Donne importanti nei primi secoli del cristianesimo

Torniamo dunque alla nuova concezione della donna introdotta dal cristianesimo. Quante sono le donne importanti dell’antichità, non solo romana, di cui si conserva il nome? Si contano sulle dita delle mani… e sovente sono ricordate più per la loro condizione di etere e di prostitute d’alto bordo, che per altri motivi. I primi tempi del cristianesimo invece pullulano già di donne protagoniste: le sante martiri, di cui tutti conoscono il nome, a cui vengono dedicate intere chiese e che vengono invocate e venerate nella preghiera: Tecla, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia, Caterina, Margherita, la schiava Blandina…; santa Elena, la madre e la consigliera principale di Costantino; Santa Monica, l’amatissima mamma di Agostino, alle cui preghiera il santo attribuì la propria salvezza; Marcia, la concubina dell’imperatore Commodo che riuscì a convincerlo a liberare Callisto, futuro papa, che era destinato ai lavori forzati in Sardegna; poi le imperatrici Pulcheria, figlia dell’imperatore Arcadio, infaticabile promotrice della costruzione di chiese, di cui ben tre dedicate alla Madonna, di ospedali e ospizi per i pellegrini, che ebbe una parte importante nella vittoria antimonofisita del concilio di Calcedonia del 451, morta nel 453 lasciando i suoi beni ai poveri; l’imperatrice Eudoxia, che fa trasferire le reliquie di santo Stefano a Gerusalemme, fa costruire un palazzo episcopale, e ricoveri per i pellegrini…

“Al pari dell’uomo, scrive Teodoreto di Cyr, la donna è dotata di ragione, capace di comprendere, e conscia del proprio dovere; come lui essa sa ciò che deve evitare e ciò che deve ricercare; può darsi talvolta che essa giudichi meglio dell’uomo ciò che può riuscire utile e che essa sia una buona consigliera”. Così per Clemente Alessandrino le donne possono dedicarsi allo studio esattamente come gli uomini. Come fanno appunto molte delle donne che scelgono la vita claustrale e la verginità. Anche questa scelta della verginità, a ben pensarci, ha una valenza storica che spesso viene dimenticata. Significa infatti che una donna può dedicare la sua vita a Dio, invece che ad un uomo; che può decidere della sua vita al di fuori di quel rapporto di dipendenza che nella società antica era ineludibile. Nell’ antichità greca e romana, infatti, come d’altra parte nel mondo ebraico le donne erano destinate solo ed esclusivamente al matrimonio e alla maternità, nel senso che “sono pochissime, prima del cristianesimo, le testimonianze di donne rimaste nubili. Le donne non sceglievano nemmeno l’età in cui essere maritate. Il consenso della sposa non compariva nei contratti stipulati tra il padre della ragazza e il futuro marito”. Le donne  nubili insomma erano piuttosto inconcepibili e si vedevano private di molti, dei già scarsi diritti previsti per loro[1].

Donne sono anche alcune delle figure più importanti del cristianesimo dei primi secoli: le numerose aristocratiche romane che convertono i loro mariti; Clotilde, la moglie burgunda di Clodoveo, re dei Franchi, che lo spinge al cattolicesimo nel 496, segnando una svolta nella storia del suo popolo; Genoveffa, la monaca di Parigi che rassicura e incoraggia la popolazione di Parigi minacciata da Attila; la bavara Teodolinda, regina longobarda in Italia, che converte al cattolicesimo suo figlio Adaloaldo; la cattolica Teodosia, che sposa nel 573 il duca di Toledo, Leovigildo, convertendolo alla propria fede; Berta di Kent, che nel 597 ottiene che il re Etelberto si faccia battezzare; la moglie di Edvino re di Northumbria, che lo convince ad abbracciare la fede cattolica; Olga, principessa di Kiev, la prima battezzata di Russia; Edvige di Polonia, artefice della conversione dei Paesi Baltici… “Dappertutto, nota la storica Régine Pernoud, si constata il legame tra la donna e il Vangelo se si seguono, tappa dopo tappa, gli avvenimenti e i popoli nella loro vita concreta”. La Pernoud cita poi Jean Duché: “Il mistero della Trinità ha dunque un fascino sulle donne? …In Spagna come in Italia, come in Gallia, come in Inghilterra, ci voleva una regina per introdurre il cattolicesimo”[2].

