L’emergenza educativa

1. Abbiamo fallito avendo pieno successo

Parlando di ‘emergenza educativa’ oggi si pensa che il problema sia il fatto che siamo di fronte ad un fallimento dell’educazione realizzata fino ad ora con le giovani generazioni. Scrive un esperto di problemi educativi, il salesiano don Fabio Attard

Guardando la nostra storia attuale, ci imbattiamo in una società marcata generalmente da un senso profondo di fallimento nell’esperienza educativa.

A me pare, però, che in realtà il risultato che noi uomini moderni abbiamo ottenuto in campo educativo non sia il frutto di un fallimento dei nostri progetti e delle nostre aspirazioni, quanto piuttosto di un loro pieno successo. Vale a dire: abbiamo effettivamente ottenuto quello che volevamo ottenere; i nostri giovani hanno assorbito davvero il modello che abbiamo trasmesso loro; il risultato ottenuto è veramente quello che era stato programmato.

 

Vorrei spiegare questa mia affermazione narrando un episodio accadutomi recentemente in una terza classe del liceo Rosmini dove insegno religione ormai da 18 anni. Gli studenti, di circa 17 anni di età, hanno posto delle domande riguardanti le giovani generazioni attuali. Tentando di rispondere, ho chiesto loro se potevo permettermi di dire loro in tutta onestà quello che da qualche anno vedo caratterizzare gli studenti liceali e ancor più quelli universitari che mi capita di incontrare nel mio lavoro di insegnante e di sacerdote. Avendo avuto risposta affermativa, ho detto loro pressappoco questo:

“le vostre generazioni sono educate al calcolo, a non fare nulla se non per stretta convenienza in vista della carriera, del successo, della salute fisica, del benessere materiale, della tutela dei propri interessi, etc; è il mondo adulto che dà istruzioni e esempi applicativi in merito. Perciò per un corso di inglese all’estero, che torna molto utile per la carriera scolastica e lavorativa, le vostre famiglie sono disposte a fare grandi sacrifici; per potenziare la vostra salute con un’attività sportiva si fanno ingenti investimenti di tempo e di energie; per rinnovare la casa o la macchina o l’abbigliamento si usano i risparmi, si fanno pagamenti rateali. Ma quanti hanno visto i genitori investire le loro risorse per fare un abbonamento a l’Avvenire? O quanti si sentono dire: partecipa al gruppo giovanile cristiano perché è al cosa più importante per la vita? Insomma, noi adulti cosa vi diciamo di fatto se non questo: metti al primo posto il tuo interesse e il resto fallo solo se ti avanza tempo, che tanto non è essenziale?”

Questo è quello che ho detto agli studenti. E poi ho aggiunto: “Ecco, vi ho detto quello che penso; ditemi pure che non siete d’accordo, non abbiate paura di contraddirmi”. Silenzio. Ripeto l’invito, e vedo una mano che si alza, quella del leader della classe: “Professore, perché dovremmo dirle che non siamo d’accordo? Quello che ha detto lei è la verità”.

Rimasto un po’ sbigottito, chiedo agli altri: “E voi cosa dite?”. Risposta da parte di tutti: “E’ vero, è così”.

 

 

2. Lo specchio degli adulti

Qui si vede bene che il lavoro educativo non ha affatto fallito: si è messo in atto un grande sforzo e un grande apparato per ‘produrre’ uomini di questo tipo, a immagine e somiglianza di una certa idea materialistica della vita; e ci si è riusciti.

I nostri ragazzi sono effettivamente lo specchio della nostra concezione della vita: in loro si riflette quello che ci sta a cuore, quello per cui veramente viviamo.

Essi rispecchiano tutto questo in diversi modi:

– quelli che riescono meglio a scuola o nella vita tendono a rispecchiare la nostra concezione utilitaristica e materialistica della vita stessa;

– quelli che hanno dei problemi tendono a rispecchiare le nostre incapacità a stare al passo coi tempi, la nostra paura di non farcela;

– quelli che sono borderline o sono caduti nei vari aspetti del disagio giovanile o della tossicodipendenza tendono a rispecchiare il vuoto, lo smarrimento, la disperazione, la mancanza di significato che viviamo noi adulti.

