Archivi del mese: luglio 2011

Insegnare: non è un lavoro per giovani

I numeri parlano chiaro, purtroppo: per i prossimi dieci anni i giovani laureati o laureandi che vorranno andare ad insegnare dovranno rinunciare al loro obiettivo. Il governo ha fatto la sua scelta: le circa 230 mila cattedre vacanti in tutta Italia verranno infatti assegnate, pressoché in totalità, ai precari. In sostanza – portando, a titolo d’esempio, la fattispecie degli insegnanti di lettere – per il biennio 2012-2013, per gli istituti superiori, è stato stimato (anche se pare che le Gelmini abbia rivisto i numeri, che però nella sostanza varieranno di poco) che ci sarà bisogno di soli 26 nuovi professori abilitati: in media poco più di uno per regione, fatto salvo che in quattro di queste il numero previsto è pari a zero (leggasi: “nessuno neolaureato verrà assunto“).
La notizia, seppure abbia un’incidenza determinante per il futuro di molti giovani, per ora non ha avuto il giusto rilievo sui giornali; e questo a discapito, soprattutto, di tutti gli studenti che – una volta finita la quinta superiore, o conseguita una laurea triennale in materie umanistiche – devono scegliere dove investire per il loro futuro. Perché nessuno dice loro che l’insegnamento non è più lo sbocco principale (vi arriverà meno di un laureato su mille, o meno) delle Facoltà Umanistiche e di Matematica o Fisica in modo da consentire loro una scelta ponderata e presa con cognizione di causa?

Ma andiamo con ordine e cerchiamo, nel limite del possibile, di spiegare come si è giunti a questa spiacevole situazione.
Fino al 2008 chi aveva intenzione di diventare insegnante in una scuola secondaria doveva, una volta conseguita la laurea quinquennale, frequentare per due anni le Scuole di Specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis). Terminato questo percorso, il futuro docente otteneva l’abilitazione all’insegnamento e veniva automaticamente, di diritto, immesso nelle graduatorie per l’assegnazione delle cattedre.
Tale sistema, però, per come era pensato, ha finito con lo sfornare un sovrannumero di docenti abilitati, i quali sono andati via-via incrementando le schiere dei precari. Inoltre, in tal modo le graduatorie hanno finito con l’ingolfarsi in maniera inverosimile.

Infine, nel 2008 le Ssis sono state chiuse. Era sotto gli occhi di tutti che il sistema non funzionava, ed anzi, era controproducente. Era senza senso sia per lo Stato, che abilitava moltissimi insegnanti sapendo di renderli precari; sia per i futuri docenti, visto che il percorso biennale delle Ssis non aveva una reale valenza formativa e comportava un esborso di soldi per un ulteriore biennio una volta conclusa l’università, senza contemporaneamente dare la possibilità di lavorare e guadagnare; sia per l’insieme degli enti pubblici, i quali si vedevano costretti ad investire tempo e risorse in un ambito che portava riscontri quanto meno dubbi in termini di utilità (a dirlo sono i dati sulla preparazione degli studenti italiani, oltre che il comune buonsenso).

Ad ogni modo, posta la chiusura di questo percorso di abilitazione, in tale settore c’è stato un vuoto normativo che si è protratto per ben tre anni; fino a quando, cioè, l’attuale ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha promosso – con l’articolo 10 del DM 249 del 10 settembre 2010 – l’istituzione di un Tirocinio Formativo Attivo (TFA), che ha il fine di abilitare la futura classe docente italiana.
Il programma attuativo è stato pensato in comunione con la pressoché contemporanea riforma delle università e prevede, nella sostanza, le seguenti innovazioni. Per prima cosa, nel prossimo futuro (sul quando, per ora, non vi sono certezze) verranno istituiti dei corsi di laurea magistrale a numero chiuso ed abilitanti, ai quali potranno accedere tutti coloro che saranno in possesso di una laurea triennale compatibile con il percorso che intendono seguire e supereranno un test d’ingresso.
Il numero degli accessi alle magistrali abilitanti varierà di anno in anno e di regione in regione, e sarà stabilito sulla base del fabbisogno di insegnanti previsto per gli anni di riferimento. Tutto questo per evitare – o, almeno, per tentare di tenere sotto controllo – la piaga sociale costituita dal precariato.

