“Io sono cristiano e cattolico romano”: la vita di John Ronald Tolkien

di p. Angelomaria Lozzer FI, pubblicato sul “Settimanale di P. Pio”

John Ronald Tolkien nacque a Città del Capo da Arthur Tolkien e Mabiel Suffield, ambedue di fede anglicana, il 3 gennaio del 1892.

Arthur Tolkien si era trasferito in Sud Africa da pochi anni per motivi di lavoro. La ditta di pianoforti del padre, infatti, era fallita e per Arthur si era presentata l’occasione di un lavoro presso la Bank of Africa. Mabel Suffield lo aveva poi raggiunto l’anno seguente e si era unita a lui in matrimonio il 14 aprile del 1891.

Dal loro matrimonio venne alla luce, oltre il nostro scrittore John Ronald Tolkien, un altro maschietto a cui fu dato il nome di Hilary.

L’infanzia del piccolo John Ronald si presentò travagliata fin dai primi anni di vita, a motivo delle continue febbri e della salute malferma, di cui larga parte ne era responsabile il clima. Questo fu evidentemente motivo di preoccupazione per i giovani coniugi che decisero, infine, di mandare nella loro terra natale Ronald per esservi curato. Per questo motivo, nell’aprile del 1895, Mabel con i suoi due figli, salpò per l’Inghilterra raggiungendo la casa paterna. Il padre nel frattempo, a motivo del lavoro, dovette restare in Sud Africa, con la speranza di raggiungerli al più presto. Purtroppo però le cose non andarono come previsto: il giovane padre da lì a poco si ammalò gravemente e morì. Mabel avrebbe voluto raggiungerlo al più presto per stargli vicino e curarlo, ma tutto si rivelò inutile, giacché la tragica notizia della morte del marito la sopraggiunse proprio alla vigilia della partenza.

Riavutasi dal dispiacere, la giovane vedova si diede subito alla ricerca di un’abitazione propria, onde poter lasciare la casa paterna e poter vivere così indipendentemente con i suoi figli. La trovò in campagna, nei pressi di Birmingham, dove il piccolo Ronald poté con il fratello passare molto tempo indisturbato in giochi e divertimenti. Questo ambiente idilliaco si impresse così profondamente nell’animo di Tolkien da lasciargli un ricordo perenne, ma nello stesso tempo anche un profondo dolore quando più in là negli anni, lo troverà completamente cambiato nel grigiore delle nuove costruzioni. Dolore questo, che esprimerà anche nelle sue fiabe.

È inutile dire che quell’ambiente agreste si presentò come l’ideale per la crescita dei due piccoli, che felici e sani progredirono in età e sapienza alla scuola della madre. Mabel conosceva infatti bene il latino, il francese e il tedesco, sapeva dipingere e suonare e per questo si rivelò per i due figli anche un’ottima insegnante. Ronald si mostrò subito attratto dalle lingue (specie il latino), verso le quali rivelò presto una dote non comune.

In questi anni felici, che seguirono alla tragica morte del padre, Mabel ebbe l’occasione anche di avvicinarsi molto alla fede, attraverso lo studio e la riflessione. Il cristianesimo andò così prendendo terreno nel cuore e nella vita della famiglia Tolkien, che ogni domenica si riuniva nella chiesa anglicana del paese.

Dopo lunga riflessione, nella primavera del 1900, Mabel con la sorella May decise di frequentare assiduamente il catechismo che si teneva nella chiesa cattolica di Sant’Anna e nel giugno dello stesso anno ne abbracciò la fede. L’ingresso alla Chiesa di Roma non fu però senza conseguenze per la giovane madre che venne bandita dalla famiglia paterna con la scomunica. Il proprio padre infatti, educato alla scuola metodista, al tempo militava tra i più ferventi unitariani. Anche i famigliari del marito defunto non furono da meno. Fu così che Mabel si trovò senza quegli aiuti finanziari di cui beneficiava prima e che le erano tanto necessari per portare avanti la famiglia. Riuscì soltanto ad ottenere da uno zio un po’ più mite la retta scolastica per Ronald, a cui però non venne risparmiato il tragitto a piedi da casa a scuola: la tassa del tram o del treno, infatti, non rientrava nelle possibilità finanziarie della famiglia. Fu per questo che la giovane vedova si vide costretta a trasferirsi dalla casa serena e silenziosa della campagna al tumulto della città. In cambio però, ebbe la fortuna di scoprire il Birmingham Oratory, una grande chiesa nel sobborgo di Edgbaston fondata dal Cardinale Newman, dove il Beato vi aveva trascorso gli ultimi quarant’anni della sua vita. Lì, lo spirito del santo fondatore viveva ancora in molti che lo avevano conosciuto e che da lui erano stati formati, tra i quali Francis Xavier Morgan che tanto ebbe parte nella formazione del nostro Ronald. E se guardiamo attentamente i suoi scritti, possiamo infatti scorgervi in quel continuo riferimento al soprannaturale, lo spirito di lotta al cinismo e al materialismo che tanto caratterizzò la vita del Santo Cardinale.

Alla chiesa suddetta era annessa anche una scuola cattolica, dove Mabel volle iscrivere i propri ragazzi.

