Archivi del mese: novembre 2011

Musica sacra. Ovvero: come si uccise una Nobildonna

Tempo fa ho rivelato come, al tempo dei miei studi in Seminario, nessuno ci avesse mai insegnato a dire Messa. Non che negli anni del Seminario siano mancate teorie e studi e approfondimenti vari sulla Liturgia, il guaio sta nel fatto che è mancata del tutto la pratica.
Questa lacuna ci ha esposto nel corso degli anni a creare spesso la mia, o la nostra Liturgia. Un modo del tutto personalizzato di celebrare la Messa Cattolica, che vale la pena ricordare non essere proprietà del celebrante o di chicchessia.
I frequenti richiami provenienti da Benedetto XVI riguardanti una maggiore fedeltà al Messale e ad una Liturgia che abbia in sé il respiro dell’unicità e della cattolicità lasciano spesso il tempo che trovano. Ognuno di noi tende spesso a dare un’impronta estremamente originale alla propria celebrazione e ad arricchirla, o impoverirla a seconda dei punti di vista, di gadget più o meno pertinenti con la Sacra Liturgia.
Una piccola bottega degli orrori si potrebbe aprire per quanto riguarda la Musica Sacra. Pensavamo di aver fatto un’ottima cosa nell’annientare il canto gregoriano e i testi in latino, perché la gente non li capiva. Ok, giusto. E allora? Che cosa ti abbiamo pensato? Colpo di genio! Li abbiamo sostituiti con “Evenu scialo maleie“, ottenendo un duplice risultato: non capire ancora nulla e far arrabbiare i nostri fratelli maggiori Ebrei per lo storpiamento di un bel canto della loro tradizione liturgica.
Gran furbata sembrò essere l’introduzione nella Messa della ballata del folk singer americano Bob Dylan “Blowin’ in the wind“, altrimenti detta “Risposta non c’è“. In questo modo abbiamo affermato in un sol colpo che in fin dei conti anche Gesù non è una risposta a niente. Relativismo vs Dogma cattolico: 1-0. Colpito e affondato.
Si potrebbe continuare con il canto pseudopacifista “Imagine” di John Lennon, ringraziando del fatto che molte persone non capendo l’inglese ne ignorino il contenuto fortemente antireligioso: “Immagina non ci sia il Paradiso, prova, è facile. Nessun inferno sotto i piedi. Sopra di noi solo il Cielo. Immagina che la gente viva al presente…“. Facevano tenerezza sacerdoti e suore ai tempi della guerra in Iraq, avvolti dalle peace flags arcobaleno sdilinquirsi con le lacrimucce agli occhi al ritmo di questa nenia. Ai tempi de “La Guerra” per eccellenza. Oggi infatti guerre non ce ne sono più, bandiere neanche l’ombra, tutti sono felici e se i nostri cacciabombardieri Tornado fanno trenta o quaranta missioni di bombardamento al giorno in Libia nessuno si sdilinquisce più. Peace&Love! Ma questa è un’altra storia.

Tempo fa entrando in una chiesa e sfogliando un libro di canti per giovani (già, perché adesso non di canta più insieme, ma per categorie anagrafiche), mi sono imbattuto in un canto che diceva più o meno così: “qualcuno ti chiama Buddha, altri Allah, qualcuno Cristo, altri Iahveh… “, poi non ricordo. Devo essere svenuto.

Torniamo alla nostra povera Musica Sacra.
Probabilmente, come hanno scritto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ne “Io speriamo che resto cattolico“, Piemme edizioni, il vertice della fantasia psichedelica lo raggiungiamo con “L’Alleluia delle lampadine”. Per chi non lo sapesse si tratta di un famigerato canto di introduzione al Vangelo composto da un Sacerdote (sic!), del quale per amor di categoria non diciamo il nome. Questo pezzo è stato ribattezzato col nome inquietante ed elettrizzante allo stesso tempo di “Alleluia delle lampadine“.
E’ chiaro ormai che tale nome se l’è meritato grazie al gesto delle mani ruotanti in aria con cui va eseguito prima di sfociare nel PAM PAM, il battimani che lo accompagna. Una specie di danza tribale per cattolici che affermano senza tema di smentita che “la festa siamo noi“. Yuhu!
Ora, mi chiedo, da quando in qua, la Messa è una festa? E perché mai dovrei accogliere l’annuncio del Vangelo con esercizi di ginnastica e un entusiasmo da tarantolato? Sono domande legittime che il cattolico medio, costretto a subire talvolta passivamente queste performance, si pone.
Non si tratta più del sacrificio di Gesù Cristo, il memoriale della Sua Passione, della Sua Morte, della Sua Resurrezione?
Il Concilio di Trento a proposito della S.Messa afferma che essa è un Sacrificio nel senso proprio della parola, vero e visibile. La S.Messa rappresenta, commemora e applica il Sacrificio della Croce, non è una pura e semplice commemorazione.
Aggiungiamo poi che l’istruzione Redemptionis Sacramentum pubblicata nel marzo 2007 dalla Congregazione per il Culto Divino, stabilisce che è “un diritto dei fedeli che nella celebrazione della liturgia sia debitamente custodita e alimentata la loro fede nelle parole dei canti“.

