Lingua morta a chi?… Il Latino nel Diritto e nella Tradizione della Chiesa

di Ilaria Pisa

Mercoledì 23 gennaio l’Unione Giuristi Cattolici di Pavia, intitolata al Beato Contardo Ferrini, ha organizzato in Università un pomeriggio di studi su un tema reso più che mai attuale dal Motu Proprio recentemente firmato dal Sommo Pontefice: il ruolo, la dignità e l’impiego del Latino nel Diritto canonico, nella Liturgia della Chiesa, nel Magistero e nella teologia. Con Latina Lingua, Benedetto XVI ammonisce la Chiesa riguardo all’“affievolirsi” dell’interesse e dello studio della lingua latina e della cultura classica, tanto più pernicioso quanto più allontana chierici e laici dalla conoscenza diretta delle fonti magisteriali, della patristica, dell’ordinamento giuridico ecclesiastico e della sacra liturgia. E prende provvedimenti, istituendo la Pontificia Academia Latinitatis,

Gli autorevoli interventi succedutisi nel corso del convegno si sono collocati in perfetta sintonia con gli auspici del Santo Padre, coniugando due inscindibili aspetti: da un lato la dimostrazione rigorosa della perdurante importanza del Latino, una capitale importanza, che a buon diritto ne fa ancor oggi la lingua ufficiale della Chiesa cattolica e non un vezzo da eruditi o, peggio, la cifra di un élitarismo culturale; dall’altro, l’esortazione appassionata a rivalutarne lo studio (ad ogni livello, perché con idonei strumenti chiunque può avvicinarsi al Latino) per restituirlo alla cultura popolare della comunità dei credenti, di cui faceva parte (con le preghiere, con i canti…) fino a pochi decenni or sono.

Introdotto e moderato dal Presidente dell’UGC pavese, Dott. Avv. Marco Ferraresi – che ha ricordato come la valorizzazione del Latino interessi particolarmente i giuristi, in ispecie cattolici, costituendo lo strumento per l’accesso alle fonti utriusque juris –, il convegno è stato aperto dalla relazione del Prof. Luciano Musselli, Ordinario Emerito di Diritto canonico ed ecclesiastico, sul Latino come lingua “del diritto della Chiesa”. Egli ha in premessa richiamato la corrispondenza ineliminabile tra forma lessicale dei concetti, e loro contenuti: molte espressioni giuridiche tecniche assumono un senso specifico in relazione alla lingua in cui sono confezionate e ciò è particolarmente vero nell’ambito del diritto canonico. Il Latino, impiegato oggi non solo nella promulgazione di atti giuridici della Chiesa cattolica (perlomeno a livello centrale, “romano”), ma anche nella prassi dei tribunali della Sacra Rota e della Segnatura Apostolica, è un esempio unico di lingua giuridica assolutamente universale e insostituibile.

A che epoca risale questo primato? Le prime opere disciplinari della Chiesa sono state redatte in Greco, o in Siriaco, ma dal III secolo in avanti si afferma appunto il Latino (pensiamo alla Traditio Apostolica di Ippolito), lingua dell’Impero Romano d’Occidente, che così si colloca agli albori della sistematizzazione del diritto canonico. Opera, questa, compiuta nel VI secolo da Dionigi il Piccolo con la raccolta di canoni conciliari, nell’eponima Collezione Dionisiana. L’acme del processo consolidativo è poi rappresentata dal Decretum di Graziano (raccolta di decretali databile al 1140) e dall’Etimologia di Isidoro di Siviglia, “dizionario” dei concetti e delle definizioni del diritto canonico. La Chiesa, inoltre, nell’espansione in Europa settentrionale fa uso del Latino come strumento di acculturazione, civilizzazione ed evangelizzazione dei Germani, dei Celti e dell’Irlanda (è in particolare rilevante il contributo dato dal monachesimo irlandese alla riflessione sul peccato e sulla penitenza); così, la tradizione giuridica del Latino medievale risulta arricchita di nuovi elementi linguistici mutuati da esperienze “barbare”, mostrando la sua natura di lingua “viva” (in una decretale pontificia leggiamo, ad esempio, un neologismo per designare i tornei), nonostante gli sforzi in senso “purista” del Corpus Juris Canonici.

