La Regola pastorale, un classico per sacerdoti

La Regula pastoralis, scritta con intento programmatico da san Gregorio Magno all’inizio del suo pontificato (590-604), è l’opera più famosa del grande pontefice e, in assoluto, uno dei capolavori patristici più letti e meditati nella storia della Chiesa. La sua eccellenza non risiede nella bellezza o ricercatezza dello stile, quanto nella praticità e utilità dell’insegnamento: san Gregorio si propone con questo scritto di fornire i tratti ideali del pastore di anime (in primo luogo del vescovo, ma per estensione anche del sacerdote), prodigandosi in preziosi consigli sulla prassi che il “buon pastore” deve adottare trattando con le più diverse categorie di persone.

La Regola è divisa in quattro parti di diseguale ampiezza. Sono inoltre presenti un incipit, in cui vengono elencati i titoli dei sessantacinque capitoli dell’opera, e una breve dedica indirizzata al “reverendissimo e santissimo confratello” Giovanni, probabilmente da identificare con il vescovo di Ravenna del tempo. Gregorio ricorda il rimprovero ricevuto da Giovanni, di aver voluto inizialmente sottrarsi all’onere dell’episcopato; e, quasi a giustificarsi della sua passata debolezza, dichiara di voler esporre tutte le sue convinzioni circa la gravità delle responsabilità del ministero pastorale, “perché chi ne è libero non vi aspiri in modo incauto, e chi le ha assunte in modo sconsiderato provi timore per il passo compiuto”. L’auspicio formulato da Gregorio, all’opposto, è che “il timore moderi il desiderio [che alcuni hanno di diventare pastori]; la condotta, poi, renda onore al magistero, assunto senza averlo cercato”.

Le quattro grandi suddivisioni dello scritto sono così introdotte dall’autore nella dedica: “Ognuno rifletta seriamente su come è giunto ai vertici delle responsabilità pastorali [qualiter veniat, prima parte]; se in modo legittimo, esamini la propria condotta [qualiter vivat, seconda parte]; se essa è irreprensibile, esamini la qualità dell’insegnamento [qualiter doceat, terza parte]; se la dottrina è retta, con un veritiero esame prenda atto ogni giorno della propria debolezza [infirmitatem suam conosca, quarta parte]”. Tale quadruplice autoverifica del pastore di anime ha lo scopo di fare in modo che, rispettivamente, “l’eccesso di umiltà non lo allontani dagli impegni, la condotta non contrasti con la dignità ottenuta, l’insegnamento non sia nocivo alla prassi, l’orgoglio non abbia il sopravvento sulla dottrina”.

1. La prima parte della Regola si compone di undici capitoli ed è intitolata “A quali condizioni si possono assumere i più alti impegni pastorali”. Innanzitutto san Gregorio chiarisce che il governo delle anime altrui è la suprema fra le arti, ars est artium regimen animarum: chi non sa, infatti, che “le ferite dello spirito sono ben più segrete di quelle dei visceri?”. E tuttavia, scrive il grande pontefice, “spesso chi è all’oscuro delle leggi dello spirito non teme di spacciarsi per medico delle anime, mentre chi non conosce le virtù delle medicine arrossirebbe ad essere considerato medico dei corpi”. Inoltre, molti ambiscono a ricevere onori in virtù della carica ecclesiastica che occupano, giungendo così “ad un magistero di umiltà spinti solo dall’orgoglio” e incorrendo nella condanna di Dio. Vi sono poi coloro che, pur zelanti nell’apprendimento degli spiritalia praecepta, contraddicono con la vita le verità assorbite nella meditazione e danno un pessimo esempio al gregge loro affidato. San Gregorio esorta: nessuno, che vi sia impari, osi assumere temerariamente i compiti del ministero pastorale, diventando “guida alla perdizione” per le anime che gli sono affidate. D’altra parte, un rischio ulteriore del ministero pastorale è quello di insidiare la stabilità dello spirito a causa dei molteplici impegni, compromettendo la necessaria vigilanza interiore: per questo Gregorio invita gli imperfecti a scansare incarichi che li porrebbero in un serio pericolo spirituale.

