Shin Dong-hyuk, nato in gulag e fuggito dall’inferno nordcoreano

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di Francesco Amicone

«Cresciuto in un mondo dominato dai più bassi istinti di sopravvivenza, senza  conoscere mai né la libertà, né i sentimenti umani»: è Shin Dong-hyuk, unico esule nato in un gulag  nordcoreano.

 

Shin Dong-hyuk è nato in uno dei peggiori gulag del regime nordcoreano, il Campo 14.  La sua colpa, e quella della sua famiglia rinchiusa con lui, scrive Riccardo  Michelucci sull’Avvenire di oggi, è aver avuto dei disertori fra i  parenti. «Cresciuto in un mondo dominato dai più bassi istinti di sopravvivenza,  senza conoscere mai né la libertà, né i più elementari sentimenti umani», Shin  sarebbe ancora un prigioniero se il 2 gennaio 2005, nonostante la  malnutrizione e le deformazioni fisiche causate dal lavoro forzato e dalle  torture, non fosse riuscito a eludere la sorveglianza, scavalcare la recinzione  del gulag sopravvivendo all’alta tensione e a scappare in Occidente. Una fuga  miracolosa «per cominciare finalmente a vivere, nel vero senso della parola», quella che, intervistato da Michelucci, racconta Blaine Harden, giornalista  del Washington Post e autore del libro Escape from Camp 14:  One Man’s Remarkable Odyssey from North Korea to Freedom in the West.

Shin è diverso dagli altri sopravvissuti ai gulag  nordocoreani, spiega Harden a Michelucci, «perché in quel campo ci è nato e  cresciuto». Per ventitre anni della sua vita non ha conosciuto altro che la  realtà del Campo 14, uno dei tanti gulag nordcoreani dove  sarebbero rinchiuse centinaia di migliaia di  persone. Shin, prosegue Harden, soltanto adesso sta  cominciando a conoscere e provare delle emozioni, «prima non sapeva neanche cosa  fossero». Amore, fiducia, sentimenti che noi diamo per scontati, non lo sono per  chi ha sempre vissuto «in un girone infernale di lavori forzati, privazioni,  torture».

A quattro anni, Shin ha assistito alla prima esecuzione, a  quattordici vide giustiziati sua madre e suo fratello, mandati alla forca per un  tentativo di fuga. «È uscito dal campo solo fisicamente, non ancora  psicologicamente, e continua a fare i conti con il suo tremendo passato». Ci ha  messo un anno prima di confessare a Harden di essere stato lui a denunciare la  madre e il fratello, per salvarsi la vita.

Adesso Shin ha ventinove anni e vive a Seul, in Corea del  sud, dove lavora nell’ambito dei diritti umani e intervista altri sopravvissuti  come lui. Non aveva mai sentito parlare di Dio, prima di fuggire dal Campo 14, e  ora ha «trovato conforto» nel cristianesimo.

Leggi di Più: Shin Dong-hyuk, l’uomo fuggito dall’inferno nordcoreano | Tempi.it

Fonte: Tempi.it, 11 luglio 2012

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