Ai tempi di San Pio V, la Chiesa della Controriforma (1580-82) redige una nuova versione del Corpus canonistico, aggiornato al Concilio tridentino e anche linguisticamente revisionata, per preservare un buon Latino, da una commissione di correctores. Il monopolio del Latino, in chiave antiprotestante, esce notevolmente rafforzato. Oggi ci è difficile immaginare che cosa significasse impiegare il Latino non solo e non tanto come lingua dei pronunciamenti ufficiali, ma come parte familiare della vita quotidiana: pensiamo al clero, abituato fino a qualche decennio fa alla recita del Breviario o allo studio delle Scritture interamente in Latino, un contatto quotidiano che garantiva la fluency. Analogamente, la didattica sia orale, sia manualistica, del diritto canonico è avvenuta in Latino in via esclusiva fino alla seconda metà del XIX secolo (il primato fu poi intaccato dal tedesco); il Professore rammenta che, ancora negli anni ’70, i corsi alla Pontificia Università Lateranense si svolgevano in Latino e lui stesso fece a tempo a redigere in Latino la tesi di licenza e qualche articolo scientifico. Dopo il Concilio Vaticano II (i cui atti, anche preparatori, sono stati redatti naturalmente in Latino: la responsabilità non è, dunque, attribuibile al Concilio) e la riforma liturgica, il Latino ha però vissuto un graduale allontanamento dai membri della Chiesa e, come deprecato dal Relatore, dagli stessi cultori del diritto canonico.

Il secondo intervento è stato di don Marino Neri, sacerdote diocesano, Dottore di ricerca in Lingua e letteratura latina, promotore appassionato della Liturgia latina. Egli ha focalizzato l’attenzione anzitutto sulla “fortuna” conosciuta dal Latino come lingua liturgica, non paragonabile a nessun’altra lingua di culto per l’estensione spaziale e temporale del suo impiego, fortuna sicuramente dovuta anche all’autorevole sanzione della Chiesa. Il Latino, così, è diventato una Sondersprache, una lingua “socialmente marcata”, prodotta all’interno di un gruppo sociale omogeneo, e dotata di un particolare registro che è quello liturgico-sacrale.

Come emerge dalla testimonianza del retore e teologo Mario Vittorino, è grazie all’opera evangelizzatrice di Papa Damaso I, salito al soglio petrino nel 360, che la Liturgia è tradotta dal Greco al Latino e viene, altresì, migliorata la traduzione delle Sacre Scritture, affidata a San Gerolamo. Il rito è, così, via via latinizzato a partire dal IV secolo, anche se (forse) le pericopi scritturistiche erano lette già da tempo in Latino. L’epoca di Sant’Ambrogio, poi, porta la graduale fissazione del Canone Romano, la forma di consacrazione più risalente della Chiesa d’occidente, anche se lo stesso Ambrogio nei suoi scritti suggerisce l’esistenza di ben più antiche redazioni latine della prex eucharistica, giunte a Milano da Roma: in omnibus cupio sequi Ecclesiam romanam, afferma il santo. Tra il V e il VI secolo, infine, il Greco viene sostanzialmente abbandonato e il Canone trova la sua cristallizzazione.

Di quale Latino stiamo parlando? Diversi sono i popoli che impiegano nel culto lingue liturgiche anche molto distanti dall’uso, lingue veicolari fisse, non soggette a mutamenti (esempio ne è anche la lingua sacrale sacerdotale romana, usata nel culto pagano già in epoca abbondantemente cristiana, e oramai avulsa dal Latino volgare dell’epoca: don Neri cita il noto Carmen Arvale). Possiamo da ciò arguire che il Latino liturgico dei Cristiani non va confuso con la lingua comune o con la lingua della predicazione; addirittura, notiamo che esso presenta stilemi ed espressioni fortemente retorizzate e, non di rado, riecheggianti gli schemi delle citate orazioni pagane (anafore, chiasmi, allitterazioni), il tutto misto a peculiarità del Latino tardoantico. Un Latino prezioso e letterario, dunque, poetico senza essere stucchevole; un Latino elegante. Esso contribuisce a realizzare il carattere profondamente oggettivo della Liturgia, tramite l’uniformità delle forme impiegate, oggettività che è poi quella della Dottrina (legem credendi lex statuat supplicandi). La Liturgia parla a Dio, e il fedele Gli parla in essa e per essa, scrive il celebre teologo Romano Guardini; la Liturgia richiede essenzialmente umiltà, come rinuncia, sacrificio della propria autorità e indipendenza, e come accettazione di un contenuto già dato, che oltrepassa il livello personale.