E’ sempre una donna, Fabiola (morta nel 399), ricca e nobile aristocratica della stirpe dei Fabii, che una volta vedova prima segue san Girolamo, dedicandosi allo studio delle Scritture, e poi fonda il primo ospedale romano e uno dei primi luoghi di assistenza per pellegrini e stranieri, ad Ostia. Come Fabiola, anche la ricchissima Melania dedica la sua vita di convertita alle opere di bene: nel V secolo fonda monasteri, riscatta prigionieri, emancipa migliaia di schiavi e regala loro beni e ricchezze. Analogamente Olimpia, rimasta vedova nel 386 del prefetto di Roma Nebridio, pur essendo incalzata a sposarsi dall’imperatore Teodosio, rifiuta il nuovo matrimonio e dona parte dei suoi averi ai poveri di Costantinopoli, alla Chiesa beni fondiari e denaro, e accoglie nelle sue proprietà vedove ed orfani, vecchi, poveri e derelitti…

Sono in verità innumerevoli, all’inizio e nel corso dei secoli, le donne cristiane, nobili, nubili, sposate o vedove, che dimostrano la loro generosità verso la Chiesa, i chierici, i poveri, fondando monasteri, ordini religiosi, chiese, ospedali, scuole…. Per questo un avversario dei cristiani come Porfirio li accusa proprio di “persuadere le donne a dissipare la loro fortuna e i loro beni tra i poveri”, e di lasciare troppo spazio alle sciocche chiacchiere di “donnicciuole”[3].

Certamente anche dopo la conversione dell’Europa al cristianesimo ci saranno cristiani poco “accorti” che continuarono ad esprimere giudizi misogini, come quelli di Celso e Porfirio, giudizi assurdi al pari di quelli del femminismo contemporaneo, perché incapaci di cogliere la complementarietà tra uomo e donna prevista dal Creatore. Ma bisognerà aspettare il positivismo materialista e  ateizzante dell’Ottocento, per assistere alla diffusione da cattedre importantissime di tesi misogine presentate come verità scientifiche. Si pensi alla craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identificava l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori. Oppure a quanto scriveva Charles Darwin, esprimendo un pensiero diffuso nel mondo laico e positivista di quegli anni: “Si crede generalmente che la donna superi l’uomo nell’imitazione, nel rapido apprendimento e forse nell’intuizione, ma almeno alcune di tali facoltà sono caratteristiche delle razze inferiori e quindi di un più basso e ormai tramontato grado di civiltà. La distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o semplicemente l’uso delle mani e dei sensi…In questo modo alla fine l’uomo è divenuto superiore alla donna”[4].

Si pensi, infine, all’opera di Cesare Lombroso, il celeberrimo “scienziato”, violentemente anticristiano, convinto darwinista, che nel suo “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, pubblicato nel 1893 con grande successo internazionale, spiegava che la donna è in tutto inferiore all’uomo, menzognera, stupida e cattiva, che “ha molti caratteri che l’ avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità”, e che “nella mente e nel corpo la donna è un uomo arrestato nel suo sviluppo”.

Da: Indagine sul cristianesimo, Piemme

 


[1] Storia delle donne, op. cit., vol I, p.365 e 324.

[2] Régine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli, Milano, 1986, p. 18.

[3] Frammento 58 Harnack, Macario Magnete III, 5.

[4] C. Darwin, “L’origine dell’uomo”, Newton, Roma, 1994, p.936.

 

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