Sei lezioni dalla morte in Belgio

di Michael Cook

Ti guardano con un lieve distacco, non aggressivo, non amichevole, non felice, non triste. Solo distaccato. Due belgi di mezza età con la testa rasata, la barba incolta e occhiali ovali bordati di scuro. L’orecchio sinistro dell’uomo sulla destra sporge di un angolo più acuto. Ma per il resto le due facce sono una stessa faccia. Erano i volti dei due gemelli identici quarantacinquenni, Marc e Eddy Verbessem.

Due settimane prima di Natale un medico li ha eutanasizzati all’Ospedale dell’Università di Bruxelles. È stata una procedura perfettamente legale. Tutti i riquadri erano stati compilati e tutti i documenti firmati. I due uomini erano sordi e stavano lentamente diventando ciechi. Non avevano nulla per cui vivere. Dicevano.

Ma quasi tutti hanno pensato che ci fosse qualcosa di disumano e freddo in una società che ha tradito questi uomini semplici quando potevano vedere, e li ha uccisi quando non potevano.

Come caso paradigmatico di eutanasia belga, vale la pena esaminare com’è avvenuto e che cosa rivela di un diritto legalizzato a morire.

* * * * *

Marc e Eddy Verbessem sono nati sordi. Non si sono mai sposati e vivevano insieme, lavoravano come calzolai. Quando hanno scoperto che avevano un’altra malattia congenita, una forma di glaucoma, hanno chiesto l’eutanasia. Non potevano sopportare l’idea di non vedersi più.

Secondo il loro medico di famiglia, David Dufour, avevano anche altri problemi di salute, incluso un debilitante mal di schiena. “Tutto quanto insieme rendeva la vita insopportabile” ha detto al London Telegraph.

La loro famiglia si è opposta alla loro decisione. E così ha fatto l’ospedale locale. Ci sono voluti quasi due anni per trovare un medico disposto a somministrare una iniezione letale secondo la legge sull’eutanasia in Belgio. È stato il professor Wim Distlemans, noto attivista pro-eutanasia. Sembra orgoglioso di aver svolto un ruolo chiave nella “prima volta al mondo che una ‘doppia eutanasia’ è stata eseguita su fratelli”.

Il 14 dicembre, vestiti di abiti e scarpe nuove, accompagnati a malincuore dal loro fratello e dai loro genitori, sono arrivati ​​per il loro appuntamento con il professor Distlemans. Il dottor Dufour ha descritto i loro momenti finali ai mass-media: “Erano molto felici. È stato un sollievo vedere la fine delle loro sofferenze. Hanno bevuto una tazza di caffè nel salone, è andata bene e [hanno avuto] una ricca conversazione. La separazione dai loro genitori e dal fratello è stata molto serena e bella. Alla fine c’è stato un piccolo ondeggiamento delle loro mani e poi se ne sono andati”.

Ma una foglia di fico di viscide parole non può nascondere il fatto che i gemelli sono stati uccisi dal loro medico curante. Anche i sostenitori dell’eutanasia si sono sentiti a disagio.

Lezione numero uno: il cerchio si espande. Secondo la legge belga l’eutanasia è consentita se “il paziente è in una condizione medicalmente inutile di sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile che non può essere alleviata, derivante da un disturbo grave e incurabile causato da malattia o incidente”.

Ma i fratelli Verbessem non erano malati terminali. Un medico del loro ospedale locale ha detto: “Io non credo che questo sia ciò che la normativa intendesse per ‘sofferenze insopportabili’”. Il professor Distlemans è stato disinvolto: “Un medico valuterà in modo diverso rispetto ad un altro.”

In un’intervista via email, Jacqueline Herremans, presidente della “Associazione del Belgio per il diritto di morire con dignità”, mi ha detto che l’eutanasia dovrebbe essere resa disponibile per molte più persone:

Quando abbiamo aperto la discussione quasi 15 anni fa, il primo pensiero è stato per le persone affette da tumori incurabili. Ed è ancora il cancro all’origine di quasi l’80% dei casi di eutanasia. Ma dobbiamo ammettere che la sofferenza può esistere in altre circostanze. La sclerosi multipla, la SLA, il morbo di Parkinson sono casi chiari. Ma che dire riguardo ai disturbi psichiatrici, senza alcuna possibilità di cura? Che dire riguardo a persone che invecchiano con diverse patologie mediche che perdono la loro autonomia e non vedono più alcun senso alla loro vita, sapendo che domani sarà peggio di oggi? Che dire dei malati di Alzheimer?