Questi e altri errori nella Liturgia e nella Musica Sacra ho commesso e talora commetto, un po’ per ignoranza, un po’ per protagonismo, e talvolta addirittura per presunzione. Offro quindi queste semplici osservazioni all’attenzione di tutti in particolare dei miei confratelli sacerdoti e di me stesso, ricordandomi che la Messa non è di nostra proprietà, ma appartiene alla Chiesa Cattolica che abbiamo promesso di servire fedelmente.
Non riconoscere questi errori e non porvi rimedio a me pare esser indice della mia mancanza di umiltà oltre che un segno di uno scisma latente e silenzioso, laddove ciò che dice il Papa e il Magistero della Chiesa riguardo la Sacra Liturgia viene liquidato con un’alzatina di spalle.
Mi auguro che nessuno se ne abbia a male: siamo vicini a Natale e dobbiamo essere tutti più buoni e bonari. Pertanto se qualcuno dei miei confratelli o delle persone che mi leggono fossero in disaccordo con me e volessero invitarmi a cantare con loro l’Alleluia di cui sopra, sarò ben lieto di farlo, e avvitare insieme lampadine nell’aria. Nel cortile dell’oratorio, però. Non durante la Santa Messa. PAM PAM.

Padre dove vai?

Basta entrare in una libreria qualunque per vedere quante proposte editoriali stiano mettendo a tema la funzione paterna oggi. E in genere i titoli non fanno presagire nulla di positivo: si va dal padre assente a una società senza padri.
Il risultato è quello di confermare uomini e donne nello scoraggiamento rispetto a una situazione che “è stata consegnata” da molti eventi storici e sociologici che ci hanno preceduto e rispetto ai quali ci si sente impotenti, quando non giustificati in uno stato di inerzia riflessiva.
Eppure tutto il mondo dell’educazione – dalla stessa famiglia, alla scuola, alle diverse agenzie del territorio – avverte la necessità di trovare un diverso equilibrio tra il codice materno e il codice paterno. Affrontare questa questione risulta ormai indispensabile per poter accompagnare, forse meglio di quanto si stia già facendo con tanto impegno e fatica, la crescita delle giovani generazioni, nel rispetto di bisogni evolutivi che non possono può prescindere dalle respons-abilità (ossia abilità nel rispondere/corrispondere) degli adulti verso i bambini e i ragazzi.

Il volume che suggeriamo, Padre dove vai? Come vivere la paternità oggi di Marco Tuggia, edito da Armando-Roma, ha un grande pregio. Non si ferma a sottolineare dove siamo arrivati e perché, bensì offre una prospettiva molto concreta per provare a cambiare. E lo fa rivolgendosi ai padri e alle madri di famiglia ma, contemporaneamente, anche a tutti gli uomini e le donne impegnati nell’educazione.
Sulla questione lo sguardo dell’autore è scevro da giudizi e critiche deprimenti, mentre è carico di fiducia e capace di trasmettere un senso di possibilità nella ricerca di un altro dialogo tra il maschile e il femminile. Poste alcune premesse, nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze e delle produttive alleanze tra gli uomini e le donne, essere genitori oggi potrebbe diventare, ancor più di quanto già lo sia, una grande occasione di crescita per tutti.

I piani “impressionanti” di Monti?

  Com’è buona abitudine dei tecnocrati, convinti che il profanum vulgus nulla capisca    e sia tempo perso  rispondere alle  ingenue sue domande,  le nebbie continuano ad avvolgere  i progetti  del  governo Monti, dei quali  nulla  sembrano sapere nemmeno Bersani e Casini, i suoi più fidi valletti politici.  Dobbiamo quindi accontentarci dei  commenti di un politico straniero, Angela Merkel, che al termine dell’audizione  di Monti a Strasburgo   ha definito “impressionanti” i suoi progetti.

  C’è di che preoccuparsi.  Per gli italiani naturalmente, che costituiscono la massa, la materia  bruta sulla quale la tecnocrazia intende fare applicazione delle sue tecniche. Può sembrare un paradosso, ma in certo senso è rassicurante perfino che, a differenza della Merkel, i mercati non si siano lasciati  impressionare e che il 25 novembre lo Stato per collocare  i Bot a  sei mesi abbia dovuto garantire  rendimenti  prossimi all’8%, il doppio del mese precedente, quando l’Italia gemeva  ancora  sotto il deprecato governo berlusconiano. Purtroppo il fatto che i mercati non credano nel risultato degli “impressionanti” progetti montiani  non significa  però che  questi non siano davvero  tali e che non verranno applicati. I tecnocrati sono tali proprio perché  nutrono fiducia cieca e assoluta nei loro grandi sistemi e nelle loro teorie.

   Al momento, tranne la Merkel, Sarkozy e, forse, i vertici economici della Ue e della Bce, tutti ignorano quale sia l’italica traduzione concreta di questi sistemi e di queste teorie. Di conseguenza  non si può nemmeno escludere una interpretazione più terra  terra del commento della Merkel, semplicemente impressionata dalla misura della torchiatura cui il governo bancario-bocconiano intende sottoporre i cittadini italiani. E’, difatti, ben possibile che, come è successo tante altre volte, con tutta la loro spocchia i tecnocrati non abbiano trovato il  modo per calare dall’empireo  nella realtà quotidiana i loro  teoremi   e abbiano ripiegato sull’uso progressivo dello strumento ricevuto in eredità dalla screditata e accantonata (temporaneamente?) classe politica: il torchio fiscale. Tutte le notizie che trapelano dalle segrete stanze e dai notturni conciliaboli vanno in questa  direzione, non smentita e forse convalidata dal commento della germanica cancelliera di ferro.

    In ogni caso, si tratti dei vecchi sistemi o di nuove diavolerie tecnocratiche, una cosa è certa: a pagare l’ “impressionante” conto saranno gli italiani, il che, oltre che probabilmente inutile, è profondamente ingiusto, perché il difetto non sta nell’Italia, ma nell’euro.