Una volta terminata la magistrale abilitante, e quindi oramai in possesso di una laurea quinquennale, i futuri docenti dovranno svolgere un ulteriore anno di formazione post-universitaria: il subentrato Tirocinio Formativo Attivo, appunto, che nella sostanza andrà a sostituire le vecchie Ssis.
Il TFA – al quale, ancora una volta, avranno accesso solo il numero di docenti a cui le varie regioni saranno in grado di garantire un impiego – prevede un’offerta di formazione di alto livello articolata in 60 CFU, spalmati su un anno e suddivisi in diverse tipologie di attività. Esse andranno dagli insegnamenti pedagogici e didattici, al consolidamento delle conoscenze nelle specifiche discipline, allo svolgimento di un tirocinio articolato in un complessivo di 475 ore. Questo un ultimo fatto, nello specifico, appare come un utilissimo passo in avanti.
Al termine dell’anno di TFA, i neo-insegnanti dovranno sostenere un esame di Stato, che avrà la funzione di abilitare all’insegnamento delle discipline comprese nella classe di concorso per la quale si è studiato.

Insomma, nella teoria il DM 249 a firma del ministro Gelmini appare come un netto passo in avanti rispetto alle vecchie Ssis. Nella pratica, però, quello che sta lentamente emergendo in questi mesi è che la sua attuazione è tutt’altro che facile.
Il primo dato è che le università sono in difficoltà nel garantire, per il prossimo anno accademico 2011-2012, i corsi di laurea magistrale abilitanti. Secondo le ultime notizie, con il prossimo settembre partiranno esclusivamente i corsi rivolti a chi ha intenzione di diventare professore presso un istituto secondario inferiore.
Il secondo problema attuativo è che il percorso di abilitazione post-laurea, il TFA, verrà aperto per la prima volta a novembre (anche se c’è chi parla di gennaio/febbraio), ma il numero dei posti disponibili sarà risicato. Insomma, ad avervi accesso saranno pochissimi neolaureati (zero, uno, quindici per regione…), perché il governo ha scelto – o è stato costretto a scegliere? – che la priorità è garantire il posto fisso ai circa 230 mila precari in graduatoria da anni. Inoltre, a provare il test d’ingresso del TFA di quest’anno vi saranno i laureati dal 2008, anno a cui risale la chiusura del percorso abilitante della Ssis… Per dirla con Gianni Morandi: “Uno su mille ce la fa…”.

Tutte queste difficoltà hanno provocato la reazione degli studenti, comprensibilmente sconcertati di fronte alla prospettiva che, per loro, per i prossimi dieci anni diventare insegnanti sarà pressoché impossibile. “Cosa ci riserva il futuro?”, si chiedono con un’ombra di preoccupazione.
In una lettera aperta al ministro Gelmini, firmata dal CLDS (Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio) e datata 30 giugno 2011, gli universitari scrivono: “[...] non possiamo condividere che il prezzo di questa stratificata e annosa situazione lo debbano pagare unicamente i giovani, cioè noi. ? inaccettabile, per non dire folle, la decisione di bloccare di fatto le abilitazioni, cioè di salvaguardare unicamente i diritti acquisiti di chi è già “all’interno del sistema”, impedendo l’ingresso di nuove forze, di giovani motivati, preparati, desiderosi di costruire, disposti anche a tutti i sacrifici necessari in questo tempo di crisi. Questo significa uccidere il futuro, frustrare le aspirazioni di tanti studenti e di tanti laureati usciti dopo il 2007 dalle università (senza abilitazione, e non per loro colpa), mortificare la professione insegnante in generale e creare un buco generazionale nel corpo docente, con evidenti ricadute anche sulle nostre università, su tutti i corsi di laurea che hanno tra gli sbocchi naturali l’insegnamento. Tanto vale che i Presidi o i nuovi Direttori di Dipartimento avvisino debitamente gli studenti e i potenziali iscritti: “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, se pensate di insegnare“.

Di fronte a tutto questo, una riflessione sorge spontanea: un Paese che non punta sui giovani è destinato a non avere un futuro e, in molti ambiti, la strada che l’Italia sta percorrendo è, purtroppo, proprio in questa direzione. Almeno la scuola, salviamola!

Mons Mazzolari: una vita grande

Avevo sul tavolo un libro, appena edito, dell’amico Lorenzo Fazzini (“Un vangelo per l’Africa. Cesare Mazzolari, vescovo di una chiesa crocifissa”, Lindau), quando tutti i giornali, domenica 17, hanno dato la notizia: è morto monsignor Mazzolari. E’ stato un colpo al cuore. Il Sudan è per me un luogo “mitico”, da quando ero ragazzo, e mio padre mi parlava di questa terra di cattolici ed animisti, perseguitati dagli islamici del Nord del paese.