I dolori, le preoccupazioni e i pesi accumulatisi negli anni sulla giovane madre gli causarono ben presto tragiche conseguenze sulla sua salute. Nell’aprile del 1904, infatti, fu costretta al ricovero in ospedale. P. Morgan, confessore e direttore spirituale di Mabel, le cercò subito un luogo più salubre dove poter stare con i ragazzi. Tutto però si rivelò inutile, perché la giovane madre di lì a poco entrò in coma diabetico e morì.

Tolkien ricordò in una lettera: “la mia cara madre è stata veramente una martire; non a tutti Dio concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede”.

La fede dei suoi due figli, difatti, fu per la sofferente madre la preoccupazione più grande. Vicina alla morte, temendo che i suoi figli affidati alla casa paterna venissero ricondotti all’anglicanesimo, espresse nel suo testamento il volere chiaro che, come tutore dei suoi figli, fosse designato P. Morgan. Il timore della madre non si mostrò infondato, perché i parenti tentarono effettivamente di impugnare il testamento e di inviare i due ragazzi in un collegio protestante, ma senza riuscirvi. Fu così, che P. Morgan sistemò temporaneamente i due giovani presso una zia acquisita (senza particolari convinzioni religiose), che viveva vicino all’oratorio. Al mattino presto i due fanciulli correvano all’Oratorio per servire la Santa Messa, e dopo la colazione si recavano nella scuola King Edward’s, dove nel frattempo avevano trasferito i loro studi.

P. Morgan aggiungeva di proprio mano, alla modesta somma lasciata dalla madre, quanto era necessario ai due piccoli. Il padre oratoriano divenne così per loro come un secondo padre. Più tardi Tolkien confiderà a un figlio: “Da lui ho imparato soprattutto la carità e la capacità di perdonare; e con questi insegnamenti ho superato persino l’oscurità “liberale” da cui provenivo, conoscendo molto meglio il Bloody Mary che la Madre di Gesù”.  Alla scuola di P. Francis imparò infatti a crescere nell’amore alla Madonna, al punto da confidare più tardi: “[su di Lei] si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà che come semplicità”.

Durante le vacanze P. Francis Morgan, conduceva i due ragazzi con sé, spendendo con loro più tempo di quanto le occupazioni giornaliere glielo consentivano durante l’anno, parlando e intrattenendosi amichevolmente con loro.

Ronald a scuola si distinse sempre più per il suo amore alle parole, al loro aspetto, al loro suono: amore che risaliva alle sue prime lezioni di latino con la madre. Questo lo spinse pian piano a maturare il desiderio di comporre un linguaggio personale. Cercò una lingua base da cui partire, e la trovò nello spagnolo, lingua natale di P. Morgan, da cui prese in prestito alcuni libri, finché non si imbatté in un libro in lingua gotica che lo conquistò interamente.

Nel frattempo P. Morgan maturò l’intenzione di trasferire i ragazzi dallo scialbo alloggio della zia in un quartiere non lontano dall’oratorio, dove affittò una stanza per loro. Qui i due giovani ebbero modo di incontrare un’altra ragazza anch’essa orfana, che strinse subito con i due e in modo particolare con Ronald una profonda amicizia. Si tratta di Edith Bratt, futura moglie del nostro scrittore. Quando però P. Morgan si accorse che tra i due intercorreva questo legame affettivo, temendo per lui e per i suoi studi gli impose di non incontrarla più. Ciò fu motivo di grande dolore per il giovane Ronald, che pregava di poterla incontrare provvidenzialmente senza contravvenire alla volontà del suo tutore. Quando infine apprese dalla stessa Edith che lei aveva deciso di trasferirsi, si rassegnò. Vide in questo evento la soluzione migliore per ambedue e nel suo diario annotava: “Grazie a Dio”. Questi tre anni di separazione prima del fidanzamento ufficiale e quindi del matrimonio, divennero così per Tolkien una prova con cui poter dimostrare la sua fedeltà. L’amore fedele, infatti, nel nostro mondo segnato dal peccato, non può che passare attraverso la rinuncia, come ben spiegherà anni dopo lo stesso Ronald al figlio Michael: “Nessun uomo che si sia sposato giovane, per quanto sinceramente innamorato di sua moglie, le è mai stato fedele per tutta la vita con la mente e con il corpo senza un deliberato e consapevole uso della sua volontà o senza negazione di sé”; “la fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione”. “Questo mondo è immorale” e “il duro spirito della concupiscenza ha percorso ogni strada e siede sogghignando in ogni casa, da quando Adamo è caduto… Il diavolo è infinitamente ingegnoso e il sesso è la sua arma preferita. È abilissimo nel catturarti usando mezzi generosi, romantici o teneri, tanto quanto mezzi più bassi e animali”. Per questo, “in questo mondo corrotto l’amicizia, che dovrebbe essere possibile fra tutti gli esseri umani, è virtualmente impossibile tra uomo e donna”, perché uno dei due “deluderà l’altro (o l’altra) innamorandosi”. Solo “più avanti nella vita, quando gli impulsi sessuali si calmano, forse è possibile. Può instaurarsi tra i santi”.

Questi tre anni di completa impossibilità di vedere Edith o di scriverle, si trasformarono così per Tolkien in una palestra di fedeltà che avrebbe garantito la riuscita del loro futuro matrimonio.

