Renzo e Lucia e la tematica dell’amore

Renzo e Lucia sono i due oppressi de I promessi Sposi. Semplificando, si potrebbe abbozzare uno schema quadripartito degli otto personaggi principali del romanzo – quattro laici e quattro religiosi -, suddividendoli in quattro coppie. Si diceva, Lucia e Renzo sono gli oppressi e sono affiancati, nel loro ruolo positivo, dalle due figure protettrici di padre Cristoforo e del cardinal Federigo Borromeo. Il versante negativo è invece incarnato da don Rodrigo e dall’Innominato (almeno fino alla conversione), che rappresentano gli oppressori; e dalla Monaca di Monza e da don Abbondio, che sono semplicemente degli strumenti nelle mani dei potenti.

Come abbiamo già visto nel precedente articolo, Lucia è una figura fondamentale nella struttura narrativa. Manzoni la ammira per il suo abbandono alla Provvidenza e la fa veicolo della propria visione etica della storia e della propria poetica.
Anche per Renzo, però, l’Autore ha una particolare predilezione. Egli è, infatti, il vero narratore dell’intera vicenda. Attorno a Renzo, Manzoni crea un romanzo avventuroso, picaresco. Se il cronotopo di Lucia è la casa, quello del suo promesso è la strada. Renzo è sempre rappresentato in cammino; per tutto il romanzo la sua vera occupazione è quella di andare alla ricerca della propria identità, che conquisterà solo grazie all’ausilio della moglie. Negli ultimi capitoli del romanzo, il protagonista dimostrerà di non essere stato modificato in maniera radicale dagli eventi occorsegli. Nel lazzaretto quello che lo guida è ancora un’idea umana di giustizia, e solo l’ennesimo rimprovero di padre Cristoforo riuscirà a fargli capire il reale valore del perdono. Ancora, nell’elencazione dei suoi “ho imparato”, Renzo mette in luce una visione pelagiana della vita, molto simile a quella di don Abbondio: se si riesce a rifuggire i mali, allora tutto procederà per il meglio. Inoltre, l’elevazione sociale conseguente all’acquisto di un filatoio alle porte di Bergamo denota l’ottica ottimistica e borghese di Renzo; questa sua visione delle cose verrà sminuta dalla constatazione dell’assenza di idillio della moglie Lucia che, anche con lui, funge da chiave di volta, e lo aiuta a conquistare la propria individualità.

Ma com’è rappresentato da Manzoni l’amore tra Renzo e Lucia?

Per prima cosa bisogna sottolineare come i due protagonisti vengano rappresentati assieme ne I promessi Sposi solo nei primi otto capitoli, per poi separarsi e ricongiungersi nuovamente solamente nel corso del trentaseiesimo capitolo. La loro è, però, solo una divisione fisica, perché nel corso dell’opera vi sono continui pensieri dell’uno all’altro, continui riferimenti, sottili collegamenti.
Nel Fermo e Lucia Spolino e Zarella erano uniti già nella filanda, grazie ai loro cognomi.
Nel romanzo il loro amore viene rappresentato in maniera molto casta: fuggevoli sguardi tra imbarazzi e rossori, brevi frasi rispettose e pensieri molto pudici.
Questa reticenza nella descrizione dell’amore porta, all’inizio del primo capitolo del secondo tomo del Fermo e Lucia, all’introduzione di una “digressione sull’amore”, atta a spiegare la concezione manzoniana dell’introduzione della tematica amorosa nei romanzi. Infatti, un personaggio ideale rivolge all’autore una critica, affermando che il romanzo parla di due innamorati, ma che “questa vostra storia […] non li dimostra innamorati”.

L’autore risponde: “Perdonatemi: (il manoscritto) trabocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte la più elaborata dell’opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere. […] Perché sono del parere di coloro i quali dicono che non si deve scrivere d’amore in modo da far consentire l’animo di chi legge a questa passione. […] Se io potessi fare in guisa che questa storia non capitasse in mano ad altri che a sposi innamorati, nel giorno che hanno detto e inteso in presenza del parroco un sì delizioso, allora forse converrebbe mettervi quanto amore si potesse poiché per tali lettori non potrebbe certamente avere nulla di pericoloso. Penso però, che sarebbe inutile per essi, e che troverebbero tutto questo amore molto freddo, quand’anche fosse trattato da tutt’altri che dal mio autore e da me; perché quale è lo scritto dove sia trasfuso l’amore quale il cuor dell’uomo può sentirlo? Ma ponete il caso, che questa storia venisse alle mani per esempio d’una vergine non più acerba, più saggia che avvenente (non mi direte che non ve n’abbia), e di anguste fortune, la quale perduto già ogni pensiero di nozze, se ne va campucchiando, quietamente, e cerca di tenere occupato il cuor suo coll’idea dei suoi doveri, colle consolazioni della innocenza e della pace, e colle speranze che il mondo non può dare né torre; ditemi un po’ che bell’acconcio potrebbe fare a questa creatura una storia che le venisse a rimescolare in cuore quei sentimenti, che molto saggiamente ella vi ha sopiti.

