La Jessen su Rai 2

“La Jessen oggi è sul secondo canale”. Avvertito dal passa-parola sulla rete, ho visto lunedì Gianna Jessen a “L’Italia sul due” e la mia impressione è questa: una luce e molte ombre. La vera, autentica luce di quel frammento di televisione pagato anche con i soldi dei cittadini è stata lei, Gianna, una giovane donna che il destino, ma lei non si vergogna di dire che è stato l’intervento diretto di Gesù, ha strappato ad una morte medicalmente pianificata: un aborto effettuato al settimo mese di gravidanza dalla madre. Gianna sarebbe dovuta morire, ma così non è stato; quando è nata il medico che aveva praticato l’aborto non era ancora entrato in servizio alla clinica della Planned Parenthood e non ha potuto terminare il lavoro. Anzi, per uno scherzo della Provvidenza, ha dovuto egli stesso firmare il certificato di nascita di quella bambina, nata il 6 aprile 1977 per aborto salino. Una testimonianza che può lasciare indifferenti soltanto i bruti, un pugno nello stomaco di pura verità: l’aborto è niente altro che l’uccisione di un essere umano vivente, unico ed irripetibile. Quel minuscolo essere serialmente soppresso ad ogni angolo del mondo che non può fuggire, né protestare e neppure rilasciare dichiarazioni è apparso sugli schermi degli italiani per dire loro “eccomi, sono qui, sono la voce sopravvissuta di chi non può parlare, e sono umana tanto quanto voi”. È questo che, come dice lei stessa, fa essere Gianna detestata, mostrare lo splendore della verità, salvata per diventare “la bambina di Dio”. Ma questo è un messaggio troppo semplice, troppo vero, troppo duro per poterlo lasciare entrare libero ed intatto nelle nostre case, serviva un argine che ne sminuisse l’enorme potenziale ed ecco allora che si è provveduto a mettere attorno a Gianna abili incantatrici che hanno suonato in modo impeccabile lo spartito falso e ipocrita del più raffinato politicamente corretto.

Certo, non sarebbe giusto omettere alcune note positive della puntata. È senz’altro lodevole che tutti abbiano parlato di “bambino” senza avvalersi di fumose e reificanti denominazioni, che sia stato detto che con l’aborto “viene eliminata una vita”. È altrettanto positivo avere denunciato l’ignobile pratica delle dimissioni fatte firmare in bianco alle donne assunte per poterle licenziare in caso di gravidanza, avere ricordato che dopo un aborto la vita “non è uguale” a prima, avere invitato le donne in difficoltà a non avere paura a chiedere aiuto. Ma nell’insieme il contro-canto all’inno alla vita di Gianna Jessen è stato astuto ed evidente. Si è detto: “Da una parte c’è il diritto della donna di poter scegliere, dall’altro c’è anche il diritto del bambino che deve comunque essere tutelato”. Così, in modo furbo quanto mendace non si specifica l’oggetto della scelta; come dice Serena Taccari, una che ha aiutato centinaia di donne ad uscire dal tunnel del post-aborto, non si può scegliere di essere madri, perché quando il bambino è stato concepito si è già madri e padri, si può solo scegliere se lasciare che il figlio continui a vivere o decidere di ucciderlo. Si può allora definire un diritto quello che è un delitto, anzi un “abominevole delitto”? è stato detto che “In Italia abbiamo la migliore legge sull’aborto possibile”. Mi dispiace, ma quella italiana è una legge anni luce lontana da una tale pretesa. Su chi poggia infatti, se non sui pochi, negletti, contestati ed infaticabili volontari pro-life, tutto il sostegno a difesa della maternità? E com’è possibile che una legge di così elevata qualità abbia consentito milioni di aborti negli oltre trent’anni di applicazione? Dove diamine è andata a finire in tutto questo tempo la tutela del bambino? Sono convinto, e grazie al cielo non sono solo, che la migliore legge sull’aborto poggi su due capisaldi: tutto il supporto necessario ed anche oltre alle donne che hanno difficoltà nella gravidanza e, accanto a questo, la sanzione della soppressione della vita umana innocente.

Se l’aborto è legale è certo che esso non può essere raro e se l’aborto è legale, significa che quella nazione ha smarrito il senso ed il gusto per la giustizia. Si è poi detto che “Portare a zero gli aborti significa contraccezione e fare l’amore responsabilmente”; un ossimoro niente male che mette insieme la responsabilità, cioè il portare il peso delle proprie azioni, con la delega alla tecnologia, fatta di lattice vulcanizzato per lui e di ormoni per lei e che dovrebbe garantire che “il bambino possa nascere desiderato”. È lo slogan della Planned Parenthood, ogni bambino un bambino voluto il cui sottointeso è “ogni bambino non voluto, un bambino morto”. E qui siamo nel mio campo di studi. Non so infatti se dalle parti del San Raffaele, dove sui numeri della contabilità hanno registrato qualche problemino, anche sulle cifre statistiche ci siano delle difficoltà. Ma se così non è, qualcuno dovrebbe spiegare un fenomeno che sembra fatto apposta per smentire il dogma “più contraccezione, meno aborti”.

In Italia, dove ad ogni giornata della contraccezione si rinnovano le lamentazioni per l’arretratezza contraccettiva della gioventù nazionale, il tasso di abortività tra le donne con meno di vent’anni è 6,9. Nei paradisi contraccettivi dell’Europa, dove l’educazione sessuale è materia obbligatoria sin dalla pubertà, dove nelle scuole solerti infermiere distribuiscono pillole del giorno dopo a go-go, dove i distributori di preservativi sono diligentemente allineati accanto a quelli delle merendine, dove, come auspicano i laicisti, la gioventù è al sicuro dalla perniciosa influenza vaticana, le giovani abortiscono in misura nettamente maggiore; e questi sono i numeri: 7,3 in Olanda, 12,7 in Finlandia, 14,1 in Norvegia, 15,2 in Francia, 16,4 in Danimarca, 22,4 in Inghilterra e Galles, 22,5 in Svezia. Se questi sono i risultati della cultura contraccettiva, allora forse è meglio che i nostri giovani continuino a farne a meno. È stato anche detto che “aborto è una parola orribile”, meglio, molto meglio indicarlo come interruzione di gravidanza. Mi interrogo sul perché la parola metta una paura tale da doverla rimuovere. Ho il sospetto che essa concorra a ricordare ciò che nell’aborto viene fatto e chi è l’interessato: l’uccisione del bambino prima che egli nasca. Molto meglio distogliere gli occhi della mente da lui, meglio dipingerlo come l’interruzione di un peso; meglio, molto meglio, per anestetizzare la coscienza.

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