 Poi, solo l’anno scorso, avevo chiesto, proprio a Lorenzo, di portare Cesare Mazzolari nella mia città, ma l’incontro era saltato all’ultimo momento, non ne ricordo il motivo. Mazzolari, dunque, è morto, pochi giorni dopo che il paese per cui ha dato l’esistenza, il Sudan del sud, aveva festeggiato l’indipendenza (9 luglio). Gli è stato concesso di vedere l’alba di un nuovo giorno, ma non più di questo. E così la conoscenza diretta di un così grande uomo, non sarà più possibile ad alcuno.

Che fosse grande, però, lo hanno riconosciuto tutti. Il Corriere della sera ha titolato: “Addio a don Mazzolari, amico dei bimbi soldato”. Anche il Giornale ha messo in luce la lotta di Mazzolari per salvare bambini africani dalla schiavitù e dalla guerra.

E’ innegabile: un occidentale che lascia la nostra ricca terra per andare a vivere, per trent’anni, in mezzo alla miseria più nera, alla guerra, al terrore, fa il suo effetto. E’ ben altro rispetto ai volontari delle varie organizzazioni umanitarie, che con generosità partono per le loro missioni, sicuri però di tornare, molto presto, al calduccio delle loro case. Mazzolari ha vissuto il Vangelo alla lettera: ha abbandonato i suoi genitori a 18 anni, sapendo che non li avrebbe quasi più rivisti. Non per smania di viaggiare; neppure per quell’inquietudine che muove tanti giovani verso sempre nuovi lidi. Al contrario, Mazzolari è partito mettendo la propria volontà nelle mani di Dio.

Un uomo così non può che stupire, anche i media laici. Che però hanno messo in luce, di lui, soprattutto le opere di carità: “Mazzolari ha salvato migliaia di bambini soldato; ha costruito scuole, ospedali, con instancabile tenacia”…

Tutto vero. Ma dire questo, e non capire perché, è molto poco. A muovere Mazzolari, come racconta Fazzini, è stato l’amore di Cristo. La carità, quella perseverante, capace di sacrificio, indomabile, non nasce, nell’uomo decaduto, come un sentimento spontaneo. Non siamo, naturalmente, buoni. Non è neppure un acquisto per sempre. Mazzolari confessava di trovare forza in Cristo: in Cristo Eucaristia, in Cristo crocifisso, in Cristo incarnato.

Solo così per lui era possibile rinunciare totalmente a se stesso, consapevole che “chi perderà la propria vita per Me, la salverà” (LC, 22-25). Quando ero giovane, confessava sempre Mazzolari a Fazzini, parlando dello scandalo pedofilia in Usa, andai a studiare in quel paese: “Durante gli anni del dopo-Concilio, nella Chiesa degli Stati Uniti, constatavo la diffusione di una spiritualità molto superficiale, basata per lo più sulla psicologia. Quest’ultima diventava il sistema per curare la vita interiore”.

In questo modo, continuava Mazzolari, Dio veniva sempre più “marginalizzato”, con la conseguenza inevitabile che, accanto alle motivazioni, venisse a mancare anche la castità. Non era più compresa, né, poco a poco, praticata. Ma la castità è il primo dono di sè che il sacerdote fa: è ciò che gli permette di donarsi poi, interamente, agli altri; di poter essere mandato oggi in un paese, domani in un altro…

Monsignor Mazzolari, senza moglie, figli, né psicologia, ha vissuto la fame, la guerra (dal 1983 al 2006), la prigionia, in mezzo ad un’etnia, i dinka, in cui i ricchi si permettono anche decine di mogli, e le figlie vengono vendute per delle vacche. Lui bianco, tra i neri, condividendo storie, dolori, speranze, originariamente non suoi. La sua morte, dunque, non ha lasciato indifferenti. I giornali, dicevo, lo hanno lodato, ne hanno riconosciuto la generosità e l’opera sociale. I missionari sono ancora apprezzati, perché si sa che portano lavoro, istruzione, sanità.

Ma c’è qualcosa, in loro, che oggi si stenta a comprendere; che, addirittura, o si mette tra parentesi, o si condanna. Colui che li muove. Questo accade persino nel mondo cattolico. Proprio Mazzolari lamentava sia la formazione dei giovani missionari, sia la mentalità dei cattolici: “Spesso in Italia trovo fondi per opere sociali, ma non per costruire una chiesa…siamo diventati iconoclasti e non vogliamo più sentire parlare di cose sante”.