Non mancarono anche a Tolkien, in questi anni giovanili, amicizie importanti e costruttive (in cui le donne erano escluse). Fu proprio in quegli anni, infatti, che dette vita con altri studenti ad un gruppo di amici chiamato “TCBS” (sigla che conteneva le iniziali delle precedenti denominazioni: “Tea Club”, e “Barrovian Society” dal nome del luogo dove si radunavano). In questi ritrovi studenteschi extrascolastici, Ronald ebbe modo di esprimere e coltivare il suo amore per le lingue nordiche, intrattenendo gli amici con la lettura di qualche brano tratto da sagre e racconti antichi.

Raggiunta la maggiore età, Ronald cercò nuovamente Edith. Non aveva infatti dimenticato la sua promessa fattali anni addietro, ma anzi si era rafforzata nel silenzio, come il seme chiamato a morire prima di crescere. Le rinnovò, ora che poteva, il suo amore per lei, imponendole l’unica condizione inderogabile per il loro fidanzamento: convertirsi dalla fede anglicana, che definiva “un patetico e confuso miscuglio di tradizioni ricordate a metà e di credenze mutilate”, alla fede cattolica. Lei però indugiò, perché in quegli anni si era resa molto attiva nella sua parrocchia anglicana. Là era amata e stimata mentre in quella cattolica non conosceva nessuno. Ronald allora con fermezza le scrisse: “Credo intimamente che nessuna mancanza di coraggio e nessun timore mondano debbano distoglierci dal seguire con dirittura la luce”. Così, nel gennaio del 1914 Edith venne accolta nella Chiesa Cattolica Romana e subito dopolei e Ronald vennero dichiarati in Chiesa  ufficialmente fidanzati da padre Murphy. Edith fece quindi anche la sua prima confessione e comunione che descrisse poi come “una grande e meravigliosa felicità”. Dio divenne così il punto fermo su cui costruire come su roccia salda e sicura il loro amore. Non mancarono nei loro incontri le visite in Chiesa per partecipare insieme alla Benedizione Eucaristica o ad altre funzioni.

Nel 1913 Ronald superò le Honour Moderations con la valutazione di “Second Class”, e si iscrisse ai corsi di lingua e letteratura alla Honours School. Nel 1915 superò con il massimo dei voti l’esame conclusivo e si arruolò nei Fucilieri del Lancashire. Prima di partire per il fronte, in comune accordo con Edith si sposò il 22 marzo 1916 nella chiesa cattolica di Warwich nelle mani di padre Murphy. Anni dopo Tolkien confidò al figlio: “Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente […] entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non sono che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione)”.

Nel giugno del 1916 Tolkien venne mandato in Francia a combattere la Battaglia delle Somme, dove i suoi tre migliori amici perdettero la vita. Gli orrori e la tensione della guerra scossero così profondamente il suo fisico che cadde in preda della “febbre da trincea”, passando l’anno successivo convalescente a Great Haywood. Qui dette inizio alla stesura dei primi abbozzi de Il Silmarillion. Lo scopo era quello di dare un corpo alle lingue che aveva creato, una storia in cui trovare qualche popolo disposto a parlarle e che gli consentisse al tempo stesso di esprimere il suo profondo amore alla poesia. Voleva poi soprattutto dedicare alla sua patria, l’Inghilterra, “un corpo di leggende più o meno legate che spaziasse dalla vastità di una cosmogonia alla piccola fiaba romantica”. Tali storie avrebbero poi dovuto riflettere la sua visione morale dell’universo, le sue convinzioni e in un certo modo anche la sua fede: “una fugace apparizione sotto la quale si nasconde la verità”.

In primavera, rimessosi in salute, venne destinato nello Yorkshire, dove però poco tempo dopo tornò ad ammalarsi. A novembre nacque il suo primogenito, John Francis Reuel (Francis in onore di P. Francis Morgan che venne da Birmingham per battezzarlo) e che in seguito abbracciò la vita ecclesiastica come sacerdote e parroco.

Nel 1918 Tolkien tornò ad Oxford ed entrò a far parte della redazione del New English Dictionary. L’anno seguente cominciò il lavoro di tutor universitario, mentre nel 1920 venne alla luce il suo secondogenito Michael e ricevette la carica di lettore di Lingua inglese all’Università di Leeds.  Nel 1924 nacque il suo terzogenito Christopher. Nel 1925 Ronald passò al Pembroke College di Oxford come professore di filologia anglosassone. Nel 1929 nacque l’ultimogenita della famiglia Tolkien che venne battezzata con il nome di Priscilla.

La sua giornata iniziava al mattino presto con la Santa Messa. Nonostante l’opposizione della moglie, che non condivideva questo suo portare sempre i bambini a Messa, non cedette mai in questa pratica, conservandola con amore e dedizione[1]. I sentimenti avversi della moglie erano nati soprattutto a motivo della continua insistenza di Tolkien nello spingere alla confessione frequente e che lei dal canto suo non sopportava. Tolkien difatti ci teneva molto alla confessione assidua e se non riusciva a farla prima della Messa si privava dalla Comunione. La trasmissione della fede rimase sempre per lui qualcosa di fondamentale: “Quando penso alla morte di mia madre… stremata dalle persecuzioni, dalla povertà e dalle conseguenti malattie, nello sforzo di trasmettere a noi ragazzi la fede, e quando ricordo la minuscola camera da letto che dividevamo, affittata nella casa di un postino a Renal, dove lei morì tutto sola, troppo malata per ricevere l’estrema unzione, trovo molto duro e amaro il fatto che i miei figli si allontanino (dalla Chiesa)”. Quando non poteva partecipare alla Santa Messa quotidiana, ne recitava mentalmente il canone in latino a memoria. Questo lo apprendiamo da una lettera che scrisse al figlio mentre si trovava alle armi durante la seconda guerra mondiale: “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare. Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il laudate Dominum; il laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto. È anche bene, una cosa ammirevole, sapere a memoria il Canone della Messa, perché la puoi recitare sottovoce se qualche circostanza avversa di impedisse di assistervi”.

