Bond della morte

Alla ricerca di sempre nuovi prodotti finanziari per incrementare il mercato la Deutsche Bank ha lanciato un nuovo genere di bond, che ha come presupposto una scommessa sui termini di sopravvivenza di un gruppo di anziani.
Gli esperti finanziari della Banca hanno individuato negli Usa un gruppo di 500 anziani, compresi fra i 72 e gli 85 anni di età, che hanno accettato di essere sottoposti ad accertamenti sulle loro condizioni di salute. La proposta ai potenziali clienti è di investire sulla residua durata della loro vita. Più rapidi sono i decessi e più l’investitore guadagna. Più a lungo il “prodotto” (pardon, la persona) sopravvive, più ci guadagna la Banca (che naturalmente ha il vantaggio di avere conoscenza diretta delle condizioni d salute del prodotto da lei immesso sul mercato).
Stefano Rodotà su “Repubblica” (8 febbraio 2012) parla di “bond della morte” e si associa all’indignazione dell’Associazione delle Banche tedesche, che ha bollato l’iniziativa come contraria alla morale e alla dignità umana, violata ogniqualvolta si capovolge il rapporto tra la persona e l’iniziativa economica, attribuendo a quest’ultima un valore prevalente. Il che, secondo Rodotà, sta avvenendo proprio in questi giorni non solo in Germania, ma anche in Italia. E non solo con gli anziani, pur se questi rappresentano coi bond germanici il caso estremo e più evidente. Gli anziani, difatti, non più produttivi (e -si può aggiungere – in genere modestissimi consumatori) sono, nella nostra società, sempre meno persone e sempre più assimilati ad uno dei tanti oggetti sui quali si costruiscono i prodotti finanziari.
Come non condividere l’indignazione di Rodotà e come non provare sgomento di fronte al caso di questi anziani, per di più – si può immaginare – consenzienti e magari soddisfatti di sentirsi ancora utili, che la Banca reimmette, mercificandoli, nel giro produttivo.
Non si tratta però solo di anziani e di bond della morte, ma di una vera e propria cultura della mercificazione dell’uomo, alla quale, per altro, nonostante lo spazio concesso all’indignazione di Rodotà, “Repubblica”, così come tanta parte dei mass-media, degli intellettuali, dei politici, degli economisti, dei tecnici di università e di governo, non è affatto estranea.
Un’altra trovata sulla stessa linea, pur se in apparenza meno drammatica perché non vi compare l’eterna Falciatrice, è quella escogitata dalla Marc Ecko Enterprises, gruppo globale di Lifestyle & Entertainment. I suoi creativi offrono, difatti, uno sconto a vita del 20% su tutti i prodotti del “brand” a chi si fa tatuare in maniera indelebile su una qualunque parte del corpo uno dei due logotipi del marchio. Insomma – è stato commentato – in questo modo i fanatici del brand trasformano i loro corpi in spazi pubblicitari viventi, stipulando per l’eternità un contratto scritto a caratteri indelebili.
In questo caso, ovviamente, l’invito è rivolto, assai più che agli anziani, scarsamente appetibili come spazi pubblicitari, ai giovani e semi-giovani, tanto meglio se belli e palestrati.
Ma vi è di più e di peggio a dimostrazione di quanto la cultura della mercificazione dell’uomo si sia diffusa, divenendo quasi la più corretta espressione del comune buon senso.
“Metro” (uno di quei quotidiani che vengono distribuiti gratuitamente soprattutto nelle stazioni delle grandi città) del 12 dicembre 2011 ha pubblicato la protesta di un lettore che se la prendeva con le madri di famiglie numerose che pretendono dal governo sussidi e benefici fiscali, scrivendo:”C’è chi ha un figlio e fa fatica a camparlo, e noi dovremmo pagare per l’ingordigia dio donne che hanno già quattro figli? E’ come se volessimo dare sussidi per comprare la terza casa mentre c’è ancora chi non ha la prima”. Nel pubblicare (senza commenti) il serafico redattore di “Metro” ha titolato “Avere figli è un lusso”.

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