Due mi sembrano i motivi di ciò. Il primo è il prevalere di una mentalità di stampo socialista-marxista, secondo cui come il prete è uno psicologo, così il missionario è solo un operatore sociale chiamato a cambiare più la struttura economica che il cuore degli uomini. Il secondo è il relativismo religioso. Ma non sarebbe partito, Mazzolari, se non avesse creduto che esiste una bella differenza tra Cristo ed Allah. Lasciò tutto, dunque, per donare agli altri qualcosa di più prezioso di se stesso: per annunciare il Vangelo. Le scuole, i bambini salvati dalla guerra, le opere sociali, furono inevitabili conseguenze. Il Foglio, 28 luglio 2011

La deriva luterana

Se si ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe ingeneroso. Ma sarebbe ancor più fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, sia stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.

 Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo. Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui il Concilio Vaticano II ha appiccicato l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”.

Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile. Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare in faccia al mondo che le logiche democratiche le lascia volentieri alle democrazie mondane. Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie.

Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede. Però è innegabile che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso.

Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.

Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione. Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento: “Odio della Tradizione nelle formule del culto”, “Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”, “Introduzione di formule erronee”, “Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”, “Uso del volgare nel servizio divino”, “Odio verso Roma e le sue leggi”, “Distruzione del sacerdozio, “Il principe capo della religione”. Un elenco terribile e attuale su cui urge riflettere.  Il Foglio, 29 luglio

Un po’ di umorismo

Sul Foglio ci sono sempre alcune piccole rubriche molto divertenti: di Camillo Langone, Andrea Marcenaro, Pierangelo Buttafuoco e Maurizio Milani. Ne riporto alcune:

Ieri ho scritto a un sindaco dell’Appennino piacentino: “Sindaco, sono un operaio della provincia di Lodi, mi piace una ragazza che abita nel suo comune. Come faccio? Può aiutarmi? La saluto con stima”. Risponde: “Caro ragazzo della provincia di Lodi, ho capito chi ti piace. Piace anche a me, ma non ho il coraggio di dirglielo. Posso mandare dei fiori a tuo nome?”. di Maurizio Milani

Non va detto, primo, perché non si dovrebbe dire mai e di nessuno, secondo, perché le persone non valgono solo per l’aspetto esteriore, o per quello interiore, l’uno separato dall’altro, ma nella loro interezza, nella loro unicità. Non va detto, perché abbiamo tutti imparato, o meglio ancora, ci è stato insegnato col tempo, col tempo e con tanta fatica, che far dipendere il proprio giudizio dai canoni estetici correnti, e non voglio dire commerciali, significa alla fine involgarirlo, banalizzarlo, mancare di rispetto a se stessi prima ancora che alla persona inchiodata dal nostro giudizio, significa piegarsi a una visione rachitica della bellezza, amputata della sensibilità, dell’apertura verso l’altro, della disponibilità umana e perfino della fantasia. Non va detto, soprattutto, riferendosi a una donna, la quale solo varrebbe, figurarsi, se guardata con criteri maschilisti, eppure solo con quel metro rischia, in effetti, di venire ancora ed esclusivamente misurata, laddove il maschio addirittura con un intero ventaglio di criteri. Certo però che quell’Ophelia era un gran cesso. di Andrea Marcenaro.

"Qui una parte almeno di questi soldi pare che sia andata, prima, ai Ds e, poi, al Pd. C’è un imprenditore, un costruttore…”. Marco Travaglio non ha fatto in tempo a concludere la sua frase, la stava registrando sul web “Passaparola”, che è arrivato il terremoto in Piemonte e i muri della sua casa di Torino hanno cominciato a tremare vistosamente. Il vicedirettore del Fatto quotidiano si è guardato intorno con gli occhi pieni di spavento, ha fatto in tempo a dire soltanto “oh, cazzo!” e ha abbandonato a precipizio la scrivania. Questo ieri. Oggi attaccheremo la casa di Gad (Lerner)  in Odalengo Grande (Monferrato) con 5-6 milioni di zanzare tigre. di A. Marcenaro

Madonnina, sono moderatamente contento per Scola arcivescovo di Milano. Sarei stato molto contento se il Papa avesse nominato Crepaldi, moltissimo contentissimo se avesse nominato Negri. Ma nonostante Scola sia troppo teologo per i miei gusti (non c’è bisogno di teologia, c’è bisogno di Maria), nonostante lo sgarbo a Venezia a cui viene fatto sapere che il suo patriarcato vale meno di un’arcidiocesi, mi commuove l’idea che a Milano ci sia un arcivescovo cattolico. Non succedeva dal 1979. Io ho campato tutta una vita milanocentrica senza nemmeno riuscire a immaginarmelo, un arcivescovo cattolico. Ormai non ci speravo quasi più, pensavo che dopo Martini e Tettamanzi sarebbero arrivati direttamente i loro amici imam e buonanotte. Invece, Madonnina, ecco la smentita delle mie fosche previsioni: dopo tanti anni, nuovamente, ti te dominet Milan. di Camillo Langone

L’aborto ha ucciso solo negli USA 300’000 donne

Vi propongo questo articolo che è stato pubblicato originariamente in inglese sul sito LifeNews.com. Alcune ulteriori considerazioni in fondo all’articolo stesso.

di Steven Ertelt

Un importante studioso di cancro al seno afferma che l’aborto ha causato almeno 300’000 casi di cancro al seno con conseguente morte della donna da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato l’aborto praticamente senza limiti nel 1973 [con la famigerata sentenza Roe v. Wade, ndT].

