Elezioni: siamo al “rompete le righe”?

Con questo articolo torniamo a parlare di politica: le carte in tavola dovrebbero essersi un pochino chiarite, ma tra i cattolici la confusione rimane tanta.

di Vincenzo Sansonetti

Le liste dei candidati per le Politiche sono chiuse, i giochi sembrano fatti. Come ha acutamente (e giustamente) osservato Arturo Parisi, in un certo senso è già stato eletto anche il Parlamento. Infatti, non essendo state ripristinate le preferenze, chi è in cima alle liste dei vari partiti è sicuro di essere eletto. Si tratta solo di stabilire (e non è poco) chi vince e chi perde e in quale misura, cioè quale sarà il peso degli schieramenti in campo. E di conseguenza decidere chi guiderà l’Italia. Analogo ragionamento per le Regioni, dove si vota per i nuovi governatori, a partire dalla Lombardia. Ma una scelta vale l’altra?

Per capirci, i cosiddetti «princìpi non negoziabili» non sono affatto questioni astratte, ma elementi decisivi nella vita della società. La concretezza delle opzioni politiche ha sempre alle spalle una gerarchia di valori: non è la stessa cosa dare un contributo al Movimento per la vita per la sua opera di aiuto alle mamme in difficoltà o sostenere le associazioni pro unioni civili, che indeboliscono, sino a vanificarlo, il matrimonio, e puntano a distruggere la famiglia così come la conosciamo da secoli (l’unione civile è un modello molto più allettante, perché ci sono i diritti, ma non i doveri).
Non è una questione astratta se un bambino in più viene salvato restringendo la legge 194, o se un bimbo in più viene ucciso liberalizzando del tutto la Ru 486 (la pillola abortiva). Non è una questione astratta se si accetta come normale affidare un bambino a una coppia dello stesso sesso, privandolo della naturale presenza di un padre e una madre.

Il confronto che si è aperto in varie sedi si è andato arricchendo di numerosi contributi. C’è chi ha sottolineato che, dopo la «stagione democristiana», confluita nell’«era berlusconiana», si apre ora una fase nuova in cui candidati di formazione cattolica sono presenti in più partiti. In realtà scenario già visto, ma che ora pare accentuarsi.
Il tema della dispersione di candidati «cattolici» in varie liste è stato autorevolmente ripreso nella recente intervista del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, a Famiglia Cristiana (ma anche in altri suoi interventi di questi giorni), laddove l’arcivescovo di Genova si riferisce esplicitamente alla «presenza di esponenti cattolici in schieramenti differenti».
Bagnasco auspica la «convergenza su questioni eticamente sensibili» perché non si possono «mettere tra parentesi» i «valori di partenza». Bene. Ed esemplifica: il cattolico eletto a destra deve «farsi riconoscere» sulla questione della solidarietà, il cattolico eletto a sinistra deve venire «allo scoperto» sulla bioetica.

Ora, a parte questa immagine che non va intesa come il politico cattolico che resta acquattato e poi salta fuori a dire la sua, rimane l’interrogativo di fondo, che riguarda gli elettori più che i candidati: una scelta vale l’altra?
La novità dell’ultima ora è l’accurato lavoro del quotidiano Avvenire per indicare i candidati «cattolici» nelle varie liste. Idea a prima vista geniale e «scomoda», se è vero che ha suscitato l’ira funesta del laicissimo Torquemada Ezio Mauro, direttore di Repubblica, che ha bollato l’iniziativa come il tentativo di costituire una «falange» cattolica che obbedisce a dei «dogmi» e attenta alla «libertà in quanto tale».

Senza ovviamente sottoscrivere le ragioni di Mauro, il «servizio di segnalazione» di Avvenire ci induce tuttavia a porci qualche domanda.
1. Si fa riferimento esplicitamente a candidati «provenienti dall’area dell’impegno ecclesiale e sociale dei cattolici», insomma una sorta di elite dei migliori. E tutti gli altri? I semplici battezzati? Esistono solo i «cattolici adulti»? Non c’è il rischio in effetti di costituire una lobby, sia pure a fin di bene?
2. Nel primo elenco di «segnalati» da Avvenire la parte del leone l’hanno fatta il rassemblement di Monti, con l’appendice dell’Udc (una trentina di nomi) e il Pd (una dozzina). Ma perché puntare sul primo se – a detta dello stesso quotidiano – ha «una linea politica ancora non definita, in particolare sui principi non negoziabili»? E perché insistere sul secondo (dove peraltro già c’è una pattuglia di «cattolici») se è chiaramente lontano anni luce dalla difesa di tali principi?
3. Si cita anche il Pdl, ma sembra quasi una menzione d’onore. Tuttavia si riconosce che nel partito di Berlusconi e Alfano la battaglia dei cattolici «è stata soprattutto quella di salvaguardare la continuità di un impegno» e si fa menzione dell’«intergruppo parlamentare per la sussidiarietà», guidato da Maurizio Lupi, che «è riuscito ad aggregare fino a 320 parlamentari, portando a casa non poche proposte».
Ma allora, perché abbandonare il Pdl se offre questi spazi? E perché nel primissimo elenco mancava il nome di Formigoni, in seguito recuperato?
4. In partenza, non sono praticamente indicati altri partiti. Salvo in un secondo tempo dar conto di tre o quattro nomi con Tabacci (Centro democratico, organico al Pd), un nome con Intesa Popolare (alleato del Pdl), uno nella lista di Giannino, uno nella lista di Ingroia, uno perfino con i grillini. Niente «cattolici da votare» nella Lega, o con i Fratelli d’Italia…?
5. Giustamente la lista di Magdi Allam, «Io amo l’Italia», protesta e fa presente che «si propone nella sua interezza come partito di ispirazione cattolica». E allora perché Avvenire l’aveva totalmente ignorata? Chi vuole individuare i «criteri ideali» a sostegno di un impegno politico teso al bene comune, non può che partire dai pronunciamenti del magistero ecclesiale. Ebbene, qual è la posizione della Chiesa nei suoi più alti vertici, manifestata in documenti ufficiali?

Benedetto XVI si è speso in più occasioni a favore dei «principi non negoziabili» (in estrema sintesi: tutela della vita e della famiglia, libertà di educazione, sussidiarietà). La prima volta lo fece quando era ancora cardinale e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il 24 novembre 2002, firmando la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, indirizzata «ai Vescovi della Chiesa Cattolica e, in special modo, ai politici cattolici e a tutti i fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita pubblica e politica nelle società democratiche».

Ebbene, in quella Nota si precisava (ma c’è chi ignora questo passaggio!) che, se dentro realtà di ispirazione cattolica emergono «orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa», è evidente che «tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche».

Chiaro, no? Certo, come è stato fatto notare oggi «nessuna forza può corrispondere pienamente al pensiero sociale cristiano», ma tra il non corrispondere «pienamente» e il non corrispondere affatto (e sappiamo bene quali sono queste forze!) c’è una bella differenza. Il prossimo voto (alle Politiche ma anche alle Regionali) sicuramente è un’occasione di maturazione in cui si gioca tutta la libertà della persona.
Ma si deve stare attenti al rischio di passare dalla stagione degli ordini di scuderia, del voto quasi telecomandato, alla stagione del «rompete le righe», del voto indifferenziato.
Nelle nostre scelte sarebbe auspicabile non perdere mai la capacità di guardare in faccia la realtà per quello che è, valutando bene le conseguenze di un voto che dovrebbe avere a cuore il benessere del Paese ma anche la libertà della Chiesa. Cioè la libertà di tutti.

Fonte: www.lanuovabq.it

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