Facciamo attenzione che tutto ciò non avviene necessariamente rispetto ai genitori: talvolta anche i figli delle famiglie più generose e profonde sul piano educativo sono travolti dal mondo circostante. I modelli di cui ho parlato sono trasmessi ai giovani dall’insieme del mondo adulto, cioè dall’intera società in cui vivono. La singola famiglia ha una grande importanza, ma incarna solo una parte del messaggio che i figli ricevono.

 

La domanda dunque non è: “come rendere efficace il nostro lavoro educativo”, ma “quale è lo scopo del nostro lavoro educativo”, anzi: “quale è lo scopo della nostra vita, ciò per cui si vive, ciò per cui vale la pena vivere”. La domanda dunque è su di noi, non sui ragazzi.

L’educazione come attività è meno difficile di quanto sembri. Il vero problema sta piuttosto nel sapere quale sia il suo vero scopo e contenuto.

 

 

3. Alcune implicazioni del messaggio materialistico-utilitaristico

Cerchiamo di proseguire la nostra osservazione sul messaggio utilitaristico che abbiamo trasmesso e che stiamo trasmettendo alle nuove generazioni. In che cosa consiste? Come si articola? Abbiamo preso spunto finora dalla questione dell’interesse: cerchiamo di individuare meglio cosa essa comporta. In effetti l’esaltazione dell’interesse individuale, della ricerca del proprio vantaggio e del proprio utile, comporta una serie di conseguenze o implicazioni, nei rapporti verso gli altri e verso la realtà in genere. Possiamo identificare quattro conseguenze o implicazioni fondamentali del messaggio utilitaristico: le prime tre riguardano i rapporti con gli altri, la quarta invece i rapporti con la realtà o con l’essere. Si tratta di altrettante caratteristiche del messaggio che la società sta trasmettendo ai giovani in termini chiari, forti, insistenti.

1. lo smantellamento della famiglia, sia sul piano partico che su quello teorico. I nostri giovani non sanno più perché sia importante il matrimonio; non hanno più le ragioni per cui si possa e si debba stare insieme tutta la vita; la loro idea dell’amore è fragilissima, esposta ad ogni tempesta sentimentale; il mondo adulto, per giustificare se stesso e le proprie cadute, crea una cultura della libertà in cui ciascuno è libero di costruire o di demolire ogni relazione umana.

2. la chiusura alla vita. La nostra è la società dell’anticoncezionale, cioè dell’invenzione e della diffusione massiva e coercitiva di ciò che è letteralmente ‘contro il concepimento’, contro l’avvenimento della vita; è la società abortiva, che uccide i suoi figli prima che nascano e crea le leggi perché questo si possa fare comodamente e lecitamente; è la società dell’invecchiamento, della denatalità, dell’eutanasia come soluzione finale libera e autonoma.

3. la negazione della comunità. La nostra è la società dei single: ognuno è un microcosmo indipendente, senza legami, autoreferenziale, connesso alla grande rete informatica che gli fornisce ormai tutto quello di cui ha bisogno; è il culto della privacy, della riduzione al minimo dei rapporti umani, il mito dell’indipendenza assoluta.

4. la chiusura dell’orizzonte. L’idealismo del passato è definitivamente tramontato: ciò per cui oggi adulti e giovani si entusiasmano è la tecnologia o il divertimento. Così gli occhi brillano per il nuovo tablet o per l’ultima versione del suv, mentre l’interesse comune si concentra sul consumo di film e spettacoli di ogni genere. L’appartenenza ad un orizzonte più grande è negata da tutti, benchè inconsciamente cercata da tutti.

 

Tuttavia per capire questa situazione bisogna scendere ancora più in profondità e vedere cosa c’è alla radice di tutto questo.