Con decine di milioni di aborti dalla decisione della Corte ‒ e la ricerca conferma che l’aborto aumenta il rischio di contrarre il cancro al seno ‒ senza dubbio si è verificato un gran numero di casi di cancro al seno provocati dall’aborto negli ultimi 38 anni.

Il professor Joel Brind, endocrinologo del Baruch College di New York, ha lavorato con diversi scienziati a un articolo del 1996, pubblicato sul Journal of Epidemiol Community Health, che mostra un “aumento del 30% di probabilità di sviluppare cancro al seno” per le donne che hanno avuto aborti procurati. Recentemente egli ha commentato sul numero di donne che ne sono rimaste vittime:

Se consideriamo attorno al 10% il rischio complessivo di cancro al seno (non considerando l’aborto), e lo aumentiamo del 30%, otteniamo un rischio del 13% complessivo riferito a tutta la vita. Considerando i 50 milioni di aborti dalla sentenza Roe v. Wade, otteniamo un eccesso di 1,5 milioni di casi di cancro al seno. Ad una mortalità media del 20% dal 1973, questo implica che l’aborto legale ha provocato circa 300’000 morti in più a causa di cancro al seno dalla sentenza Roe v. Wade.

Brind ha detto che la sua stima esclude le morti dovute all’utilizzo dell’aborto per ritardare la prima gravidanza portata a termine, un fattore di rischio riconosciuto per il cancro al seno.

Karin Malec, a capo di Coalition on Abortion/Breast Cancer, un gruppo per sensibilizzare l’opinione pubblica, dice che il numero di studi che mostra il legame tra aborto e cancro al seno continua a crescere negli anni dopo l’analisi innovativa fatta da Brind nel 1996 sui principali studi dell’epoca:

Negli ultimi 21 mesi, quattro studi epidemiologici e una recensione hanno riportato un legame tra aborto e cancro al seno. Uno studio includeva come coautrice Louise Brinton, direttrice di del settore nel National Cancer Institute. Abbiamo circa 50 studi epidemiologici pubblicati dal 1957 a oggi che riportano un legame. Vi sono anche studi biologici e sperimentali a sostenere questo legame. Gli esperti hanno dimostrato nelle riviste mediche che quasi tutti i circa 20 studi che negano il legame tra aborto e cancro al senso sono gravemente difettosi (fraudolenti). Come nel caso dell’occultamento del legame tra tabacco e cancro, essi sono usati per imbrogliare le donne e far loro credere che l’aborto sia sicuro.

Chirurghi come la dottoressa Angela Lanfranchi, Clinical Assistant Professor di Chirurgia presso la Robert Wood Johnson Medical School del New Jersey, che ha ampiamente spiegato come l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, hanno visto in prima persona come l’aborto faccia male alle donne.

Nel 2002 Angela Lanfranchi ha testimoniato sotto giuramento in una causa contro Planned Parenthood in California di aver avuto conversazioni private con importanti esperti che concordavano sul fatto che l’aborto aumenti il rischio di cancro al seno, ma si rifiutavano di discuterne pubblicamente dicendo che era una questione “troppo politica”.

Come co-direttore del Programma di Sanofi-Aventis Breast Care presso il Steeplechase Cancer Center, la Lanfranchi ha curato innumerevoli donne con una diagnosi di cancro al seno. La Lanfranchi è stata nominata “Top Doc” 2010 in chirurgia del seno per l’area metropolitana di New York dalla Castle Connolly.

In un articolo che ha scritto per la rivista medica Linacre Quarterly, la Lanfranchi spiega perché l’aborto comporta dei problemi per le donne e aumenta il rischio di cancro al seno:

L’aborto indotto aumenta notevolmente il rischio di cancro al seno perché interrompe i normali cambiamenti fisiologici al seno che avvengono durante una gravidanza a termine, e che abbassano il rischio di cancro al seno per la madre. Una donna che porta a termine una gravidanza a 20 anni ha una diminuzione del rischio di cancro al seno del 90% rispetto ad una donna che aspetta fino a 30 anni.