Lezione numero due: i medici orientati all’eutanasia preferiscono morti facili a un complicato lavoro sociale. I problemi di Marc e Eddy Verbessem erano complessi. Erano timidi e riservati. Presto sarebbero stati non solo sordi, ma sordi e ciechi. È stato difficile per i medici comunicare con loro. Il modo più semplice per risolvere i loro problemi sociali, è stato quello di por loro fine per sempre.

Tuttavia, come le comunità dei sordi hanno sottolineato, essere sordi e ciechi non è una condanna a morte. Dopo tutto, la più famosa persona sordocieca americana, Helen Keller, ha girato il mondo, ha scritto libri e diventò un’ardente propagandista del socialismo.

Infatti, un attivista canadese sordocieco era sbalordito: “Mi chiedo se i gemelli sordociechi Verbessem conoscessero… gli insegnamenti disponibili, la comunità di sordociechi in Belgio attorno a loro, gli strumenti da acquisire a loro disposizione in modo che la loro paura di diventare ciechi fosse placata con loro stesso stupore e sollievo”. Così ha scritto Coco Roschaert sul suo blog.

Più precisamente: i medici che li hanno eutanasizzati li conoscevano? Ci hanno pensato?

Lezione numero tre: le misure di garanzia sono destinate ad essere scavalcate. I sostenitori dell’eutanasia legalizzata insistono sul fatto che le garanzie previste dalla legislazione restringono l’eutanasia ai casi più difficili. In realtà, sta diventando sempre più facile essere sottoposti a eutanasia in Belgio. Un rapporto pubblicato alla fine dell’anno scorso dall’Istituto Europeo di Bioetica con sede a Bruxelles ha sostenuto che l’eutanasia è in corso di “banalizzazione”, e che la legge viene monitorata da un cane da guardia senza denti. Dopo 10 anni di eutanasia legalizzata e circa 5500 casi, non è mai stato riportato alla polizia neanche un caso.

Il caso del gemelli Verbessem mostra anche che la procedura è tutt’altro che trasparente. Se un detenuto muore in carcere, tutti i dati vengono messi a disposizione del pubblico. Se un paziente viene sottoposto a eutanasia, il pubblico potrebbe anche non scoprire mai che questo è avvenuto. Per esempio, poco si sa riguardo la salute dei gemelli, come hanno comunicato con i medici che li hanno uccisi, se il loro sostegno sociale fosse adeguato, il motivo per cui un altro ospedale aveva respinto la loro richiesta, quanta assistenza psicologica abbiano ricevuto.

I medici con ingenuità – o si tratta di arroganza? – vogliono che la gente sappia il meno possibile. “Sono stato molto sorpreso dal fatto che vi sia tanto interesse e discussione su questo” ha detto il dottor Dufour.

Lezione quattro: se sei disabile, sei nei guai. Il professore Chris Gastmans, dell’Università Cattolica di Lovanio, ha criticato le morti come una risposta impoverita alla disabilità. “È questa l’unica risposta umana che possiamo offrire in queste situazioni? Mi sento a disagio qui come studioso di etica. Oggi sembra che l’eutanasia sia l’unico modo giusto di porre fine alla vita. E penso che non sia una buona cosa. In una società ricca come la nostra, dobbiamo trovare un altro modo, un modo premuroso di trattare la fragilità umana.”

Lezione cinque: l’eutanasia compassionevole ha un cartellino con il prezzo. Sia Eddy che Marc hanno dovuto pagare 180 euro a testa per trasportare i loro corpi a casa. Questo macabro dettaglio non dovrebbe sorprenderci. Anche la Cina fa pagare le famiglie delle persone giustiziate. Si chiama tassa del proiettile.

Lezione sei: non sono stati eutanasizzati abbastanza belgi, ma il governo ha un piano. Nel 2011, l’ultimo anno per cui sono disponibili statistiche ufficiali, 1133 persone sono state sottoposte ad eutanasia in Belgio. Pochi giorni dopo la morte dei fratelli Verbessem, il governo ha annunciato che avrebbe modificato la legge per permettere anche ai minori e alle persone affette da demenza di essere sottoposti a eutanasia.

Michael Cook è redattore di MercatorNet. Questo articolo è stato tradotto e qui pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

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