 

 

4. Essere per la morte: la frantumazione della vita

Il messaggio utilitaristico sopra considerato si fonda o si sposa con una visione di fondo della realtà, con una certa idea dell’uomo (antropologia) e dell’essere (ontologia). Osservando attentamente quanto detto finora, non sarà difficile riconoscere quale sia questa antropologia-ontologia che sta dietro e sorregge la mentalità generale contemporanea e il suo ‘progetto educativo’.

Negli anni Trenta del Novecento il filosofo tedesco Martin Heidegger, fondatore dell’esistenzialismo, esprimeva il cuore della visione del mondo cui era approdata l’umanità del suo tempo con una celebre affermazione: “essere-per-la-morte”. Questa le sue parole:

La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. […] La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. […] significa poter comprendere se stesso entro l’essere dell’ente così svelato: l’anticipazione dischiude all’esistenza, come sua estrema possibilità, la rinuncia a se stessa, dissolvendo in tal modo ogni solidificazione su posizioni esistenziali raggiunte.

Benchè egli non se ne rendesse pienamente conto, stava indicando quale era effettivamente il sentimento della vita che inevitabilmente l’uomo moderno aveva maturato negli ultimi secoli della sua cultura positivistica o antimetafisica. Ecco a cosa si riconduce questo sentimento: l’orizzonte della vita è la morte. Essa circonda tutta l’esistenza umana in modo insuperabile. All’uomo non resta che prendere la vita nel breve spazio in cui essa emerge e usarla come possibilità da sfruttare, finchè non scompare definitivamente nell’impossibilità di esserci.

E’ questo il messaggio che sta alla radice della cultura dominante, quella che viene di fatto trasmessa ai nostri giovani. Essi hanno capito la lezione: “non ci sono valori eterni – essa recita -, non c’è un disegno eterno, non c’è un destino eterno, non c’è un compito, non c’è nessuno da seguire se non se stessi. Il proprio interesse va giocato interamente per ottenere il massimo vantaggio possibile da una condizione esistenziale molto precaria, segnata dall’imminenza continua della morte. Non ci devono quindi essere perdite di tempo o indugi di varia natura: l’essere disponibile nell’esistenza va sfruttato sistematicamente, senza pensare alla sua tragica limitatezza, la quale va rammentata solo per ricordarsi che non bisogna perdere tempo e occorre cercare di ottenere il massimo risultato possibile, se si vuole che la nostra esistenza abbia un senso”.

 

Pochi decenni prima di Heidegger, un geniale filosofo russo ottocentesco, Vladimir Solov’ev, descriveva così la situazione dell’uomo moderno:

L’ultima parola della civiltà occidentale è l’interesse personale del singolo, il fatto casuale, il dettaglio spicciolo: l’atomismo nella vita, l’atomismo nella scienza, l’atomismo nell’arte. Essa ha sviluppato le forme particolari e il materiale esteriore della vita, ma non ha dato all’umanità il contenuto interiore della vita stessa; avendo isolato i singoli elementi, li ha portati al livello più alto possibile del loro sviluppo, a quel livello che, appunto, potevano raggiungere solo nel loro isolamento; ma, privi di un’unità organica interiore, essi sono privi dello spirito vivo, e tutta questa ricchezza si rivela un capitale morto.

La parola ‘atomismo’ descrive molto bene la frantumazione dell’uomo moderno in una molteplicità di interessi spiccioli, privi di orizzonte, mancanti della connessione con la totalità e con il significato globale della vita. Il grande pensatore russo prosegue indicando l’unica via di uscita:

E se la storia dell’umanità non deve finire con questo risultato negativo, con questo nulla, se deve apparire una nuova forza storica, è ovvio che il compito di questa forza, ormai, non sarà più quello di sviluppare i singoli elementi della vita e della conoscenza, e di creare delle nuove forme culturali, ma quello di rianimare, di vivificare questi elementi, ostili, morti nella loro opposizione, attraverso un principio conciliatore superiore; il suo compito, cioè, sarà quello di dar loro un contenuto assoluto comune che li possa liberare dalla necessità della loro autoaffermazione esclusiva e della loro reciproca negazione.