Per quanto poi attiene alla formazione e all’istruzione del popolo, aspetto che sempre emerge con prepotenza quando oggi si parla del Latino, va anzitutto precisato che è da sempre la predicazione il luogo privilegiato per la comprensione dei misteri celebrati in una lingua più o meno distante dal parlato: non è in sé e per sé la Liturgia a costituire luogo di immediata fruizione, e ciò vale evidentemente anche se essa è celebrata in lingua vernacola. Una semplice traduzione non fa comprendere ciò che concettualmente rimane oscuro al fedele: e la Patristica è stata maestra nell’insegnare e nello spiegare, facendo, se necessario, ricorso anche a verba rustica e a uno stile colloquiale, a un sermo humilis (Sant’Agostino diceva: melius est reprehendant nos grammatici, quam non intellegant populi). Concetto che sarà ripreso, ad esempio, in età carolingia dal Concilio di Tours, che suggerirà di pronunciare le omelie in rustica romana lingua vel teotisca lingua.

Il Concilio di Trento, dal canto suo, precisa che, nonostante la Messa sia ricca di contenuti teologici e spirituali che è bene il fedele faccia propri, ai padri conciliari non è parso “opportuno” consentire che il rito venisse celebrato nelle lingue nazionali, ma piuttosto che – durante la celebrazione – vengano spiegati in volgare almeno alcuni passi delle Letture compiute e, in occasione della somministrazione dei Sacramenti, sia adeguatamente illustrata ai fedeli la loro efficacia.

Avvicinandoci ai giorni nostri, nella Costituzione apostolica Veterum Sapientia del Beato Giovanni XXIII (1962), il cui giubileo ha suggerito a Benedetto XVI la promulgazione del Latina Lingua, troviamo l’idea della necessità di una lingua universale, univoca, e soprattutto immutabile, per trasmettere una dottrina immutabile; senza dimenticare il carattere – non intrinseco, ma acquisito – della sacralità. In tale linea, del resto, si colloca – senza proibizioni, senza “guerre” ideologiche – il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium.

La Liturgia, in cui l’attore principale (soggetto e oggetto) è Dio, abbisogna insomma di una lingua peculiare; l’ostacolo linguistico, poi, costituisce incentivo a entrare, con un piccolo sforzo di concentrazione, nel senso del sacro, nella diversa dimensione rispetto al profano: il Latino introduce meglio al mistero, al momento in cui l’Altro per eccellenza si comunica sensibilmente a noi. L’alterità espressa da luoghi, gesti, abiti “altri”, deve passare anche attraverso il “principe” dei segni, la parola, che non media solo significati destinati all’intelletto, ma conduce l’astante al rapporto personale religioso, che si nutre di segni. Se può uscirne diminuita la comprensibilità, tuttavia si acquisisce una mens liturgica in più proficuo rapporto col soprannaturale: la ieraticità, la solennità, sono utili ad accrescere il rispetto nel fedele.

La terza relazione è stata pronunciata da don Roberto Spataro sdb, sacerdote e docente presso la Università Pontificia Salesiana, esperto di Patristica, di didattica delle lingue classiche e di Teologia dogmatica e Segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis. La fama di don Spataro è stata recentemente accresciuta dalla nomina (a novembre) a primo Segretario della già menzionata Pontificia Academia Latinitatis. Egli ha esordito auspicando, tra il serio e il faceto, che non passi alla storia il nostro secolo per aver consentito l’estinzione del Latino, lingua resa gloriosa dall’aver dato voce a concetti alti e nobili, agli studia humanitatis, prima ancora che al Magistero della Chiesa.

Innanzitutto, quali atti magisteriali sono redatti in Latino? Le Litterae enciclicae, le Adhortationes apostolicae postsinodali, le Epistulae apostolicae, le Consitutiones apostolicae e i Brevia apostolica. Al di fuori del Magistero in senso stretto, sono in Latino gli accreditamenti dei nunzi apostolici e degli ambasciatori presso la Santa Sede, le lettere inviate dal Papa in occasione degli anniversari di ordinazione dei Vescovi, il bollettino (sorta di “gazzetta ufficiale”) Acta apostolicae sedis. Come si fa, alla luce di questo, a dire che il Latino sia una lingua morta?…