Il tessuto del seno dopo la pubertà, e prima di una gravidanza a termine, è immaturo e vulnerabile al cancro. Il 75% di questo tessuto è di lobuli di tipo 1 dove inizia il cancro duttale e del 25% di lobuli del tipo 2 dove inizia il cancro lobulare. Il cancro duttale costituisce l’85% di tutti i tumori al seno mentre il cancro lobulare ne costituisce il 12-15%.

Nonappena una donna concepisce, l’embrione secerne gonadotropina corionica umana (hCG), l’ormone la cui presenza viene rilevata nei test di gravidanza.

L’hCG fa sì che le ovaie della madre aumentino i livelli di estrogeno e di progesterone nel suo corpo, provocando un raddoppiamento della quantità di tessuto mammario. In effetti, ha più lobuli di tipo 1 e 2, dove il cancro inizia.

A metà gravidanza, a 20 settimane, il feto e la placenta producono hPL, un altro ormone, che comincia a far maturare il tessuto mammario in modo che possa produrre latte. ? solo dopo 32 settimane che la madre ha abbastanza lobuli del tipo 4, maturo, che sono resistenti al cancro, così che il rischio di cancro al seno diminuisce.

L’aborto procurato prima delle 32 settimane lascia il seno materno con più tessuto vulnerabile per l’inizio del cancro. Questo è anche il perché ogni nascita prematura prima delle 32 settimane, non solo l’aborto procurato, aumenta o duplica il rischio di cancro al seno.

Aborti spontanei nel primo trimestre d’altra parte non aumentano il rischio di cancro al seno perché c’è qualcosa che non va con l’embrione, cosicché i livelli di hCG sono bassi. Un’altra possibilità è che ci sia qualcosa che non vada con le ovaie della madre e i livelli di estrogeno e progesterone siano bassi. Quando questi ormoni sono bassi il seno della madre non cresce e non cambia.

Al termine della gravidanza, l’85% del suo tessuto mammario è resistente al cancro. Ogni gravidanza successiva diminuisce il rischio di un ulteriore 10%.

Se una donna decide di abortire per qualunque ragione, dovrebbe cominciare a fare test preventivi a partire da 8-10 anni dopo l’aborto, in modo che, se si sviluppa un cancro, esso possa essere rilevato e curato precocemente per una prognosi migliore.

Due considerazioni:

1) ? abbastanza evidente che, come è esistita una lobby del tabacco che ha cercato di negare e occultare il legame tra fumo e cancro ai polmoni, esiste parimenti una lobby dell’aborto che cerca di negare e occultare i legami tra aborto e diverse patologie fisiche e psichiche che esso può comportare per la madre (come mostra la storia della ricerca effettuata dal dottor Fergusson sulle conseguenze psichiatriche dell’aborto)

2) Rapportando i numeri americani all’Italia, dal 1978 l’aborto legale ha causato in Italia la morte di 30’000 donne per cancro al seno. Anche considerando il fatto che una parte degli aborti avvenuti avrebbero avuto luogo anche se l’aborto fosse stato illegale (possiamo stimare attorno alla metà), arriviamo a un surplus di 15’000 morti dovute alla sola legalizzazione dell’aborto. Le morti per aborto clandestino erano stimate (approssimativamente) attorno a 10-30 l’anno. Arriviamo così alla conclusione che la legge 194, da una parte ha ‘salvato’ un numero di donne che si aggira attorno al migliaio, dall’altra parte ne ha uccise molte, ma molte di più. Senza ovviamente contare il dolore morale, le conseguenze psicologiche e i suicidi, la mattanza degli innocenti, e l’aver reso nelle coscienze di molti l’aborto un fatto ‘moralmente indifferente’.

Seppelliamo l’idiozia crudele

Di questo passo, dopo i cimiteri per «animali d’affezione», istituiranno anche quelli per dare degna sepoltura alle zanzare. E se d’estate proverai ad ucciderne una mentre invade casa tua, ti beccherai come minimo una sanzione amministrativa. Dopotutto, chi l’ha detto che la vita di un zanzara valga meno di quella di un cane o di un gatto? E perché poi, solo perché è più piccola e non ha bisogno di una cuccia? Facciamo come per noi: seppelliamo tutti gli animali, senza distinzione, no? Su questo dobbiamo dare atto ad Eugenio Scalfari di essere coerente quando, dal basso del suo nichilismo barboso e barbuto, precisa: «Dove sta la differenza tra il gatto e la persona? Io non la vedo» (Cit. in “Agorà”, Avvenire 26/8/2007, p. 5)  Ma noi che, grazie al Cielo, quella differenza la vediamo ad occhio nudo, dobbiamo stare all’erta. Per cui, quando leggiamo che l’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta è sotto accusa per aver sottoscritto un protocollo per il seppellimento dei bambini non nati perché abortiti, dobbiamo ribellarci. L’idiozia crudele di una società che tra poco tumulerà anche le zanzare ma rifiuta di fare lo stesso per i propri figli più piccoli è qualcosa di insopportabile. E merita, anche questa, di essere seppellita al più presto.