 

 

5. La questione cruciale

Arriviamo così finalmente al punto cruciale da cui tutto quello che abbiamo osservato è scaturito: è la questione di Dio. Non ve lo dico perché sono prete, ma semplicemente perché è vero. Alla radice di tutta l’emergenza educativa di oggi sta la questione di Dio. Esattamente così come l’ha descritta 2600 anni fa uno dei più grandi profeti di tutta la Bibbia, Geremia, che riferisce queste parole da parte di Dio stesso:

 

Quale ingiustizia trovano in me i vostri padri,
per allontanarsi da me?
Essi seguirono ciò ch’è vano,
diventarono loro stessi vanità
6e non si domandarono: Dov’è il Signore
che ci fece uscire dal paese d’Egitto,
ci guidò nel deserto,
per una terra di steppe e di frane,
per una terra arida e tenebrosa,
per una terra che nessuno attraversava
e dove nessuno dimora?
7Io vi ho condotti in una terra da giardino,
perché ne mangiaste i frutti e i prodotti.
Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra
e avete reso il mio possesso un abominio.
8Neppure i sacerdoti si domandarono:
Dov’è il Signore?
I detentori della legge non mi hanno conosciuto,
i pastori mi si sono ribellati,
i profeti hanno predetto nel nome di Baal
e hanno seguito esseri inutili.

 

11Ha mai un popolo cambiato dèi?
Eppure quelli non sono dèi!
Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria
con un essere inutile e vano.
12Stupitene, o cieli;
inorridite come non mai.
Oracolo del Signore.
13Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne,
cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

La nostra civiltà occidentale sta rifiutando Cristo, sta rinunciando a Lui, vuole costruire un mondo senza di Lui. Una profonda superbia si è impadronita dell’uomo, come se potesse fare a meno di Cristo, cioè dell’Essere Assoluto e Infinito che si è fatto uomo.

I giovani vedono tutto questo e lo seguono. La vera emergenza educativa dunque è che ci siamo riusciti: abbiamo tolto Cristo dalle nostre e dalle loro vite. Ma questo è esattamente essere-per-la-morte.

 

 

6. La verità dell’uomo

Il vero problema educativo non sta dunque nell’educazione all’onestà, ai valori sociali, al buon comportamento, alla correttezza, alla cittadinanza, e via dicendo; bisogna piuttosto domandarsi: QUAL E’ LO SCOPO DELLA NOSTRA EDUCAZIONE? QUALE UOMO VOGLIAMO FAR EMERGERE?

Il problema educativo è allora il problema della consapevolezza della VERITA’ DELL’UOMO: per che cosa è fatto l’uomo, di che cosa ha bisogno, che cosa deve diventare – o meglio, chi deve diventare -, che cosa corrisponde alle esigenze più vere e profonde della sua umanità.

Dobbiamo ripartire da queste esigenze fondamentali dell’uomo.

Antonio Rosmini descrive bene la verità decisiva dell’uomo:

Ma l’uomo non aspira a puramente conoscere: vuole amare ciò che conosce. Anzi non v’ha compiuta cognizione che non sia affettuosa […]. Laonde si può convenientemente deffinir l’uomo «Una potenza, l’ultimo atto della quale è congiungersi ali Essere senza limiti per conoscimento amativo». Questa tendenza, quest’istinto razionale e morale, detto da S. Agostino il peso dell’uomo, move e guida tutto il suo sviluppamento. (Teosofia, n. 35)

L’uomo in effetti ha questi due bisogni fondamentali:

– conoscere la verità ultima, l’Essere Assoluto, l’Infinito;

– amare la verità ultima, incontrarla, seguirla, immergersi in Lei, sperimentare la sua Presenza e la sua amicizia.