    “Italia Oggi” del 22 novembre ha dedicato un lungo articolo all’economista inglese Bernard Connolly, allontanato a suo tempo  dall’incarico ricoperto  nella Commissione europea per avere attaccato la politica monetaria dell’Ue nel libro   Il cuore marcio dell’Europa” (1995), nel quale criticava le modalità antidemocratiche utilizzate  per la costruzione di un supergoverno europeo. Quanto poi alla politica monetaria, Connolly che già aveva criticato lo Sme (il Sistema monetario europeo precursore, con l’Ecu, dell’Euro), nel 1998 predisse che l’introduzione dell’Euro nel giro di pochi anni  avrebbe aumentato il deficit di molti paesi, portati  sull’orlo del fallimento (oggi si dice “default”) e innescato disordini sociali.

    Connolly (che ora usa le sue cognizioni per speculare, da privato, con grande successo sui mercati)  non è solo. La sua opinione è condivisa da numerosi “tecnici”. Fra questi il premio Nobel  francese (1989) Maurice Allais, che, in base a valutazioni non soto monetarie e ben prima dell’introduzione dell’euro, prevedeva  (come egli stesso ha ricordato in un articolo del dicembre 2005) che la politica economica della Ue avrebbe  prodotto una crisi di prima grandezza accompagnata da disoccupazione incontrollata”. Una previsione che, nonostante il Nobel, gli chiuse l’accesso ai programmi televisivi del suo paese,  per impedirgli di “spiegare ai francesi quali sono le origini reali della crisi, mentre venivano spossessati di ogni potere  reale sulla loro moneta, a profitto dei banchieri”.

 

   Ovviamente è facile obiettare che Connolly e Allais sono anch’essi “tecnici” e non vi è ragione di preferirli a Monti e Passera. Tuttavia, tecnocrate per tecnocrate, è inevitabile  concedere maggiore fiducia a  chi ha puntualmente  azzeccato, dieci e più anni prima, le previsioni  a quei tecnici che,  esattamente  come i più screditati politici,  continuano a proporre (anche a giustificazione  dell’esasperata torchiatura fiscale) una politica della crescita  che  dovrebbero sapere (e verosimilmente sanno anche se evitano di dirlo per non fare la fine del Nobel Allais, trasformato in Nobel-spettatore)  irrealizzabile, perché la crescita infinita non è, in via di logica e di fatto, possibile in un mondo finito.

 

Una voce

di Cristina Campo

Esistono ormai in vari paesi associazioni così chiamate, “Una voce”, il cui scopo è di salvare la liturgia tradizionale, latina e gregoriana. Esse sono nate non perché sia stata imposta una liturgia volgare ma perché è stata tolta nei luoghi dove era capita e amata quella tradizionale. Perché tanta instancabile insistenza? Perché, se le Costituzioni conciliari non lo esigono, anzi, espressamente prescrivono il mantenimento delle tradizioni?

Il latino

È ben difficile condividere l’atteggiamento di chi procede a una abolizione di celebri cori (come la “Paulist” di Chicago) e quindi a un’opera di smantellamento di istituzioni liturgico-musicali che forse non si potranno ricostituire mai. È, né più né meno, come se si cominciasse ad alterare le cattedrali, da Chartres a Compostella, per “rammodernarle”, anzi, come se addirittura si demolissero, con la scusa che i fedeli per lo più non sono in grado di valutare il significato delle statue ed i pregi architettonici. Forse che il fedele comune “capisce” i quadri celebri?

Dopo la costituzione dell’associazione “Una voce” in Francia (con sede in rue de Grenelle 109, Parigi VII) altre se ne sono aggiunte: la “Latin Mass Society” in Inghilterra, la “Una voce Bewegung” in Germania, una branca scozzese, una svizzera, una austriaca, una belga ed ora una italiana.

È uscita in Francia presso le edizioni Spes un’opera di Bernadette Lécureux, Le latin langue d’Église, dove sono esposti i princìpi ai quali questi vari movimenti si ispirano. Essa porta come epigrafi:

“Il latino, per diritto e merito acquisiti, dev’essere chiamato ed è la lingua propria della Chiesa” (san Pio X, Vehementer sane, 1° luglio 1908).

“Sarebbe superfluo rammentare ancora una volta che la Chiesa ha dei gravi motivi di mantenere fermamente nel rito latino l’obbligo incondizionato per il celebrante di usare la lingua latina” (Pio XII, allocuzione del 22 settembre 1956).

“Abbiamo deciso di prendere le misure opportune affinché l’uso antico e ininterrotto del latino sia mantenuto pienamente e ristabilito dove sia caduto in desuetudine” (Giovanni XXIII, Costituzione Veterum sapientia, 22 febbraio 1962).

Ci vengono anche alla mente le parole del regnante Pontefice. “… Desiderosi come siamo di avere sempre nella nobile e santa Famiglia benedettina la custode fedele e gelosa dei tesori della tradizione cattolica, e soprattutto la scuola e l’esempio della preghiera liturgica… nelle sue forme più pure, nel suo canto sacro e genuino, e per il nostro ufficio divino nella sua lingua tradizionale, il nobile latino” (SS. Papa Paolo VI nell’occasione della consacrazione della chiesa dell’Archicenobio di Montecassino, 24 ottobre 1964).

Chi voglia rileggersi “L’Osservatore Romano” del marzo 1962 potrà vedere come Giovanni XXIII facesse proprie le parole di Pio XI : “La Chiesa che raggruppa nel suo seno tutti i popoli e che è chiamata a durare fino alla fine dei secoli e che esclude dal proprio reggimento ogni demagogia, esige per sua natura una lingua che sia universale, immutevole e non volgare”.

La Costituzione conciliare ribadisce che l’uso del latino è la norma.

Le traduzioni

Le traduzioni che si sono fatte finora sono tutte inadeguate anche dal solo punto di vista della correttezza: lo notava un nostro eminente sociologo, Camillo Pellizzi, sul “Corriere della Sera” del 19 aprile, indicando i motivi per i quali un rito non è oggetto di pura comprensione razionale, sicché la traduzione non ha nemmeno una scusa strettamente sociologica.

