La persona e il suo io

Non bisogna confondere la persona con l’io. Io ho cominciato a dire “io” quando ho cominciato a prender coscienza della mia persona, ma la mia persona esisteva già prima che io avessi compiuto questa presa di coscienza. L’embrione, come ho spiegato in un precedente articolo, è già persona; eppure non è ancora conscio di essere persona, perché in lui non si è ancora formata quella base neurofisica che gli consentirà a suo tempo – nei primissimi anni dopo la nascita – di prender coscienza di sé e quindi di dire “io”. Quando il bimbo comincia a dire “io”, vuol dire che ha coscienza di sé. Prima può capitare che parli di sé in terza persona, come se si trattasse di un altro: Pierino, se ha fame, non dice “ho fame”, ma “Pierino ha fame”.

Allora che cos’è l’io? L’io è la singola persona non in quanto persona, ma in quanto cosciente di se stessa come quella singola persona che dice “io” di se stessa. Io posso dire “io” solo della mia persona non dell’altra. A questa dirò “tu” o di questa dirò “egli” o “ella”. Già dai primissimi anni il soggetto si rende conto di possedere un corpo, di vivere, di sentire, di pensare, di ricordare, di parlare, di volere, di desiderare, di avere sentimenti, di compiere atti, insomma comincia a rendersi conto di essere un soggetto corporeo dotato di intelletto e volontà, quello che Aristotele chiamò “animale ragionevole”, quindi di essere una persona umana come altre delle quali ha esperienza o con le quali convive.

La persona, invece, che cosa è? E’ nota la classica definizione di Boezio, che ho ricordato anche di recente su questo blog: “Sussistenza individuale di una natura ragionevole” (individua substantia rationalis naturae), non importa che questo soggetto eserciti o non eserciti gli atti propri della persona (l’intendere e il volere): quando dormo non li esercito e non per questo cesso di essere persona. Sono semplicemente una persona che dorme. Così un embrione, un agonizzante, un demente, un posseduto dal demonio restano persone anche se non sono nelle condizioni psicofisiche di poter esercitare gli atti propri della persona: l’autocoscienza, il pensiero, il ragionare, il libero arbitrio, ecc.
Col maturare degli anni il soggetto, già nell’adolescenza, soprattutto se è riflessivo e portato all’interiorità, si accorge da una parte dei limiti del proprio io, ma dall’altra si accorge che il suo pensare e il suo volere sono aperti all’infinito e all’assoluto: “infiniti spazi nel pensiero mi fingo”, diceva già il giovane Leopardi. Il giovane prende coscienza del proprio esistere e sente il bisogno di svelarne il mistero: di scoprire le origini, il fondamento, il senso, le finalità e il perché del proprio esistere e del proprio io.
Gli torna facile e spontaneo, almeno nei più intelligenti ma più ambiziosi, spogliare il proprio io empirico, precario, particolare di tutte le sue proprietà, apparenze ed accidentalità, dimenticare i suoi difetti ed immaginarlo come un io assoluto, infinto, eterno, autofondato ed autoreferenziale, principio di tutto e fine di ogni cosa. E questo perché, considerando la grandezza del suo spirito, gli sorge poi la tentazione, tipica dell’egoismo, di pretendere che tutto sia per lui, tutto dipenda da lui e tutto sia al suo servizio.

Questo “io” che egli scopre è quello che gli idealisti Fichte e Schelling hanno chiamato in tono elogiativo io “assoluto” o “trascendentale”. Essi hanno creduto che questo io non sia realmente distinto dall’io empirico e materiale originariamente scoperto, ma sia in fondo il medesimo io il quale, spoglio di qualunque particolarità, abbracci o contenga in se stesso il proprio io come quello di tutti gli altri uomini, quasi che tutti gli io empirici non siano che manifestazioni o momenti effimeri, fenomenici e contingenti dell’unico vero Io, l’Io assoluto, principio e fine di ogni cosa, principio del sapere come principio dell’essere.
Da un simile pensiero può sorgere un grande entusiasmo, ma si tratta purtroppo di una pericolosa fantasia, che fa dimenticare la distinzione delle persone tra di loro e da Dio, giacchè che cosa è questo “Io assoluto”, se non uno scimmiottamento del vero Dio trascendente? E che cosa può suggerire l’idea che io in fondo sia l’“Io assoluto”, se non una grande superbia ed un’infinita spocchia? E’ questa l’avventura e la tragedia dell’antropologia e della teologia panteistiche.