Solo una educazione che metta al centro queste due esigenze può far respirare l’uomo. Il tentativo di educare la persona ad un orizzonte ristretto e mortificante porta allo spegnimento della persona stessa.

Rosmini descrive in cosa consiste l’arte di imparare:

 

L’arte d’imparare ha per iscopo di fare che l’uomo acquisti:

1° notizie vere, chiare e precise;

2° purgate da tutti gli errori;

3° importanti e non frivole;

4° ordinate e connesse tra loro in modo che tutt’insieme si dieno la mano e reciprocamente si confermino;

5° profonde convinzioni, e non meri dubbi;

6° capacità di maneggiare e d’applicare le cognizioni acquistate specialmente alle azioni della vita di maniera che diventino operative del bene.

Solo le grandi convinzioni formano i grandi caratteri morali, de’ quali questa nostra età è sì strema a cagione appunto che furono scosse e quasi distrutte da’ sofisti e da semidotti le sin­cere e profonde convinzioni. (Logica, nn. 869-870)

 

Notizie vere, importanti, grandi convinzioni: è l’apertura all’essere, alla verità ultima, all’orizzonte totale. E’ l’opposto di quella chiusura che caratterizza l’ideale educativo dominante oggi.

E infine Rosmini ci suggerisce dove sta il vero progresso:

RF 218. … e Dio volesse che cominciassimo, noi Italiani particolarmente, a non lasciarci più illudere come fanciulli al dolce suono di questa parola progresso; e che invece della parola, volessimo la cosa; invece di lasciarci andare in estasi alle prime apparenze, ci facessimo ad assicurarci bene bene della qualità della mercé acquistata o importata, e poi ci rallegrassimo in ragione del suo prezzo, e non delle grida de’ venditori. Quando fossimo pervenuti a mettere per entro a’ nostri giudizi tanto di maturità, ci accorgeremmo che il progresso vero talora consiste nel tornare indietro; sì, a tornare indietro; nessuno sia così schizzinoso da riprendermi per questa parola; perocché veramente quelli che abbandonano la verità, convien pure che tornino a lei, se vogliono andare avanti

 

 

7. La strada

Per realizzare una nuova stagione educativa che faccia crescere uomini veri e non esseri-per-la-morte, c’è una sola strada: Cristo. Il ritorno a Lui è la grande possibilità che l’uomo contemporaneo ha davanti a sé.

Ritornando a Cristo l’uomo ritroverà se stesso, la comunità, la famiglia, la vita, la bellezza. E i giovani ricominceranno a vivere.

Questo ritorno a Cristo non può coincidere con la ripetizione di forme del passato. Occorre piuttosto che sia un’esperienza capace di valorizzare la realtà contemporanea, con tutte le sue potenzialità positive. E’ quello che è stato fatto nelle Giornate Mondiali della Gioventù e nella vita dei nuovi movimenti ecclesiali o di tante autentiche comunità cristiane.

Ciò che conta è il fatto che si realizzi una compagnia reale con Cristo, vissuta dentro tutte le circostanze della vita. Da questo punto di vista l’ideale cattolico, che propone la piena comunione di vita con Cristo e con la sua compagnia (la Chiesa), deve essere presentato in tutta la sua grandezza.

Tutto il dramma dell’uomo moderno infatti è sorto nel momento in cui si è posto al di fuori del rapporto vivo con Dio, fattosi compagnia storica per l’uomo in Cristo. Solo perciò la riscoperta di questo rapporto può ridare vita all’uomo e alla società. L’uomo, privato di questo rapporto, vive nella solitudine e ultimamente nell’angoscia, che emerge soprattutto quando la vita presenta le sue difficoltà.

 

NB. Non si deve pensare che questo programma ‘ religioso’ impedisca il rapporto con gli uomini agnostici o atei o di altre religioni: anzi, l’incontro con cristiani vivi e contenti è ciò che desiderano essi stessi e che fa sorgere un autentico dialogo esistenziale e culturale.

 

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