È vero che il latino non è la lingua dei Vangeli né delle allocuzioni del Cristo, ma, come fa notare la Lécureux, “forse che il fatto che i testi preziosi hanno già subito molte traduzioni prima di fissarsi nel latino è un buon motivo per farne altre alla leggera? Se aveste in casa degli oggetti fragili e preziosi, rimasti indenni dopo trasporti e traslochi, forse che li maneggereste senza precauzione?”.

Il latino non è l’unica e sola lingua canonica ma è quella che la storia ci ha affidata ne varietur.

Il processo seguito da tutte le religioni è di manifestarsi nella lingua del momento, per poi non variare mai più perché deve restare intangibile il momento dell’annuncio unico, fissato dalla Provvidenza.

Come scrive il Godefroy nel Dictionnaire de théologie catholique: “Quintiliano ci informa che i canti dei sacerdoti Salii erano a malapena compresi dai sacerdoti stessi… Il siriaco liturgico, il greco liturgico, lo slavonico liturgico sono quasi inaccessibili al popolo quanto da noi il latino. Gli Ebrei celebrano il loro culto in ebraico, ben lontano dallo yiddisch”.

Del resto il Concilio di Trento decise di restar fedele al latino, nonostante che i protestanti avessero tradotto nelle ligue volgari gli uffici, a ragion veduta. Come scrive il teologo Martimort, citato dalla Lécureux: “Presso i protestanti l’adozione del volgare è più che una pura e semplice questione di apostolato: essa mette in questione il dogma stesso: la Messa ed i Sacramenti non hanno per loro valore ex opere operato, hanno soltanto l’efficacia d’una predica e perciò diventano del tutto inutili se questa predicazione non è capita”.

Protezione

Oltre a questo motivo il latino va mantenuto come cemento d’unità e, per citare la Mediator Dei di Pio XII, come “protezione efficace contro ogni corruzione della dottrina originaria”. Nelle versioni correnti le adulterazioni dottrinarie ammannite ai poveri fedeli dalle traduzioni infedeli non si contano. La concisione, la immediatezza del latino non sono riproducibili.

Padre Roquet ha scritto: “Non basta capire la lingua liturgica, bisogna capirne il linguaggio, che è biblico, ieratico, misterioso… Se domani si celebrasse la liturgia in un linguaggio immediatamente intelligibile e familiare ai nostri fedeli, non sarebbe più una liturgia, una celebrazione, una comunione del sacro e del misterico, ma un insieme di banalità e di asserzioni terra terra che non avrebbero il più lontano rapporto con il messaggio cristiano”.

Infatti la filologia insegna che un linguaggio non è soltanto comunicazione, ma anche espressione e la preghiera è per sua natura soprattutto espressione e non pura comunicazione. La celebre latinista Mohrmann ha dimostrato d’altronde che fin dall’inizio il latino liturgico era di tono alto e diverso dalla parlata popolare. Dunque la distanza dalla lingua d’ogni giorno è segnata fin dall’inizio e fino a oggi è rimasta. Né meglio si potrebbero esprimere tutti questi motivi che nelle parole di Giovanni XXIII, la cui memoria andrebbe coltivata seriamente, rileggendosi i suoi scritti, ad esempio Jucunda laudatio, dove proclamava il latino lingua ineliminabile della liturgia, cui anche i più umili avrebbero potuto accedere grazie ai manuali bilingui e alla catechesi liturgica.

Esiste una vasta letteratura scientifica accanto alle dichiarazioni dei pontefici intorno alla questione: segnaliamo Franz Cumont, Pourque le latin fut la seule langue liturgique de l’Occident (Bruxelles, 1904) e Christine Mohrmann, Liturgical latin (Washington, 1957).

Segnaliamo anche una rivista musicale che si pubblica a Roma: “Cappella Sistina”, sul cui ultimo numero un eminente musicista, Monsignor Celada, ha ribattuto frase per frase le tesi di chi vorrebbe la rovina d’una tradizione venerata. Dopo questa sua dimostrazione impeccabile quale ragione di gioia non sarebbe una riconciliazione caritatevole in nome delle verità così inoppugnabilmente indicate?

L’articolo comparve sotto il nome di Bernardo Trevisano, Una voce, in “Il Giornale d’Italia&rdqu
o;, 4 maggio 1966, p. 3, ed è stato ripubblicato in Cristina Campo, Sotto falso nome², a cura di Monica Farnetti, Milano, 1998, pp. 119-123.

Cfr. «Una Voce Notiziario» 25-26 (2007), pp. 3-5.

“Sex addiction epidemic”. Quando l’edonismo si fa epidemia

Tra scandali e presunti scoop, le inchieste giornalistiche, ogni tanto, portano ancora a galla dati e informazioni importanti, che fanno pensare. Ne è un esempio il nuovo servizio proposto dal settimanale americano "Newsweek" a proposito di un’emergenza da molti ignorata che prende il nome di «sex addiction epidemic», epidemia di dipendenza da sesso (Cfr. http://www.thedailybeast.com/newsweek/2011/11/27/the-sex-addiction-epidemic.html). Per capirci, si tratta di un problema che solo negli Usa, attualmente, interessa 9 milioni di persone. E del quale, specie da noi, si fatica invece a parlare. Come mai? E dire che, almeno sul versante scientifico, non si tratta certo di una novità.