Ponete il caso che un giovane prete il quale coi gravi uficj del suo ministero, colle fatiche della carità, con la preghiera, con lo studio, attende a sdrucciolare sugli anni pericolosi che gli rimangono da trascorrere, ponendo ogni cura di non cadere, e non guardando troppo a dritta né a sinistra per non dar qualche stramazzone in un momento di distrazione, ponete il caso che questo giovane prete si ponga a leggere questa storia: giacchè non vorreste che si pubblicasse un libro che un prete non abbia a leggere: e ditemi un po’ che vantaggio gli farebbe una descrizione di quei sentimenti ch’egli debbe soffocar ben bene nel suo cuore, se non vuol mancare ad un impegno sacro ed assunto volontariamente, se non vuole porre nella sua vita una contraddizione che tutta la alteri. Vedete quanti simili casi si potrebber fare.

Concludo che l’amore è necessario a questo… mondo: ma ve n’ha quanto basta… e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e che col volerlo coltivare non si fa altro che farne nascere dove non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno, e che uno scrittore secondo le sue forze può diffondere un po’ più negli animi: come sarebbe la commiserazione, l’affetto al prossimo, la dolcezza, l’indulgenza, il sacrificio di se stesso: oh di questi non v’ha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un po’ più nelle cose di questo mondo: ma dell’amore come vi diceva, ve n’ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quel che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera imprudente l’andarlo fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso; che se un bel giorno per prodigio, mi venissero ispirate le pagine più eloquenti d’amore che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una linea sulla carta: tanto son certo che me ne pentirei“.

Dunque, di amore ce n’è anche troppo nel mondo, meglio incentivare la gente a compiere altre azioni virtuose, più rare e più necessarie.

Anche ne I Promessi Sposi su questa tematica la reticenza la fa da padrona. Mai un eccesso, o un’allusione troppo ardita. Alcuni critici hanno cercato di spiegare questo moralismo – derivato a Manzoni dal gruppo di Port Royal – dicendo che l’Autore voleva che il romanzo potesse essere letto anche dalla figlia Giulia, all’epoca adolescente. Altri si sono spinti fino a dire che l’opera manzoniana potrebbe essere letta anche dalla Vergine in circolo con le Sante…

Di certo, tutto questo non può che generare qualche breve riflessione.
A ben guardare, il fatto che il romanzo sia così pudico nella rappresentazione del fidanzamento, non è affatto una pecca stilistica, anzi si presenta come una scelta perfettamente coerente con il resto dell’opera. La reticenza non è dissonante.

In secondo luogo, si potrebbe approntare una discussione sul fidanzamento odierno.
Come bisognerebbe vivere questo fondamentale momento della vita di coppia? Oggi vige un permissivismo tale per cui i due fidanzati vivono la loro relazione senza porsi troppi limiti che, anzi, vengono giudicati come “cose dell’altro secolo”. Salvo poi sposarsi e separarsi nel giro di pochi mesi o qualche anno, dimostrando così in maniera lampante come l’assenza di un fidanzamento incentrato sul sacrificio reciproco risulti, alla fine, determinante nel far fallire quel totale dono di sé che è il matrimonio. Il periodo del fidanzamento (vissuto cristianamente) è una palestra dura, ma necessaria; solo in questo modo si possono costruire delle basi solide e certe, su cui poi costruire una famiglia e dare alla luce dei figli. Le esperienze comuni dimostrano come matrimoni idilliaci non ne esistano, perché inevitabilmente delle difficoltà subentrano in tutte le coppie. La differenza è, però, costituita dagli sposi che hanno già un “allenamento” di sacrificio alle spalle, e da coloro che questo “allenamento” non lo hanno, che sono governati – anche nel matrimonio – da una legge fondamentalmente egoistica. Queste coppie alla prima difficoltà scoppiano.

Non bisogna poi dimenticare che le conseguenze di questi “legami liquidi” ricadono su tutta la società: sempre più persone vivono da sole; i matrimoni sono in diminuzione; aumenta il numero dei giovani che vivono con i propri genitori; diminuisce il numero di figli; crescono i problemi infantili ed adolescenziali connessi alla separazione dei genitori… e chi più ne ha, più ne metta.

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