Non amava le mode del tempo nel vestire che considerava poco virili e ambigue, anzi all’origine dei traviamenti, ma amava il vestire modesto e semplice, senza ricercatezze. Si conservava in poche parole in quella che è stata definita da H. Carpenter la linea dell’ascetica cristiana. Quanto al carattere si mostrava affabile, scherzoso e particolarmente emotivo, al punto che amore, entusiasmo intellettuale, avversione, rabbia, dubbio, colpa, riso in lui si esprimevano alla massima potenza. Si caratterizzava poi per la sua profonda umiltà, che senza sconfessare i propri talenti, era intrisa della consapevolezza della propria fragilità. Rimase addolorato quando, dopo il successo dei suoi scritti, si formò quello che lui definì un “deplorevole culto” alla sua persona. Tolkien era anche un “uomo di destra”, per il fatto che onorava il suo re e la sua patria e non credeva nella capacità di governo del popolo; criticava la democrazia perché era convinto che gli uomini non ne avrebbero tratto nessun beneficio, “non fosse altro perché l’umiltà e l’uguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di renderli meccanici e formali, con il risultato che non abbiamo una coscienza dei nostri limiti e un’umiltà universali, ma un orgoglio e una presunzione universali”.

Negli anni di insegnamento ad Oxford, Tolkien strinse una profonda amicizia con C.S. Lewis, autore tra l’altro delle Cronache di Narnia, e insieme, intorno agli anni 30, fondò il circolo degli Inklings, qualcosa di simile a quanto era avvenuto anni prima con la TCBS. Le amicizie maschili furono difatti sempre per Tolkien qualcosa di importante, niente a che fare chiaramente con l’omosessualità. Si trattava piuttosto di amicizie destinate ad arricchire e far crescere, di cui il lettore può farsene un’idea leggendo Il Signore degli anelli. Lewis nel necrologio di Tolkien lo definì “il migliore nella piccola cerchia di amici intimi il cui tono era allo stesso tempo bohemien, letterario e cristiano”.

Durante i primi anni della loro amicizia, Tolkien e Lewis, trascorsero ore intere insieme, con la pipa in bocca, a discutere su vari temi. Lewis contestava e discuteva, ma iniziava ad ammettere che in materia di fede Tolkien aveva ragione. Si tenga conto che Lewis era cresciuto in ambito protestante, nell’adolescenza era passato all’agnosticismo, anche se poco prima di incontrare Tolkien era già riemersa in lui una certa ricerca di Dio. Ciò che è certo, non sopportava il “papismo cattolico”. Una sera comunque aveva esposto a Tolkien la sua perplessità intorno ad alcuni temi di fede. Non riusciva a capire soprattutto la funzione di Cristo: la sua morte, crocifissione e risurrezione e come potesse in qualche modo quest’evento di duemila anni fa incidere in qualche modo sugli uomini del nostro tempo. Poteva ammettere solo che Gesù restava un esempio valido per tutti, ma niente di più. Tolkien gli aveva allora risposto di pensare ai grandi miti e, come accettava in un racconto mitologico il sacrificio di un dio e la sua risurrezione, così doveva accettare senza porre domande la realtà di Cristo trasferendola alla realtà. Tolkien, infatti, aveva avuto l’intuizione che la storia reale potesse essere vista come il frutto della fantasia razionale e perfetta di Dio Creatore, una sorta di grande fiaba che pensata da Dio era stata posta anche in essere dalla sua volontà onnipotente e libera. In quest’ottica nel suo saggio Sulle Fiabe così scriveva: “I Vangeli contengono una favola o meglio una vicenda di un genere più ampio che include l’intera essenza delle fiabe. I Vangeli contengono molte meraviglie, di un’artisticità particolare, “belle e commoventi: “mitiche” nel loro significato perfetto, in sé conchiuso: e tra le meraviglie c’è l’eucatastrofe[2] massima e più completa che si possa concepire. Solo che questa vicenda ha penetrato di sé la Storia e il mondo primario; il desiderio e l’anelito alla subcreazione sono stati elevati al compimento della Creazione. La nascita del Cristo è l’eucatastrofe della storia dell’Uomo; la Resurrezione, l’eucatastrofe della storia dell’Incarnazione. Questa vicenda si inizia e si conclude in gioia, e mostra in maniera inequivocabile la “intima consistenza della realtà”. Non c’è racconto mai narrato che gli uomini possano trovare più vero di questo, e nessun racconto che tanti scettici abbiano accettato come vero per i suoi meriti. Ché l’Arte di esso ha il tono, supremamente convincente dell’Arte Primaria, vale a dire della Creazione. E rifiutarla porta o alla tristezza o all’iracondia”. Qui per fiaba e favola Tolkien non intese, come si pensa nel gergo comune, esprimere “qualcosa di falso”, quanto piuttosto il concetto che Qualcuno con la “Q” maiuscola ha pensato e creato la storia, e che con la sua provvidenza continua a guidarla dall’alto con somma liberalità, secondo i suoi imperscrutabili disegni, fino al suo compimento finale nel Regno dei Cieli. In questo senso la Creazione con la sua Storia poteva essere detta appunto la più vera e grande Fiaba, frutto della “fantasia” e dell’intelligenza più eccelsa. Per questo Tolkien definì le nostre fiabe sub-creazioni, per dire al tempo stesso che sono si veramente frutto di un essere a “immagine e somiglianza di Dio”, ma che d’altra parte non raggiungono il mondo primario (cioè quello reale), perché la Creazione è solo una, quella di Dio, di cui le nostre storie non sono che un lontano eco e richiamo. “Veniamo da Dio e, inevitabilmente, i miti da noi tessuti, pur contenendo errori, rifletteranno anche una scintilla della luce vera: la verità eterna che è con Dio. Infatti, solo creando miti, solo diventando un sub-creatore di storie, l’uomo può aspirare a tornare allo stato di perfezione che conobbe prima della caduta. I nostri miti possono essere male indirizzati, ma anche se vacillano fanno rotta verso il porto, mentre il “progresso” materialista conduce solo a un abisso spalancato e alla Corona di Ferro del potere del male”.