Già più di un secolo fa, infatti, lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing spiegava che quando «l’appetito sessuale è intensificato in misura abnorme al punto da permeare tutti i pensieri e i sentimenti [dell’individuo], da non consentire altri scopi nella vita, da richiedere gratificazione nello stesso modo dirompente dell’estro negli animali» si è in presenza di una vera e propria «minaccia per chi ne è vittima, giacché lo mette nel pericolo costante di violare le leggi dello Stato e della morale, di perdere il proprio onore, la propria libertà e perfino la vita» (Psychopathia sexualis, Stuttgart – 1886).  Da queste considerazioni – a tutt’oggi attualissime – si è aggiunta una diffusione capillare della filosofia edonistica e, sul versante comunicativo, della pornografia. E i risultati, ahinoi, sono quelli sottolineati da "Newsweek": una vera e propria epidemia. Che ha già fatto vittime eccellenti tra cui ricordiamo Tiger Woods, Michael Douglas e David Duchovny, tutti vip che hanno ammesso pubblicamente la loro dipendenza dal sesso.

Nemmeno il nostro Paese è estraneo al problema, anzi: sarebbero un milione e mezzo, secondo stime prudenti, gli italiani interessati da questa nuova dipendenza. Del resto, la conferma della serietà della questione ci giunge dall’inaugurazione – avvenuta qualche anno fa a Bolzano – della prima sede gestita dalla Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive e allestita, appunto, ad ascoltare e curare persone affette da forme di dipendenza sessuale. Dipendenza grave non soltanto per le evidenti implicazioni di carattere morale, ma anche perché correlata ad altri disturbi da dipendenza tra i quali quelli da sostanze psicoattive (42%), quelli legati all’alimentazione (32-38%), al lavoro compulsivo (28%) e al gioco d’azzardo patologico (5%) (Cfr. Guerreschi C., «New addictions. Le nuove dipendenze», San Paolo, Milano, 2005).

Ma l’aspetto più significativo della «sex addiction epidemic» probabilmente è un altro e riguarda il definitivo fallimento di quella «liberazione sessuale» per anni simbolo di una società che ambiva a liberarsi da catene che invece, oggi, sembrano più robuste che mai. Infatti, alla luce delle suesposte considerazioni, viene il dubbio che più che da vetuste convenzioni ci si stia liberando dell’unica cosa che andrebbe conservata: la capacità di amare veramente. Di guardare all’altro non come ad uno strumento di piacere, ma come un soggetto cui donarsi totalmente. Perché così, solo con l’amore generoso e a tempo indeterminato possiamo davvero sperare di guarire un mondo oggi spento, malato, con seri problemi di cuore.

Esiste una bioetica laica?

Il bello della cosiddetta “bioetica laica” – quando l’espressione designa la visione degli atei rocciosi, duri e puri- è che non esiste. Se ne parla, se ne discute con calore, ci sono persino persone che ci scrivono sopra libri. Eppure si tratta di un fantasma. Di qualcosa che si riassume in un motto semplicissimo, che suona così: “Ognuno faccia quel che cavolo vuole”. Oppure, per usare un’ espressione più aulica di Gabriele D’Annunzio: “Abolisci ogni divieto”.

 

Accanto a questo motto, se ne potrebbe affiancare un altro: “Me ne frego”. Della morale, degli altri, della differenza tra giusto e ingiusto, tra vero e falso.

Esagerazioni? Discutevo con uno di questi “laici” (termine, lo so, assai improprio, ma ormai di uso comune), chiedendogli: “ma allora, per voi abortire è giusto o sbagliato? E se è talora giusto, quando lo è, e quando non lo è?”. Risposta: “per me se uno ritiene bene abortire, è giusto lo faccia; se invece non lo ritiene, allora va bene così, non lo faccia”. Stessa risposta di fronte ad ogni altro dilemma bioetico. La parole magiche sono: autodeterminazione, libertà, diritti civili…Ma il senso è quello di cui sopra.

 

Recentemente Massimo Teodori invocava sul Corriere il dialogo tra laici e cattolici. Intimava ai cattolici, questo è il suo concetto di dialogo, di rinunciare ai principi “non negoziabili”. A sostegno del suo ragionamento, affermava: “Uno stato laico è per sua definizione neutrale”, e subito aggiungeva: “il che non significa affatto che è privo di valoro ed idealità”.

Invece lo stato neutrale, come lo intende Teodori, significa proprio questo. Che non vi sono né valori né idealità condivisi, oggettivi, come tali “non negoziabili”. E’ in buona compagnia: come per Singer, Engelhardt, Veronesi, Mori, per citare i più famosi “bioeticisti laici”, nulla è per lui veramente vietato, perché nulla è bene e nulla è male. Eutanasia? Se uno la desidera… Aborto? Se i genitori vogliono…

 

Il fatto è che gli atei coerenti verificano il detto di Dosteoevkij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Se Dio è assolutamente negato, infatti, non rimane che essere “fedeli alla terra”, come diceva Nietzsche, cioè immuni da un giudizio superiore, “celeste”, che trascenda il singolo individuo e la sua volontà. Fedeli alla terra, in ultima analisi, significa infatti fedeli alle circostanze fuggevoli, alle voglie e all’utile del momento, a se stessi.

Recentemente, in Russia, lo Stato, di fronte allo sfacelo demografico (più aborti che nascite), ha imposto l’informazione prima di ogni aborto: la donna deve sapere a quali rischi va incontro lei e cosa accade al bambino. “Sapere per deliberare”, direbbero i radicali, se si trattasse di altro. In questo caso no. Tutti i cosiddetti laici, compatti, hanno cominciato ad urlare: scandalo, assurdo, oscurantismo clericale! Eppure il bimbo che compare sullo schermo dell’eco sembra dire, come il Dio di Manzoni al cuore dell’Innominato: “Io sono, però”.

