attendere di “conoscere gli atti” per fare intanto di ogni erba un fascio. Se veramente si ritenesse presupposto indispensabile  la conoscenza degli atti diverrebbe altrettanto indispensabile se non addirittura non dare notizia di arresti e processi quanto meno non spendere una parola di commento finché gli atti non siano disponibili. Dal momento che invece i commenti corrono  a fiumi  è doveroso  rilevare fin d’ora che una cosa  è la vicenda del Monte  dei Paschi di Siena, un’altra, tutta diversa, quella della Saipem (per i lavori in Algeria) e di Finmeccanica (per gli elicotteri da guerra venduti all’India).

Quella del Monte dei Paschi di Siena è la squallida vicenda di banchieri che hanno tentato spericolate manovre finanziarie per motivazioni di denaro, di potere e forse di partito con totale disinteresse per i clienti della banca. Al contrario, per quanto finora se ne sa, i dirigenti della Saipem e di Finmeccanica non hanno ricevuto, ma versato tangenti a potentati di vario livello  di altri paesi (l’accusa è, appunto, di “corruzione internazionale”) per battere la concorrenza  e assicurare alla propria ditta (e indirettamente all’Italia) commesse di grande rilievo che secondo le prassi in uso in quei paesi, mai avrebbero altrimenti ottenuto. Una prassi che prevede per l’assegnazione una gara pubblica, ma anche che i “membri del loro establishment, a gara assegnata, ricevano certe somme, su certi conti cifrati”, come scrive, a pag. 5,  su “Italia Oggi” del 16 febbraio Riccardo Ruggeri (uno che se n’intende, perché  ha alle spalle una lunga esperienza  dirigenziale ad altissimi  livelli internazionali in ambito Fiat  tanto da avere  ricevuto a fine anni ’90 l’offerta  -saggiamente  rifiutata – da parte  del Ministro del  Tesoro dell’epoca   dell’incarico di AD proprio di Finmeccanica). Così fan tutti, perché la regola, a tutti nota in anticipo sicché i concorrenti si dispongono a fronteggiare il costo aggiuntivo,  è prendere o lasciare. Solo che in altri paesi nostri concorrenti (Ruggeri li definisce “giacobino-calvinisti”) non si parla, a differenza che da noi, di “tangenti”, ma,  di “commissioni”. Non è solo questione di nomi. In quei “nordici” e, quindi, virtuosi paesi, se va male, si paga, il più silenziosamente possibile, una multa e tutto continua.  “Noi – sempre Ruggeri – più fantasiosi, invece lo trasformiamo in spettacolo, il capo azienda lo arrestiamo, i giornali la buttano in politica, tutti noi ci indigniamo e ci scanniamo”. Il risultato è che i politici e i notabili “foresti”, che avevano tranquillamente incassato la “commissione”, si indignano per la “tangente”, se la prendono con il corruttore che hanno costretto a corromperli, non pagano quanto hanno ricevuto  e annullano l’ordine.

In quei paesi le industrie italiane non riceveranno più una commessa che una e intanto “nel momento in cui l’India, primo acquirente mondiale di armamenti, ci cancella, arriva a New Delhi una delegazione francese per piazzare aerei, presieduta da Hollande (!)”, come ci informa ancora Ruggeri, che conclude con una facile previsione sul destino della nostra  impresa (in buona parte ancora pubblica): “il titolo in borsa crolla, il nuovo governo metterà in cassa integrazione i dipendenti (70.000) e svenderà finmeccanica proprio a coloro che da anni volevano eliminarlo come concorrente”. E forse non andrà diversamente per la Saipem, già in difficoltà per via della crisi.

Della vicenda si occupa anche, su Pauperclass del 15 febbraio, Eugenio Orso, che, partendo da motivazioni diverse e con finalità diverse (una forte polemica  contro  la sinistra di Bersani e Vendola, traditori passati al servizio del liberalcapitalismo, e  giudici a suo avviso elettoralmente motivati per fare le scarpe a Lega e Pdl) giunge allo stesso risultato: “le inchieste della magistratura raggiungono anche l’obiettivo di screditare e mettere in crisi le ultime grandi industrie italiane, preparandole per futuri ridimensionamenti, sostituzioni dei vertici, smembramenti e infine per la vendita (a sconto) sul mercato al capitale finanziario straniero”.

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