Lewis, alla fine del discorso, concluse: “Tu vuoi dire che la storia di Cristo è solo un mito che va nella stessa direzione degli altri, ma che è realmente accaduto? In questo caso comincio a capire”. Quella sera rimasero fino alle tre del mattino a parlare. Pochi giorni dopo Lewis scrisse all’amico Arthur Greeves: “Da poco sono passato dal credere in Dio al credere in maniera definitiva in Cristo, nel cristianesimo… La mia lunga chiacchierata con Dyson e Tolkien ha avuto una grossa parte in questo”. Questa amicizia però purtroppo andò diminuendo lungo gli anni. La prima causa fu legata all’influenza che Charles Williams esercitò in modo sempre più preponderante verso Lewis e al suo mancato passo verso la Chiesa cattolica. La seconda causa fu originata dal matrimonio illegittimo di Lewis con Joy Davidman, donna sposata e divorziata, che Tolkien da buon cattolico non accettò in nessun modo.

Gli anni ’20 e ’30 furono per Tolkien anni prolissi di racconti fanciulleschi. Questi erano nati allo scopo di intrattenere i figli con qualche storia divertente e, soprattutto, aiutare il figlio John, che soffriva di insonnia, ad addormentarsi. Tra questi racconti divertenti alcuni vennero in seguito pubblicati dall’autore, come Roverandom, Tom Bombadil, il Cacciatore di draghi e infine l’opera che lo lanciò al pubblico: Lo Hobbit. Non furono però questi i racconti che veramente lo interessavano. La sua mente protendeva verso i temi più ampi, sia in prosa che in versi, del suo mondo immaginario: il Simarillion, che durante gli anni era diventato sempre più il suo “unico vero desiderio”. Quando il successo inaspettato e strabiliante del Lo Hobbit, pertanto, spinse la casa editrice Stanley Unwin a sollecitarne un proseguo, Tolkien fu istintivamente portato a inserirlo nel grande mondo mitologico del Simarillion, trasformandolo nella sua naturale continuazione. Tanto è vero, che, se le varie difficoltà tipografiche e personali nel portare a termine varie parti del Simarillion, glielo avessero concesso, avrebbe voluto pubblicarli assieme in un unico volume. Non si trattava più quindi di uno scritto per bambini, ma di un’opera per un pubblico più adulto, secondo quanto aveva maturato negli anni ed esposto nel suo saggio Sulle Fiabe[3].