 

Similmente alcuni mesi orsono, in Texas, il governo federale ha approvato una legge che impone alle donne che intendono abortire negli ospedali di sottoporsi ad ecografia obbligatoria. L’ecografia non è il confessionale; non è uno strumento inventato dal papa; è un apparecchio che mostra la realtà. Eppure, anche qui, “democratici”, femministe, bioeticisti laici di ogni tipo hanno parlato di “intrusioni” inaccettabili. Il “Fatto quotidiano” ha spiegato, fortemente scandalizzato: le donne “saranno inoltre obbligate a prendere visioni delle immagini generate dall’esame, a consultare un medico… ad ascoltare il suono del battito cardiaco del feto”.

 

 

Che al feto batta il cuore, è solo un fatto, ma a qualcuno dà fastidio: non si deve sapere. Altrimenti crollerebbe il principio del “faccio ciò che voglio”, e anche i “valori e le idealità” teodoriani farebbero brutta figura.

L’ecografia è “inutile”, ha dichiarato un deputato avverso; un altro ha urlato che si tratta di una “procedura molto intrusiva” (l’ecografia, si badi, quella con il gel sulla pancia, non l’aborto, quello con la pompa che aspira e tritura il concepito). Il Fatto ha poi voluto sottolineare che non è prevista l’obiezione di coscienza per i medici che “scelgano di non imporre l’ecografia alle donne”. Certi giornali vorrebbero riconoscere l’obiezione a chi non vuole usare l’eco, ma negarla a chi non vuole uccidere un feto. Misteri della bioetica laica. E se qualcuno obbiettasse, “ma non vedete che rifiutate di vedere la realtà?”, la risposta sarebbe pronta e articolata in due punti (è sempre così): 1) sei un maledetto credente integralista che vuole imporre agli altri la sua religione; 2) sei contro l’ “autodeterminazione”, che uno stato laico deve sempre garantire.

 

Del tutto inutile far notare che: 1) l’ecografia non è dei credenti; 2) l’autodeterminazione del feto, di quella creatura viva il cui cuore già batte, è sacrificata dagli abortisti in nome dell’ “autodeterminazione del più forte”. Che è tutto ciò che rimane quando si tolgono di mezzo i “principi non negoziabili” (anche se Rosy Bindi e i “cattolici adulti”, molto più di Teodori e compagnia, fanno finta di non capirlo).

Il Foglio, 24 novembre

 

L’uomo tra Amore ed indifferenza (Ernest Hello 1828-1885)

Lo spirito del male dice: "riposati, che farai nella mischia?…Il male è sempre esistito ed esisterà sempre …Il demonio dice: "Lasciati cullare; non far niente, non amar niente e sarai unito a me, perché io sono il Niente".

 

Così l’uomo, non avendo voluto unirsi d’una viva unione con quelli che abitano nell’amore, discende a poco a poco, durante il sonno, in quell’indifferenza glaciale, placida e tollerante, che non si indigna di niente, perché non ama niente, e che si crede dolce perché è morta. E il demonio, vedendo quest’uomo immobile, gli dice: "Tu gusti il riposo del savio"; vedendolo neutro tra la verità e l’errore, gli dice: "Tu domini entrambi"; vedendolo inattivo, gli dice: "Tu non fai del male"; vedendolo senza risorsa, senza vita, senza reazione contro la menzogna ed il male, vedendolo destituito dalla collera dell’Amore, gli dice: "Io t’ho ispirato una filosofia savia, una dolce tolleranza, tu hai trovato la calma nella carità", perché il demonio pronuncia spesso le parole di tolleranza e carità.

 

Il sacerdozio femminile

Sul sito “Amici Domenicani” è presente la sezione “Un sacerdote risponde”, che raccoglie domande di varia natura poste dai lettori e le relative risposte fornite da padre Angelo Bellon. Uno degli ultimi quesiti, in ordine cronologico, è posto da una donna e titola: “Se Cristo venisse oggi sulla terra prenderebbe anche le donne per fare i sacerdoti, anche perché mostrano migliori talenti”.
Riportiamo qui di seguito l’intera domanda e la risposta di padre Angelo, nella convinzione che fare chiarezza su questo tema molto delicato possa essere utile a tutti.

Quesito

Caro Padre Angelo,
prendo spunto da una sua risposta circa alcuni giudizi di San Paolo sulle donne, non proprio lusinghieri. Sostanzialmente ha detto che San Paolo era un uomo del suo tempo e che le sue affermazioni vanno inquadrate nel contesto storico di riferimento.

