Elvira Parravicini: quando il bene non fa rumore

Elvira Parravicini – il cui nome a molti dirà poco, o nulla – è neonatologa presso la Colombia University di New York ed è la fondatrice del primo neonatal hospice, ovvero di un ospedale nato con lo scopo di curare i bambini che nascono già terminali, in quanto affetti da sindromi letali. In un’intervista rilasciata a Tracce (numero di giugno 2012) la Parravicini ha affermato: “L’esistenza ha un inizio e una fine. E non la stabiliamo noi. Ma nel mezzo facciamo tutto quello che è possibile perché la loro vita sia bella”.

Ma andiamo con ordine. Elvira Parravicini va per la prima volta in America per un tirocinio nel 1986, per poi tornarvi stabile nel 1994.
Nel 2001 diventa assistant professor alla Columbia University ed entra nel team della diagnosi prenatale della Columbia, un organo formato da vari specialisti che si riuniscono per esaminare le gravidanze a rischio. Qui Elvira si scontra con l’impostazione eugenetica che oramai permea la nostra società: “La proposta era in automatico: l’aborto. Senza discussione. Non arrivavo neanche a parlare con le madri. Ed ogni volta era una sofferenza incredibile. Ma nemmeno volevo indignarmi, fare battaglia, perché non sarebbe servito a nulla. Alla fine mi sono così intristita che ho lasciato” (Tracce, giugno 2012, p. 39).
Insomma, in un primo momento Elvira abbandona. Ma poi una battuta di un collega abortista in corridoio – “Elvira, perché non vieni più alle riunioni? S’imparano così tante cose, dai torna!” – la fa tornare sui suoi passi. Ed è proprio da una di queste riunioni che nasce il primo hospice neonatale. È il 2006 ed in ospedale si presentano due donne in attesa di due bambini affetti da Trisomia 18, una sindrome congenita incompatibile con la vita. Il punto è che nessuna di queste due mamme voleva abortire e il team non sa come muoversi. A questo punto interviene Elvira: “Datele a me queste mamme, le seguo io. Quando i bimbi nascono facciamo comfort care” (Ibidem, p. 39).
Da quel giorno tutti i casi di madri in attesa di bambini “life limiting” decise a non abortire, o indecise sul da farsi, oppure impossibilitate ad abortire perché oltre la 23esima settimana vengono mandate alla Parravicini e al suo team, che si è formato nel corso del tempo e che, ad oggi, consta di una decina di persone.

Il neonatal hospice, dunque, non è nato da un progetto preciso e non ha uno statuto definito. Semplicemente c’è e sopravvive grazie all’amore di alcune persone mosse dalla convinzione che la vita sia meravigliosa, indipendentemente dalla sua durata, e determinate nell’intento di dare a tutte le donne che lo desiderino la possibilità di essere madri fino in fondo, senza compromessi.

Ma in cosa consiste il comfort care, ossia la “cura di conforto”? Ebbene, essa non è una teoria definita, studiabile sui libri; essenzialmente, il comfort care è un modo di approcciarsi ai propri piccoli pazienti e alle loro famiglie unendo al bagaglio di conoscenze mediche la propria umanità. Interrogata su dove abbia imparato questa tecnica, la Parravicini ha risposto: “Dalla mia mamma”.
Il comfort care mira al soddisfacimento dei bisogni primari e ha dunque alla propria base quattro principi: l’accoglienza del neonato; il tenere il bambino al caldo, principalmente grazie al contatto diretto con il corpo della madre e del padre; l’attenzione posta affinché il neonato non soffra la fame e la sete; il non fare provare alcun dolore al bambino.

Ospite al Meeting di Rimini, la Parravicini ha affermato che ogni vita, breve o lunga che sia, è vita; è data ed in quanto tale va rispettata. Inoltre, ognuno di noi non è la somma dei proprio cromosomi, ma è un essere unico ed irripetibile, frutto del Mistero ed ogni nuova nascita ha insita in sé la speranza, una promessa di felicità.

Ecco perché occorre implicarsi in prima persona affinché tutti abbiano il diritto di nascere, senza che una diagnosi prenatale infausta si trasformi in una sentenza di vita o di morte.

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