Nel guardare ora a questa opera colossale del mondo immaginario tolkeniano, saremmo portati a considerarla semplicemente come una attività artistica o un hobby proprio di un uomo di grande cultura e fantasia. Chi ebbe modo di conoscere l’autore, però, sa che dietro tutto questo vi si nascondeva qualcosa di più di una semplice evasione dal tram tram quotidiano e stressante di una città come Oxford. Creare storie e mondi, infatti, fu per Tolkien non solo un passatempo, ma in un certo senso una vocazione, un mettere in atto un’opera eminentemente Cristiana: “Il cristiano può rendersi conto che le sue inclinazioni e facoltà hanno uno scopo, che può essere redento. Così grande è la generosità di cui è stato fatto oggetto, che ora può forse permettersi a ragion veduta di ritenere che con la Fantasia può assistere effettivamente al dispiegarsi e al molteplice arricchimento della creazione[4]. Capì che la fantasia poteva ri-appropriarsi della realtà, liberandola “dalla tediosa opacità del banale o del famigliare, dalla possessività”, permettendo quel riflesso di bellezza  e quello stupore che è alla base della filosofia, della sapienza e quindi del pensiero umano. Senza immaginazione il mondo avrebbe perso gran parte della realtà, che non può rimanere confinata nel solo mondo del percettibile. La fantasia si offriva in tal modo come un mezzo capace di “mostrare”, in un certo senso “far vedere”, quasi in barlume, in modo fugace e intuitivo, verità di fede, visioni religiose sul mondo, sull’uomo e sulla sua dimensione etica e spirituale: “Io penso che le storie fantastiche abbiano un modo di rispecchiare la verità, diverso dall’allegoria, o dalla satira (quand’è elevata), o dal «realismo», e per alcuni versi più potente[5]. “Io pretenderei, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obbiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l’antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire”. “Il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo “reale” primario”. Con la creazione di miti Tolkien sapeva di poter accendere nella mente e nel cuore del lettore quella scintilla che gli avrebbe consentito di riflettere e di elevarsi, attraverso un continuo “trasporto” dal mondo fantastico a quello reale e da quello reale a quello fantastico, convinto che “allegoria e storia convergono, fondendosi da qualche parte nella Verità”. “Il bene e il male – aveva fatto dire Tolkien ad Aragorn ne “Il Signore degli Anelli” – sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli Uomini. Tocca ad ognuno discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora”, ossia tanto nel mondo delle fiabe che nel mondo reale in cui viviamo. Non a caso Tolkien concluse il suo romanzo più riuscito Il Signore degli Anelli proprio con la battuta di Sam: “sono tornato”, quasi a dire “sono tornato dal mondo della fantasia al mondo reale e quotidiano”, ma sono tornato anche cambiato e cresciuto, come Sam dopo il suo lungo viaggio.

P. Murray, che sapeva che gli scritti di Tolkien non erano solo dei semplici hobby, gli scrisse compiaciuto che il libro Il Signore degli Anelli gli aveva lasciato una forte sensazione di “una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia”, e che paragonava la figura di Galadriel a quella della Vergine Maria, ma che allo stesso tempo dubitava che i critici avrebbero compreso il libro: “non troveranno una nicchia opportunamente etichettata”. Tolkien gli rispose: “temo che sia così probabile da essere vero: quello che dici circa i critici e il pubblico. Temo il momento della pubblicazione, perché mi sarà impossibile non dar peso a quello che dicono. Ho rivelato il mio cuore perché lo prendessero a fucilate”.

Purtroppo le previsioni di Tolkien si avverarono, al punto che ci fu anche chi finì per giudicarlo un cripto esoterico. Alcuni ambienti filo-massonici poi lo pubblicizzarono, distorcendone gli scritti con commenti e interpretazioni completamente avulse dallo spirito che lo aveva animato. Il motivo è che, come rivelò la figlia Priscilla in una lettera inedita a Padre Guglielmo in Assisi, “è stata data troppo poca attenzione, anche da parte di coloro che avevano un serio interesse nei lavori di mio padre” ai suoi scritti autobiografici e in modo speciale alla sua vita di pietà. Tolkien stesso ebbe a lamentarsi: “l’unica critica che mi ha seccato è che “non ha religione”; mentre “nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini”.

Così scrisse, infatti, al P. Murray: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”… Perché  l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità, io consciamente ho programmato ben poco; e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so”. Accanto alle critiche non mancò quindi a Tolkien anche la consolazione di trovare la sua storia molto più ricca e profonda di quanto egli stesso avesse progettato. A un signore che gli aveva scritto: “ha creato un mondo che sembra pervaso da una fede che non proviene da alcuna fonte visibile, come se una luce splendesse ma senza che si veda la lampada”, Tolkien gli aveva risposto umilmente: “della sua saggezza nessun uomo può essere giudice. Se la santità pervade il suo lavoro o lo illumina come una luce non viene da lui, ma attraverso di lui”.

Giunse così alla conclusione, che in un certo senso il libro poteva dirsi non solo suo, ma anche di Colui che è all’origine di ogni arte e bellezza: “una conclusione allarmante per un vecchio filologo nei confronti di una cosa che aveva scritto per il proprio godimento. Ma anche una conclusione tale da non inorgoglire chiunque si renda conto dell’imperfezione degli “strumenti predestinati” e da quella che a volte sembra una deprecabile inidoneità per gli scopi prefissati”.

Dal 1945 fino al ritiro dall’attività didattica avvenuto nel 1959, Tolkien occupò la cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale del Merton College.

Le numerose ore di insegnamento per cinquant’anni, il lavoro prolifico come scrittore e gli incontri frequenti con gli amici non distolsero mai Tolkien dai doveri famigliari di padre e di marito. Durante i terribili anni del grande conflitto mondiale tenne una folta corrispondenza epistolare con i figli Michael e Christopher, impegnati sul fronte francese, allo scopo di sostenerli, incoraggiarli e dirigerli verso la via del bene. Capiva anche che “il legame tra padre e figlio non è costituito solo dalla consanguineità: ci deve essere un po’ di aeternitas. Esiste un posto chiamato “paradiso” dove le opere buone iniziate qui possono venire portate a termine; e dove le storie non scritte e le speranze incompiute possono trovare un seguito”. In una lettera al figlio Christopher così si espresse: “è probabile che sotto l’ala del Signore noi ci rincontreremo, “vivi e uniti”, fra non molto tempo, carissimo, ed è certo che abbiamo un legame speciale che durerà al di là della nostra vita – sempre soggetto, naturalmente, al mistero del libero arbitrio, con il quale ognuno di noi può rigettare la propria “salvezza”. Nel qual caso Dio sistemerà le cose in modo diverso!”.