Premetto che sono cattolica praticante e che mi sottometto completamente all’Autorità del Papa. Ciò nonostante vengo assalita da dubbi circa la questione del sacerdozio femminile. La mia non vuol essere una rivendicazione femminista, né tantomeno una ricerca di potere in questo mondo essendo ben conscia che la vera gloria è quella dei cieli e d’altro canto i grandi pontefici si sono sempre dichiarati servitori. Però mi chiedo: non era anche Gesù un uomo del suo tempo?
Mi spiego meglio. Lui sicuramente rispettava le donne e l’ha dimostrato nascendo da una donna, con l’adultera, la Maddalena etc. etc. Ma se avesse scelto anche le donne come apostoli non trova che a quei tempi sarebbe stato criticato? Già solo il secolo scorso Padre Pio per avere delle figlie spirituali è stato accusato di ogni sorta di nefandezza e spiato fin dentro al confessionale. Si figuri se Gesù avesse detto alle donne del suo tempo: “lascia tutto e seguimi” cosa sarebbe venuto fuori! L’avrebbero accusato come minimo di distruggere le famiglie! Cioè Lui, essendo la Somma Intelligenza, si è dovuto adeguare alla mentalità dell’epoca pur mostrando di amare molto le donne. Ma se venisse oggi sulla terra non pensa che sceglierebbe anche le donne?
Padre, senza stare a scomodare i preti pedofili e omosessuali, ci sono tanti sacerdoti che pare che facciano un lavoro. Non hanno passione, hanno in mano la Parola di Dio e pare che leggano le previsioni del tempo, non sono ispirati. Le Chiese sono riempite o dai sacerdoti santi – che ci sono, anche se non sono tantissimi e le riempiono anche nei giorni feriali – o dai cattivi maestri: quei sacerdoti che interpretano la morale cattolica a loro modo, i divi, quelli che fanno risaltare se stessi e non la Parola di Dio.
Ha idea della carica di passione che porterebbero le donne nella Chiesa? Ha idea di come sanno amare le donne?
E poi Padre parliamoci chiaro: le donne sono più capaci dell’uomo di vivere in castità proprio per una questione fisiologica e perché la sessualità femminile è più complessa, non è scissa dal cervello, è legata all’amore.
Io credo che se le donne potessero abbracciare il sacerdozio la Chiesa avrebbe nuova linfa; mi sbaglierò ma ritengo che venga persa una grande potenzialità e non sono sicura che Gesù sia d’accordo.
Mi dirà che ci sono le suore, ma non è la stessa cosa; bisogna riempire le chiese e le donne innamorate di Gesù con la loro passione darebbero una grossa mano.
Non sembra neanche una domanda la mia: è vero, son convinta di quello che dico però da buona cristiana che non sono ma cerco di essere concludo con l’espressione di un comico che diceva: non capisco, ma mi adeguo.
Grazie per la sua disponibilità e Buona Epifania!

Risposta del sacerdote

Carissima,
1. tanti ragionamenti da te fatti sono veri e per questo ribadisco ancora una volta che non vi sono, almeno da parte dei teologi, motivi pregiudizievoli contro il sacerdozio alle donne.
Infatti la Chiesa non porta nessuna motivazione per dire che la donna sia meno capace dell’uomo di svolgere il compito inerente all’Ordine sacro.
Si potrebbe addirittura dire – stando alle tue riflessioni – che la donna sembri più adatta.
Ma non si può pensare che il Signore, che ha mostrato di non temere affatto di andare contro le tradizioni degli uomini, abbia voluto tener conto della mentalità del tempo. Si tratta dunque della volontà del Signore e ad essa noi ci inchiniamo.

2. I pronunciamenti della Chiesa su questo tema partono tutti dalla volontà del Signore. Il documento della Congregazione per la dottrina della Fede “Inter insigniores” (15.10.1976) dichiara: “La congregazione per la dottrina della fede ritiene di dover richiamare che la chiesa, per fedeltà all’esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale”.
Quando la Chiesa anglicana cominciò a conferire il presbiterato alle donne e ci si domandò se la Chiesa cattolica non avesse potuto fare altrettanto, Giovanni Paolo II disse: “in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cf. Lc 22,32), dichiaro che la chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della chiesa” (Ordinatio sacerdotalis, 22.5.1994).

3. Una cosa si deve escludere: che Gesù sia rimasto vittima della cultura del suo tempo.
Essendo Dio fatto carne, come avrebbe potuto rimanere vittima della cultura degli uomini?
Ma, a dire il vero, questo non lo affermi neanche tu, perché dici che Gesù si sarebbe adattato alla mentalità del tempo.
Tuttavia dal momento che sapeva benissimo di istituire la Chiesa e che ne garantiva la durata fino alla fine del mondo, avrebbe potuto – se voleva – porre delle premesse per una maggiore adattabilità su questo punto, tanto più che in Israele c’erano donne che spendevano la propria vita per dedicarsi al servizio del tempio.

4. Nella tua mail fai tante affermazioni che fanno riflettere.
È vero che ci sono preti che danno l’impressione di svolgere il loro ministero senza passione, ma chi esclude che questo non possa succedere anche per le donne?
Dici che le donne sanno amare più degli uomini e sono più caste. E vada.
Aggiungi che saprebbero riempire le chiese. Ma sta il fatto che in Inghilterra le donne prete non hanno aumentato la gente in Chiesa. E che gli anglicani hanno quantitativamente, e non solo in proporzione, meno gente rispetto ai cattolici che va in Chiesa, sebbene siano almeno 5 volte di più.
Tu parli delle tante belle qualità delle donne. Le riconosco. E chi non può non riconoscerle? Ma non sono queste il criterio per cui Gesù ha scelto gli apostoli solo tra i maschi.

5. È necessario pertanto risalire alla volontà di Cristo, il quale non ha escluso le donne per incapacità né per minori qualità.
La motivazione teologica più plausibile trovata dai teologi è la seguente: Cristo, incarnandosi, ha scelto di essere maschio per essere lo Sposo e il Salvatore dell’umanità.
Poiché i sacramenti sono segni sacri e l’ordine sacro è costituito di persone e non di cose, il maschio esprime più visibilmente il mistero di Cristo sposo e salvatore della Chiesa e di ciascuno di noi.
Ma, come vedi, è una motivazione a posteriori, vale a dire: stante la volontà di Cristo di assumere all’Ordine sacro solo gli uomini, la motivazione che cerca
di farci comprendere questa volontà è la seguente.

6. Giovanni Paolo II non ha portato questa motivazione. Si è limitato a ribadire la volontà del Signore.
Forse la motivazione potrebbe non convincere qualcuno.
D’altra parte è una motivazione a posteriori, non a priori.