Le tre agenzie che controllano il mondo

A tradurle letteralmente, hanno nomi ridicoli. Perché Moody in inglese significa «squilibrato mentale», Fitch «puzzola», e lo Standard Poor è un «poveraccio cronico», senza speranza di miglioramento.

Invece le tre agenzie di «rating» (valutazione del credito) tengono in pugno il mondo intero: in cinque secondi possono cambiare il destino di centinaia di milioni di persone. Italiani compresi: se bocciano il nostro debito pubblico ci condannano alla bancarotta, come la Grecia. O l’Argentina nel 2001.

Ce ne siamo accorti pochi giorni fa, quando è bastata la voce di un «downgrading» (abbassamento del voto) per le nostre banche a farle crollare in Borsa del 10 per cento. Poi si sono parzialmente riprese, però l’episodio è stato drammatico.

Ma chi sono questi misteriosi giudici che ci danno i voti, e che ci governano forse più dei politici che eleggiamo? Per capirlo siamo andati a New York, nella punta sud di Manhattan, dove le tre agenzie hanno le loro sedi centrali. E abbiamo scoperto che sono vicine di casa: i palazzi di Standard&Poor’s (S&P) e Fitch stanno a poche decine di metri l’uno dall’altro, mentre Moody’s è 500 metri più in là, a Ground Zero. «I ragazzi di Moody’s vengono qui a mangiare in pausa pranzo», ci dice un barista di Greenwich Street, che porta verso il Village omonimo. «Ma naturalmente non i big brass, i pezzi grossi: quelli si fanno portare il cibo direttamente su nelle loro suite dal catering».

 Ha un nome inquietante, l’edificio dove Moody’s occupa vari piani (i suoi dipendenti nel mondo sono 4.500, e fatturano ben due miliardi di dollari): World Trade Center 7. Sì, questo è uno dei cinque grattacieli più bassi che attorniavano le Torri Gemelle. Scampato al disastro, ora di fronte c’è il cantiere della nuova Freedom Tower, che però arranca a ritmi italiani: non sarà pronta per il decennale dell’11 settembre. La verità è che pochi vogliono tornare a lavorare qui, e gli uffici restano invenduti.

Parliamo con un cordiale impiegato 35enne di Moody’s, che però non può darci il nome: «È vietato parlare con esterni del nostro lavoro, soprattutto con giornalisti. Trattiamo affari delicati da miliardi di dollari: quando una multinazionale emette obbligazioni, il loro valore dipende dal nostro giudizio. I fondi che le acquistano si fidano solo di noi».

Fanno bene? Il maggiore azionista di Moody’s è, con il 33 per cento, l’80enne Warren Buffett: il miliardario più ricco d’America assieme a Bill Gates (Microsoft) e all’altro leggendario speculatore, George Soros.

La sua holding Berkshire Hathaway per decenni ha garantito ai soci guadagni siderali del 10-20% annuo, reggendo bene anche alla crisi del 2008. Un bel conflitto d’interessi: chi garantisce gli altri fondi che le preziose informazioni di Moody’s non vengano spifferate in anteprima al suo padrone? È su questo che puntano i concorrenti S&P e Fitch per aumentare le proprie quote di mercato (oggi rispettivamente al 40 e 16%,contro il 39 di Moody’s).

Oltre a cercare di sottrarre all’avversario gli analisti migliori. Che non sono le formichine come il nostro simpatico interlocutore, il quale non ha problemi a dirci il suo stipendio: «Non mi lamento, prendo 100 mila dollari l’anno. Ma ai piani alti si va sui milioni. Gente che arriva in limousine dai loro attici nell’Upper East Side con vista su Central Park».

Andiamo a vedere la concorrenza. Superiamo la stretta Wall Street e arriviamo in un altro luogo ben conosciuto dai turisti: l’imbarcadero del ferry per Staten Island e la Statua della Libertà. I palazzi di S&P e Fitch sono qui di fronte. «Ma probabilmente i responsabili del desk italiano stanno a Londra o Francoforte, nelle nostre filiali europee», ci dice un altro anonimo. Insomma, impossibile vedere in faccia chi fa salire e scendere il valore dei nostri risparmi. «Ma non chiamateci pescecani. Anzi, siamo proprio noi a difendere i pensionati che hanno investito nei fondi previdenziali. Dicendo loro se si possono fidare dei titoli pubblici dei vari Paesi, o delle azioni delle società private».