Lontano dai figli amati, nel pieno della guerra mondiale, non perse mai la sua visione cristiana della storia, che tanto prese parte nei suoi racconti fantastici: “A volte mi spavento al pensiero della quantità di miseria umana che esiste in tutto il mondo in questo momento… Se l’angoscia si potesse vedere, quasi tutto questo mondo ottenebrato sarebbe avvolto in una nuvola densa di vapore scuro… E i risultati di tutto questo saranno per lo più malefici, considerandoli da un punto di vista storico. Ma il punto di vista storico, naturalmente, non è l’unico… Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente succedendo al momento attuale sub specie aeternitatis. Tutto quello che sappiamo, e anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce con grande potenza e successi continui – inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno perché il bene, inaspettatamente, germogli. Così accade in generale, e così accade nelle nostre vite”.

Tolkien, conclusi gli anni di insegnamento accademico, non smise di mettere mano alla sua opera Il Simarillion. Tuttavia i vari trasferimenti, la larga corrispondenza degli ammiratori, giornalisti e la malattia della moglie non gli permisero di portarne a compimento l’opera, che venne pubblicata invece a cura del figlio Christopher dopo la morte del padre.

Negli ultimi anni di vita, Tolkien si trovò spettatore della riforma liturgica introdotta dal Concilio Vaticano II. Rimase profondamente addolorato soprattutto nel vedere accantonato il suo amato latino per essere sostituito dalle lingue nazionali. Non condivise poi quelle idee tanto in voga a quel tempo in certi ambienti ecclesiastici che parlavano di un ritorno alla semplicità della chiesa delle origini. Così espresse la sua idea al figlio: “i saggi sanno che tutto è cominciato dal seme, ma è inutile cercare di riportarlo alla luce scavando, perché non esiste più e le sue virtù e i suoi poteri ora sono passati all’albero. Molto bene: le autorità, i custodi dell’albero devono seguirlo, in base alla saggezza che posseggono, potarlo, curare le sue malattie, togliere i parassiti e così via… Ma faranno certamente dei danni, se sono ossessionati dal desiderio di tornare indietro al seme o anche alla prima giovinezza della pianta quando era (come pensano loro) bella e incontaminata dal male”, perché gli abusi non mancarono neanche nella Chiesa primitiva e “le restrizioni di S. Paolo a proposito dell’Eucaristia valgono a dimostrarlo”.

Ciò non toglie che Tolkien si dichiarò sempre figlio obbediente della Chiesa e del Papa: “io sono cristiano e cattolico romano”. Nessuno scandalo sarebbe valso a fargli cambiare idea in proposito: “Ho sofferto dolorosamente nella mia vita a causa di preti stupidi, stanchi, ignoranti o persino cattivi; ma ora mi conosco abbastanza bene da sapere che non lascerò la Chiesa (che per me significherebbe lasciare l’alleanza con Nostro Signore) per una qualsiasi di queste ragioni… Negherei i Santi Sacramenti, cioè: definirei il Nostro Signore un imbroglio”. “La fede è un atto di volontà, ispirato dall’amore. Il nostro amore può raffreddarsi e la nostra volontà può essere indebolita dallo spettacolo dei difetti, della follia e persino dei peccati della Chiesa e dei suoi ministri, ma non penso che chi una volta ha avuto fede la perda per questi motivi (meno che mai uno che possieda una conoscenza storica). Lo scandalo al massimo è occasione di tentazione – come l’indecenza lo è della brama, non la crea dal nulla, ma la fa manifestare. È comodo perché distoglie gli occhi da noi stessi e dalle nostre colpe e ci fornisce un capro espiatorio. Ma l’atto di volontà della fede non è l’unico memento di una decisione finale: è un atto permanente che si ripete, una situazione che deve durare – così noi preghiamo per la perseveranza conclusiva. La tentazione di non credere (che in realtà significa il rifiuto di Nostro Signore e delle Sue richieste) è sempre dentro di noi. Una parte di noi anela a trovare una scusa fuori di noi per mollare”.

Anche nella chiesa moderna e squallida, dove, disturbato dal coro dei bambini e dalla confusione, ormai pensionato soleva andare, al momento della comunione provava un grande stato di tranquillità e felicità al quale non perveniva in nessun altro modo. Era convinto che nella Chiesa di Roma, che lui chiamava Alma Mater Ecclesia, si trovava il dono più grande: l’Eucaristia, Gesù stesso, quel Gesù che scendeva sulla terra indipendentemente dalla dignità del sacerdote o dell’ambiente. Così scrisse al figlio: “Scegli un sacerdote che borbotta e tira su col naso oppure un frate orgoglioso e volgare; e una chiesa piena della solita folla borghese, bambini maleducati – da quelli che gridano a quei prodotti delle scuole cattoliche che nel momento in cui il tabernacolo viene aperto si siedono e sbadigliano – giovani sporchi e con le camicie sbottonate, donne in pantaloni e spesso con i capelli arruffati e senza velo. Vai a fare la Comunione insieme a loro (e prega per loro). Sarà la stessa cosa (o anche meglio) che assistere ad una messa detta splendidamente da un sant’uomo e ascoltata da poca gente devota e decorosa”.