Terminata questa serie di ammonizioni, san Gregorio passa a considerare il caso opposto, quello cioè di uomini che posseggano tutti i requisiti per svolgere in modo adeguato il compito di pastore, ma che rifuggano da esso perché amanti della propria quiete personale o della solitudine o della meditazione, o per eccessiva umiltà. Costoro, dice Gregorio, “attenti ai propri vantaggi e non a quelli del prossimo, si privano essi stessi di doni di cui vorrebbero esclusivamente fruire”, cioè dei beni spirituali di cui il Signore li ha dotati “non solo per sé ma anche per gli altri”. Poiché l’impegno pastorale è la prova dell’amore (dilectionis est testimonium cura pastoris), chi rifiuta di pascere il gregge di Dio “mostra di non amare il pastore supremo”. I renitenti di questo genere si rendono colpevoli “nei confronti di coloro a cui avrebbero potuto fare del bene operando nel mondo”: con quale animo, infatti, “chi potrebbe splendere nel giovare al prossimo può preferire la propria quiete al bene altrui, se l’Unigenito stesso del Sommo Padre venne dal seno dell’Eterno in mezzo all’umanità per l’universale salvezza?”.

Di queste ed altre simili considerazioni è composta la prima parte della Regola pastorale, parte che si può utilmente sintetizzare con questa sentenza tratta dal capitolo VII: “Nessuno… osi assumere i sacri ministeri senza essere prima purificato, e chi è stato scelto dalla grazia divina non opponga un orgoglioso rifiuto, col pretesto dell’umiltà”.

2. La seconda parte dello scritto gregoriano, costituita come la prima da undici capitoli, è intitolata “La vita del pastore” e delinea i tratti morali che devono essere presenti in un bravo pastore di anime. La condotta del presule “deve superare in qualità la vita del popolo esattamente di quanto la vita del pastore sovrasta quella del gregge”; condurre una vita retta è per il pastore un grave obbligo, dato che “proprio in riferimento alla sua persona il popolo viene definito gregge”. Il pastore “deve quindi essere illibato nel pensiero, esemplare nella condotta, riservato per il silenzio, utile attraverso la parola, vicino a tutti con solidarietà, dedito più di ogni altro alla contemplazione, legato con vincoli di umiltà a quanti compiono il bene, avversario dell’iniquità dei malvagi per zelo di giustizia, intento a non indebolire la vita interiore per le cure temporali e a non sottrarsi agli impegni di questo mondo per la sollecitudine nei doveri spirituali”. Tutta la seconda parte della Regola non è che una trattazione ampliata di ognuna delle caratteristiche elencate nel brano introduttivo appena citato.

Come nel resto dell’opera, anche in questa seconda parte san Gregorio si avvale con pertinenza di un gran numero di riferimenti alla Sacra Scrittura per comprovare le proprie affermazioni, spesso sovrapponendo alla lettera del testo biblico interpretazioni allegoriche più o meno audaci. In certi passaggi, poi, l’animo del santo si effonde con tenerezza, come quando così esorta i fedeli: “…quando affrontano come bimbi i flutti delle tentazioni ricorrano al cuore del pastore come al seno materno…”. Altre volte, invece, la carità suggerisce a Gregorio una certa durezza, come quando stigmatizza il comportamento di certi “pastori non impegnati e in preda a paura di perdere il favore popolare”, i quali “non osano proclamare liberamente la verità” e si nascondono nel loro silenzio; costoro, “per timore di correggere i vizi, blandiscono invano i peccatori con promesse di sicurezza e non pongono mai l’accento sull’iniquità dei colpevoli, scegliendo il silenzio anziché il rimprovero”: il sacerdote, così facendo, “suscita contro di sé l’ira di colui che giudica nel segreto”. Poco più avanti san Gregorio scrive addirittura che “è necessario che i prelati si facciano temere dai sudditi, quando si rendono conto che questi non hanno alcun timore di Dio, affinché desistano dal peccare almeno per paura degli uomini coloro che non temono i giudizi divini”; è tuttavia degno di nota l’invito di san Gregorio a non approfittare del potere di cui, come pastori, si ha diritto: “Quanti sono insigniti di autorità… siano lieti non di dominare sugli uomini ma di far loro del bene”; “i vertici del potere sono ben gestiti quando chi li ha raggiunti domina sui vizi più che sui fratelli”. È sempre presente a Gregorio il pericolo più tipico di chi è innalzato sugli altri per grado di autorità, cioè l’orgoglio, vizio che il pastore deve fuggire più di ogni altro per non diventare simile “all’angelo apostata”. In tal modo, tutta la trattazione mira a puntualizzare le caratteristiche di un’azione pastorale equilibrata e lontana dagli opposti eccessi: “Bisogna fare in modo che la pietà faccia apparire ai sudditi il prelato come una madre e la disciplina lo mostri come un padre, avendo inoltre gran cura perché la correzione non sia eccessiva e la pietà non degeneri in debolezza”.