7. Si può ricordare allora che l’ordine sacro non è sinonimo di santità, come non è sinonimo di capacità.
La santità non dipende dall’essere o dal non essere nell’ordine sacro, ma nell’essere aperti ad accogliere Dio e ad amare con il suo cuore.
Anche un bambino può essere più santo di un prete o di un vescovo.
La vera grandezza, quella che dura eternamente e quella che sarà eternamente esaltata, è quella legata alla santità, e non quella legata ad una funzione.
Con la sola funzione si può andare all’inferno.
Con la sola santità non si può che andare in Paradiso, senza alcun dubbio e senza alcun pericolo.

Ti ringrazio di aver attirato ancora una volta l’attenzione dei nostri visitatori su questo argomento.
Ti assicuro una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Pubblicato il  28.10.2011 su http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2042

Lo dichiara uno scienziato evoluzionista: il darwinismo è usato contro la religione

Greg Graffin è un paleontologo della prestigiosa UCLA (University of California, Los Angeles). Uno strano scienziato che è anche leader di un gruppo dal nome “Bad religion“, cioè “Cattiva religione“. Indovinate quale…

Sotto al palco con la croce e un bel segno di divieto…
Sono queste le parole con le quali inizia un articolo pubblicato sulla rivista Wired, n?32 ottobre 2011. Ma qual è il gruppo che si esibisce sotto quel simbolo anticristiano? Il gruppo sono i “Bad religion”, un complesso californiano che ha il suo leader in Greg Graffin, paleontologo presso l’UCLA. Graffin è stato tra l’altro l’autore della scoperta di un fossile di uccello che da lui ha preso il nome, la Qiliania graffini. Graffin, nell’intervista di Wired, fa delle affermazioni molto interessanti, forse proprio per via della sua doppia veste di affermato scienziato evoluzionista e rock star, si fa meno scrupoli di altri nel dire certe verità che in genere non vengono chiarite.
Ma vediamo per ordine gli argomenti toccati nell’intervista e le risposte di Graffin. Prima domanda:

Cosa c’entra la scienza con il punk-rock?

“C’è un fattore comune ed importantissimo per entrambe: la spinta alla sfida al conformismo ed all’autorità…”

Già qui siamo abbastanza sorpresi: per noi la “spinta” per fare scienza viene dal desiderio di conoscenza. La scienza invece per Graffin deve essere usata come un’arma contro il conformismo e l’autorità. Come dire: la scienza deve essere strumentalizzata. Niente male come inizio.
Senza contare che Graffin, se veramente oggi volesse andare contro il conformismo e l’autorità, dovrebbe essere antidarwiniano!
Ma andiamo oltre, giungiamo direttamente alla terza domanda:

Se il darwinismo è qualcosa di anarchico, allora Charles Darwin è da considerare un punk ante-litteram…

“Ho sempre ammirato Charles Darwin per l’enfasi usata nel suo L’origine delle specie e in altri scritti per penetrare la dura scorza della comunità scientifica e le tendenze sociali dell’epoca…”

Ancora una volta Graffin ammira Darwin non per aver scoperto le cause dell’evoluzione, ma per aver “penetrato” la scorza della comunità scientifica e delle tendenze sociali dell’epoca. Quello che, ancora una volta gli sfugge, è però che oggi la “scorza” della comunità scientifica è posta a difesa del darwinismo, e le tendenza sociali sono quelle della competizione. Facciamo notare ancora una volta che un nuovo Darwin, se volesse andare contro il conformismo, dovrebbe essere antidarwiniano. Già a questo punto iniziamo a pensare che Graffin, nascondendosi dietro l’immagine di ribelle anarchico, sia invece il più conformista di tutti. Un anarchico alquanto strano, un ribelle che difende l’autorità costituita dell’establishment accademico e della visione sociale consolidata della sua epoca.
Quarta domanda:

Oggi l’insegnamento dell’evoluzionismo è ancora percepito come qualcosa di scomodo. Come te lo spieghi?

“Be’, fondamentalmente l’evoluzionismo è in opposizione all’idea di ‘disegno intelligente’, specialmente nei confronti del creazionismo, che vorrebbe il nostro universo creato da una volontà senziente e non frutto di fenomeni naturali…”

Ecco che dunque a questo punto Graffin effettua l’identificazione tra “creazionismo” ed “esistenza di un creatore“, tra “visione religiosa” e “intelligent design“, escludendo il caso in cui il creatore abbia utilizzato proprio le leggi naturali per generare la varietà dei viventi. Si manifesta in questo passaggio che la sua visione darwiniana, ma come sappiamo non è solo sua, è in realtà divenuta un’ideologia negatrice di della religione.
E finiamo con la domanda numero sei:

Nel tuo libro e nelle tue canzoni parli molto di religione. Credere è incompatibile con il pensiero scientifico?

“L’incompatibilità deriva dalla visione dualistica del mondo da parte della religione…”

Quello che conta in questa risposta non sono tanto gli argomenti, tra l’altro infondati, (l’esistenza di una realtà spirituale come potrebbe disturbare lo studio del mondo fisico? Griffin ha mai sentito parlare di scienziati religiosi, come ad es Galilei, Newton, Mendel, Lemaitre…) ma il fatto che Graffin conferma quello che la domanda dava per certo: l’incompatibilità tra scienza e fede. Anarchia-Evoluzione.

“Fede, scienza e cattiva religione in un mondo senza Dio“, ricordiamo che questo è il titolo dell’ultimo libro di Graffin, un altro autore darwiniano che, come Dawkins, con il suo lavoro “La radice di tutti i mali“, combatte le religione, e in particolare combatte il cristianesimo.

Non cominciano a manifestarsi un po’ troppo i nemici darwinisti della religione per pensare che si tratti di un fenomeno circoscritto?

Allora Grazie a lei prof. Graffin, perché preso dall’entusiasmo ci ha confermato quello che già si era capito: la teoria darwiniana è usata come strumento contro la religione.

(CRITICA SCIENTIFICA)