Il Magistero s’indirizza, evidentemente, a tutti i fedeli dell’orbe cattolico, perciò ha bisogno, per esprimersi, d’una lingua neutrale e sovranazionale, mentre le lingue moderne sono innestate nel bacino geografico e culturale in cui nascono (e si evolvono), rischiando così, in quanto “contenitori” culturali, di divenire strumenti di “colonizzazione”. Così si esprimeva, del resto, l’illustre gesuita sociologo padre Luigi Taparelli: la Chiesa cattolica vuole una lingua universale, inalterabile, dotta; così ribadiscono due documenti magisteriali, l’Epistola Officiorum omnium di Pio XI (1922) e la già citata Costituzione Veterum Sapientia. A differenza delle lingue parlate, il Latino ha infatti la proprietà dell’universalità sincronica, che si salda ad un’altra proprietà, l’universalità diacronica, data dal diuturno uso come “lingua franca” di comunicazione tra dotti (la cosiddetta respublica literarum), in ogni contesto in cui fosse impossibile o sconsigliato l’uso di veicoli linguistici nazionali. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’occidente, che l’aveva come lingua ufficiale, esso è stato infatti usato fino al secolo XIX come lingua della produzione scientifica (e letteraria), quando non (addirittura) come lingua dei Parlamenti, ad esempio in Croazia e in Ungheria.

Davvero il Latino è una lingua universale, “cattolica” insomma: tra Latino e Chiesa, l’amicizia è stata spontanea e feconda. Se la Chiesa abbandonasse il Latino per i suoi principali documenti magisteriali, secondo don Spataro non si tratterebbe d’una scelta solo linguistica, ma ecclesiologica, e molto pericolosa: parrebbe, infatti, una sorta di abiura all’unità, costituente fondamentale (credo Ecclesiam, unam sanctam catholicam), a favore di una visione particolaristica, quasi che la Cattolica fosse una… “federazione” di Chiese locali. Non è del resto un caso che gli indifferenti o gli ostili al Latino ecclesiale siano stati, perlopiù, fautori dell’indebolimento del primato petrino e della radicalizzazione della collegialità episcopale (così è stato, ad esempio, all’epoca della Riforma protestante).

Dopo l’internazionalità, è da rimarcare l’immutabilità del Latino, caratteristica connessa alla prima. La fisionomia sintattica e grammaticale di questa lingua è infatti da secoli rimasta invariata, mentre si è verificato, in età moderna, un sobrio arricchimento lessicale; il Latino riesce, così, ad esprimere nel tempo i concetti con chiarezza e solidità di pensiero, pregio questo che lo rende particolarmente idoneo a quegli ambiti del sapere umano in cui si richiede forza e al contempo ricchezza di sfumature, nel diritto come nella scienza, nella filologia come nella dogmatica, ove non si ammettono ambiguità od oscurità. Il Latino può esprimere chiaramente ciò che è sottile e difficile, affermava San Pio X in persona.

Non si tratta certo di “divinizzare” il Latino, ma piuttosto interrogarsi sulla ragione di quest’efficacia: si nota allora che il Latino è una lingua sobria, concisa, che non usa molte parole (e si sa che la verbosità aumenta il rischio di conflitto tra le interpretazioni); tende alla concretezza più che alle audaci astrazioni, rendendo il pensiero più “verificabile”. Tanta teologia, invece (un tipo di magistero diverso, non autoritativo ma scientifico e carismatico), oggi abbonda di concetti, di parole, rischiando la ridondanza e la complicazione. Non che sia necessario tornare a scrivere in Latino; ma se gli autori avessero con tale idioma maggiore familiarità (e, dunque, con le stesse fonti del loro sapere teologico), sarebbero abituati ad una disciplina del pensare e del dire, che troppo spesso appare carente.

Un’altra caratteristica del Latino è la perspicuitas: ogni elemento del discorso ha una funzione logica e sintattica, che conferisce chiarezza alla comunicazione. Il periodare latino, si potrebbe dire, assomiglia ad una spy story, o ad un thriller, in cui poco a poco si riesce a risalire da “indizi” al “colpevole”, ossia al senso del discorso. Il testo latino, grazie alle declinazioni che chiariscono la funzione sintattica, può “permettersi” poi di dare particolare risalto alle prime parole della frase, che più colpiscono l’attenzione del lettore.

Il Latino è infine una lingua bella, non vulgaris, piena di maestà e di nobiltà; è artistica; e la veritas cui i documenti magisteriali vogliono condurre è intrinsecamente legata al mistero della bellezza, è un verum bonum pulchrum! Ecco dunque che il Latino sembra essere il genus loquendi più adatto ad esprimere queste verità: per il bene dell’uomo, e per la maggior gloria di Dio, ha felicemente concluso don Spataro.

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