3. La terza parte della Regola pastorale, costituita da quaranta capitoli preceduti da un prologo, è intitolata “Come il pastore di vita retta deve istruire ed esortare i sudditi” ed è la sezione più lunga e interessante dell’opera, quantunque meno facilmente riassumibile delle altre a causa della sua peculiare struttura. L’autore parte dalla constatazione che “non a tutti si adatta un’unica e medesima forma di esortazione, perché non è uguale in tutti la qualità dei comportamenti. Spesso infatti nuocciono ad alcuni cose che, invece, giovano agli altri”. È per questo che “ogni maestro, per edificare tutti nell’unica virtù di carità, deve toccare il cuore degli ascoltatori sulla base della stessa dottrina ma non con un unico e identico sistema di esortazione”.

Il metodo espositivo scelto qui da Gregorio è quello di instaurare una nutrita serie di coppie oppositive, come ad esempio: uomini/donne, giovani/vecchi, gioviali/melanconici, arroganti/pusillanimi, umili/superbi, penitenti per peccati di opere/penitenti per peccati di pensiero, chi commette colpe leggere ma spesso/chi pecca raramente ma in modo grave, eccetera. Per ognuna di queste antitesi, Gregorio specifica con grande acume psicologico quale sia il modo più efficace con cui il pastore debba trattare l’una e l’altra categoria di persone.

Perché un solo esempio basti a chiarire il procedimento adottato dell’autore, è interessante la distinzione operata nel capitolo VII: “Come esortare in modo diverso gli impudenti e i timidi”. Gli impudentes, sostiene Gregorio, devono essere affrontati con un duro e aspro rimprovero; devono essere disapprovati da più persone; le loro colpe devono essere rese palesi. Al contrario, ai verecundi dovrà essere somministrata una moderata esortazione, che quasi sempre sarà sufficiente ad indurli al meglio; il maestro di spirito dovrà ricordare loro con dolcezza le mancanze compiute, in privato e senza ricorrere ad altri testimoni; ciò che in essi si disapprova va evocato quasi solo per cenni, quasi ex latere tangatur, in modo che un discorrere dolce ponga un velo sulla negligenza compiuta. San Gregorio completa la trattazione fornendo, per entrambe le modalità di rimprovero descritte, alcune chiare testimonianze tratte dalla Sacra Scrittura.

4. La quarta ed ultima parte della Regola, non divisa in ulteriori capitoli, è brevissima e porta il seguente titolo: “Il predicatore, dopo aver atteso a tutto nel modo dovuto, rientri in se stesso, perché né la vita né il ministero lo inducano all’orgoglio”. San Gregorio mostra di voler tornare su uno dei punti che gli stanno più a cuore, quello della necessaria umiltà del pastore d’anime. Una tentazione particolarmente insidiosa, per un virtuoso e forte uomo di Dio come un pastore di anime ha il dovere di essere, è quella di compiacersi nelle proprie virtù e nei propri meriti apostolici, dimenticando la propria fragilità e considerandosi superiore agli altri. “È dunque necessario – scrive Gregorio – che, quando l’insieme delle virtù si fa motivo di lusinga, lo sguardo dello spirito si rivolga alle proprie debolezze e faccia nascere in sé una salutare umiltà, dando risalto non al bene compiuto ma a quello che si è trascurato di compiere, in modo che il cuore, nella contrizione al ricordo della propria debolezza, si renda più saldo nella virtù al cospetto dell’autore dell’umiltà. Spesso, infatti, il Signore onnipotente, benché conduca ad un alto grado di perfezione gli spiriti dei pastori d’anime, li lascia, tuttavia, nell’imperfezione quanto ad alcuni, non essenziali aspetti, affinché, pur risplendendo per virtù mirabili, provino tristezza per la propria imperfezione e non insuperbiscano per i grandi risultati raggiunti, dato che devono ancora lottare contro dei piccoli difetti”.

L’ultimo cenno dell’opera è ancora rivolto a Giovanni, il confratello nell’episcopato a cui è dedicata la Regola pastorale. San Gregorio protesta di aver delineato i tratti del pastore ideale “pur essendo, personalmente, un artista di poco conto”, e di trovarsi “a guidare altri ai lidi della perfezione, pur essendo ancora in preda ai flutti dei peccati”. Così implora: “Mi sostenga tuttavia, ti prego, nel naufragio di questa vita la tavola di salvezza della tua preghiera, e poiché ciò che pesa in me mi sommerge, la tua mano ricca di meriti mi sollevi”. È dunque innanzitutto lo stesso Gregorio che, sentendo di dover affrontare da bimbo i flutti delle tentazioni, dimostra di voler ricorrere teneramente al cuore del pastore come al seno materno.

(Le citazioni dell’opera sono tratte dall’edizione bilingue curata da Giuseppe Cremascoli,
Opere di Gregorio Magno, vol. VII, Città Nuova Editrice, Roma 2008).

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