 Insomma, nessun complotto? «Non è colpa nostra se l’Italia ha il terzo maggiore debito del mondo, dopo Giappone e Usa. È come prendersela con un prof che dà un brutto voto se lo studente è svogliato, o con il termometro per la febbre». Vero.

Ma è anche vero che tutte le agenzie di rating (a proposito: il fondatore di Fitch nel 1913 non era socio di Abercrombie) sono statunitensi. E che agli americani non piace che l’euro minacci il dollaro come valuta di riferimento mondiale.

Per questo la piccola procura di Trani sta indagando i tre analisti Moody’s che seguono l’Italia. Reati ipotizzati: aggiotaggio e divulgazione di notizie false che turbano il mercato finanziario. Davide contro Golia. Mauro Suttora

Se il caso Penati insegna qualcosa

Le bugie, si sa, hanno le gambe corte. In questi giorni, si può dirlo tranquillamente. Nessuna superiorità, a sinistra, in campo morale. Se ci si riferisce agli scandali sessuali, con Vendola, Marrazzo, Delbono, Sircana, le feste del Pd con spogliarelli ecc… i sinistri sono perfettamente in linea con i trend non dirò del centro-destra, ma di più, del paese…

Quanto ai soldi, gli ex PCI hanno preso per decenni di Mosca.

Oggi i Tedesco e i Penati si arrangiano come possono….

E poiché ognuno ha le sue mele marce, torniamo a parlare di politica e di programmi, e lasciamo perdere la strategia delle “macchine del fango” (inventate da Repubblica, già dai tempi del commissario Calabresi, e Fatto, ed emulate da Il Giornale e da Libero)…

Di seguito un pezzo di Antonio Polito, giornalista di sinistra, sul Corriere

IL PD E LA QUESTIONE MORALE

Quel che Bersani non ha scritto Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili. Il primo è l’ammissione che la «diversità genetica» non esiste più. Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare.

Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica». Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici – i suoi e gli altri – rubino. Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza. Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.

Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l’onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco. Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico.

Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell’Enac non doveva proprio starci? Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica? Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare.

E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti? Secondo punto. Non si può criticare il Pd perché alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perché da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati).

Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perché era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, promuovendolo così da primo dei non eletti a eletto dotato di «scudo».

Infine il caso Penati, il più scabroso per Bersani, poiché ne era il braccio destro. Si capisce che il segretario del Pd non voglia entrare nel merito delle accuse penali. Ma la pietra dello scandalo è la spericolata operazione con cui la Provincia di Milano guidata da Penati comprò azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico.

Bersani potrebbe almeno dire che quell’affare fu un errore, frutto dell’ipertrofia, se non peggio, di una politica che invece di privatizzare acquista fette di aziende, gioca a Monopoli e fa scambi impropri con le imprese usando il denaro dei contribuenti? Moralizzare davvero vuol dire espellere la politica dalla gestione degli affari e dell’economia. Fare del moralismo è invece lisciare il pelo ai pasdaran dell’antipolitica, come il Pd ha fin qui spesso fatto nella speranza – ha scritto Marco Follini – di «esserne risparmiato in ragione di un minor vizio: soluzione ingenua senza essere del tutto innocente». Il trucchetto, come si vede in questi giorni, non funziona più. Non resta che fare sul serio.

E l’eterofobia?

Sono triste. Ieri, per la seconda volta, la Camera dei deputati ha fermato una la legge contro l’omofobia; eppure sono triste. Non perché ritenga sbagliata quella bocciatura – anzi, è sacrosanta – ma perché ancora attendo, come molti, una legge contro l’eterofobia imperante. Sul serio: non se ne può più. Mai come oggi l’orgoglio etero è silenziato, quando non addirittura declassato a mero sfruttamento del partner. Puoi impunemente affermare, Veronesi docet, che l’«amore omosessuale» è «più puro» di quello etero. E se da gay diventi etero e lo racconti in giro, come fa Luca Di Tolve, devi farti proteggere dalla Digos, altrimenti rischi grosso. Basta, così non è possibile andare avanti. Anche gli etero devono avere i diritti degli altri. E se qualcuno li oltraggia, è giusto che paghi: le minoranze creative – e non c’è oggi minoranza più creativa di quella che si sposa e mette al mondo dei figli – sono bene comune, vanno tutelate. Per cui, cari onorevoli, vedete di darvi una mossa.

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