Per Tolkien l’Eucaristia restava l’unica grande fonte capace di dissetare il cuore umano. “Ti propongo l’unica grande cosa da amare sulla terra: – scrisse al figlio – i Santi Sacramenti […] qui tu troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte”.

Incitava i figli alla comunione frequente: “l’unico rimedio contro il vacillare e l’indebolirsi della fede è la Comunione. Benché sia sempre lo stesso, perfetto e completo e inviolato, il Santo Sacramento non agisce completamente e una volta per tutte in ognuno di noi. Come l’atto di Fede deve essere ripetuto e così cresce la sua efficacia. La frequenza garantisce il massimo effetto. Sette volte alla settimana è più efficace che sette volte dopo lunghi intervalli”. Portava quindi, il suo esempio: “mi sono innamorato dei santi sacramenti fin dall’inizio – e grazie a Dio non me ne sono mai allontanato: ma, ahimè!, non ho vissuto sempre alla loro altezza. Vi ho allevato male e vi ho parlato troppo poco. Per cattiveria e per pigrizia ho quasi smesso di praticare la mia religione – specialmente a Leeds, e al 22 di Northmoor Road. Non per me l’Abisso dei Cieli, ma la voce silenziosa del Tabernacolo e quella sensazione di fame implacabile. Mi rammarico amaramente di quei giorni (e ne soffro); soprattutto perché ho fallito come padre. Ora prego per voi tutti, senza soste, che il Salvatore mi guarisca dei miei difetti e che nessuno di voi debba mai smettere di invocare Benedictus qui venit in nomine Domini”.

Tolkien sapeva quale grande dono era la fede e quanto fosse costata a sua madre. Voleva che questo dono non si spegnesse mai nel cuore dei figli che tanto amava: “io sto sempre in ansia per i miei figli: che in questo mondo più duro, più crudele e più beffardo di quello in cui io ho vissuto, devono subire più attacchi di me. Ma io sono stato di quelli che è fuggito dall’Egitto e prego Dio che nessuno della mia stirpe debba ritornare là”.

Nel 1971 morì Edith, verso la quale erano andate gran parte delle energie e delle premure di Tolkien negli ultimi anni della sua vita.

Nel 1972 tornò ad Oxford dove ottenne il dottorato Honoris Causa. Venne anche insignito del C. B. E. da parte della Regina d’Inghilterra. Nella fine di agosto del 1973 si recò da alcuni amici, dove si ammalò e nel giro di pochi giorni morì. Era il 2 settembre del 1973. Il suo corpo sepolto nel cimitero cattolico venne posto accanto a quello della moglie.

A una giovane ragazza che una volta lo aveva interrogato su un compito in classe dal titolo Qual è lo scopo della vita, Tolkien le aveva risposto: “lo scopo principale della nostra vita, per ciascuno di noi, è quello di aumentare, in base alla nostra capacità, la nostra conoscenza di Dio con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione e grazie a questa conoscenza esprimere lodi e ringraziamenti. Fare come diciamo nel Gloria in Excelsis: Laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam”. Ora vogliamo pensare che questa attività non è venuta meno in Tolkien, ma che continua nel Regno dei Cieli, dove “vi è più dei ricordi”.

 

 


[1] La sua fedeltà a questa pratica la si deduce anche da questi stralci di lettera: “mi ero alzato alle cinque per andare alla messa del Corpus Domini”; “Domenica Prisca e io abbiamo pedalato sotto la pioggia  e nel vento fino a St Gregory. Prisca stava combattendo contro un raffreddore e altri malanni, e questo non le ha fatto molto bene, anche se adesso sta meglio; ma abbiamo avuto uno dei migliori (e più lunghi) sermoni di padre C.

[2] Termine coniato da Tolkien per descrivere il miracoloso capovolgimento di una situazione, la rottura della catena causa ed effetto per un intervento imprevisto e inaspettato, “l’improvviso lieto fine di una storia che ti trafigge con una gioia tale da farti venire le lacrime agli occhi”.

[3] Il figlio Christopher così scrisse nella prefazione al Simarillion: “le vecchie leggende (“vecchie” non soltanto perché risalivano alla Prima Era, ma anche nell’ottica della vita di mio padre) sono divenute il veicolo e il deposito delle sue più profonde meditazioni. Nei suoi ultimi scritti, mitologia e poesia hanno così ceduto il posto a interessi di ordine teologico e filosofico”.

[4] L’uomo è chiamato a cooperare con Dio nella Creazione, attraverso la generazione naturale con la continuazione della specie e attraverso la generazione dell’intelletto e delle abilita fisiche con le invenzioni, il lavoro, le opere d’arte…

[5] Riguardo all’allegoria Tolkien così si esprime: “Personalmente, da quando sono sufficientemente adulto da riconoscerla, detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni. Preferisco molto di più la storia, vera o immaginaria, con i suoi diversi gradi di applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondono “applicabilità” con “allegoria”, ma l’una consiste nella libertà del lettore, l’altra nel voluto dominio dell’autore”. Ancora: “non mi piace l’allegoria (cosiddetta: la maggior parte dei lettori sembra confonderla con il significato o con la possibilità interpretativa) ma questa è una faccenda troppo lunga perché io la tratti qui”.

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