Solo Dio può dire di Sé in modo assoluto “Io Sono”, come appunto troviamo nella Scrittura (Es 3,14). Ma nessun essere umano, che non sia un megalomane accecato dai sofismi dell’idealismo può dire sensatamente questo di se stesso, ma dirà: “io sono il tal dei tali, né più né meno, fondato certo sull’Io divino ma ben lungi dall’identificarsi con Lui”.
Che nell’indagine sull’io o nell’approfondimento dell’autocoscienza l’io scopra in sé in qualche modo un “Io assoluto”, non lo si potrà negare. Ma occorre fare molta attenzione al metodo giusto per trovare il vero Io Assoluto, che poi è Dio, che non sia un autogonfiamento del proprio io empirico all’infinito, il che non sarebbe un procedimento saggio ma del tutto stolto ed illusorio.
Anche se io immagino di essere Dio, questo in realtà non mi produce alcun vantaggio, se non quello di fare la figura del grande sbruffone, perché in realtà io resto più che mai con i miei limiti e le mie miserie. Tutt’al più crederò di possedere una “infinita libertà”, che mi rende indipendente da Dio, ma con l’unico risultato di allontanarmi da Lui col peccato, giacchè questo certo non ha altra causa che la mia volontà; in questo senso, se vogliamo, sono sommamente libero, ma con quale risultato se non quello di portare al fallimento la mia vita?

Giusta via per scoprire il vero Assoluto partendo dalla coscienza del proprio io, è quella indicata da S.Agostino: se io mi trovo finito, debole, causato, contingente, a cosa mi porterà logicamente questa constatazione se io seguo il cammino della retta ragione? Alla scoperta di un altro Io, diverso da me e quindi a un Tu e questo veramente assoluto, in quanto ragione e spiegazione del mio esistere e del valore stesso del mio io.
Come dice l’Ipponense in un immortale passo del De vera Religione al c.XXXIX: “si te mutabile inveneris, transcende et te ipsum, et illuc ergo tende ubi ipsum lumen rationis accenditur” (“se ti scopri mutevole, trascendi anche te stesso, e tendi là dove si accende lo stesso lume della ragione”), ossia dove? Verso Dio!

Bisogna però ben distinguere questa autotrascendenza agostiniana da quella di Rahner. Infatti, mentre Agostino intende con questo trascendersi l’atto della ragione la quale, partendo dalle cose finite e dal proprio io, comprende che tutto ciò è causato da Dio e finalizzato a Dio Creatore e distinto dal mondo e dall’uomo, in Rahner l’autotrascendenza si presenta come tensione dello spirito verso il suo “infinito orizzonte”, che sarebbe appunto Dio, ma che non si vede come trascenda l’uomo, se appunto è l’orizzonte estremo di questa ultima tensione dello spirito.
Infatti l’orizzonte che cosa è se non appunto l’estremo limite al quale giunge una facoltà e per nulla un qualcosa che la supera e la trascende. L’orizzonte del mare è fin dove io posso vedere il mare, quindi è ancora un qualcosa che posso abbracciare e che entra entro i contini della mia vista. Ma il vero Dio non è per nulla questo: il vero Dio, del quale parlano Agostino e con lui la fede cristiana, è un Ente sommo e supremo oltre il mio orizzonte, un Altro dal mio orizzonte, un Altro che certo posso affermare in base al mio orizzonte, non però come forma del mio orizzonte, ma come causa del mio orizzonte, se è vero che egli è creatore e causa prima di tutto.

Dio è causa della mia persona ma non del mio io: il mio io è il nome col quale io designo la mia persona dopo averne preso coscienza. Quindi l’io in se stesso non è una sostanza, ma è il mio contenuto mentale, con fondamento reale e tuttavia, in quanto contenuto mentale, è un prodotto della mia coscienza.
L’io pertanto presuppone la persona, si riferisce alla persona, è rappresentazione della persona, ma è prodotto ed effetto dell’atto di coscienza col quale il singolo prende coscienza di sé. L’io è l’idea che il singolo ha di sé, ma posto che noi siamo gli autori delle nostre idee, possiamo dire in tal senso che siamo noi col nostro pensiero a formare la nozione dell’io, mentre la nostra persona non è per nulla posta o causata da noi stessi, ma è creata da Dio a sua immagine e somiglianza.
Non è onesto approfittare del fatto che noi siamo gli autori della nozione del nostro io per ridurre, come ha fatto Fichte, la persona, in quanto sostanza reale, all’autocoscienza, per sostenere che la persona è “posta” in essere dall’atto stesso dell’autocoscienza e finire così col negare l’esistenza di Dio che ha questo punto diventa un’inutile spiegazione dell’origine della persona identificata con un fantomatico “io”, al quale diamo gratuitamente uno spessore ontologico per di più assoluto, che esso non possiede assolutamente.

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