Le persecuzioni contro i cristiani, oggi e ieri.

La notiza oggi su tutti i giornali è che almeno 6 cristiani sono stati bruciati vivi in Pakistan, dai fondamentalisti islamici, con la falsa accusa di aver profanato il Corano. Scrive il Corriere:  " Un’accusa ripetuta di bocca in bocca: aver dissacrato il sacro Corano durante un matrimonio. Un processo popolare e sommario, in stile fra west. Poi, l’inferno. I cristiani del villaggio di Korian…sono stati oggetto di un vero pogrom lanciato da estremisti islamici. Per giorni hanno saccheggiato, distrutto, sparato dai tetti e nelle strade. Ieri, armati di taniche di benzina, hanno dato fuoco a due chiese e a decine di case…Almeno sei cristiani sono morti, tra loro un bambino e certamente qualche donna. Bruciati vivi…"

Come ai tempi dei primi cristiani, nei paesi musulmani, in India, nei paesi comunisti (Cina, Vietnam, Corea del nord ecc…), insomma in almeno metà del mondo, vale ancora oggi quanto scriveva Tertulliano:  “Se il Tevere sale sugli argini, se il Nilo non arriva sui campi, se il cielo è immobile, se la terra si muove, se la fame, se la peste, subito si grida: I cristiani ai leoni!” (Apologetico, 40, 20).

Eppure qui in Europa sembra che la cosa non interessi a nessuno. E’ quasi un caso che oggi si parli del Pakistan: infatti le persecuzioni sono all’ordine del giorno, e solitamente non meritano neppure un trafiletto. I nostri quotidiani sono occupati maggiormente dalla lotta costante contro i valori e l’insegnamento della Chiesa, il resto non interessa (vedi Repubblica, Unità, Terra, Liberazione….).

I credenti  e gli uomini di buona volontà non possono che indignarsi, dinanzi a questa ingiustizia, e nello stesso tempo ricordare che si avvera la profezia di Cristo: come hanno perseguitato me, così perseguiteranno anche voi.

Eppure è bene ricordare, in occasione dei fatti pakistani, la secolare lotta dell’Islam contro il nome cristiano, non certo per sostenere guerre di civiltà, da cui siamo lontanissimi, ma per obiettività storica e realismo.

Di seguito riportiamo uno studio eccellente sull’Islam e il suo assalto all’Europa nell’età moderna, scritto dal prof. Paolo Taufer.

"Correva l’anno giubilare 1600 e folle di pellegrini – se ne contarono circa 3 milioni – affluivano a Roma da tutta l’Europa. Buona parte di essi giungeva via mare, opzione talora imprescindibile anche se tutt’altro che scevra di rischi a causa dei predoni che infestavano le acque di quello che un tempo era considerato il “Mare nostrum” della romanità. Né altrimenti fu per il giubileo del 1650, coi legni pontifici che incrociavano vigilanti sulle rotte delle navi cariche di pellegrini diretti a Roma. L’anno seguente una squadra navale pontificia salpava assieme alle galere dell’Ordine di Malta alla volta di Candia per soccorrere i soldati della Serenissima che disperatamente difendevano laggiù uno degli ultimi baluardi avanzati della civiltà cristiana contro l’Islam.

 

Lo scenario era ormai usuale da secoli: tutti gli anni al ritorno della bella stagione le galere di volta in volta livornesi, pontificie, veneziane, genovesi, napoletane o spagnole partivano in crociera di guerra, crociera che di solito doveva essere interrotta prima dell’arrivo della brutta stagione che avrebbe obbligato i navigli di allora, incapaci di tenere il mare perturbato, al rientro nei porti. Rendez-vous a Messina o a Corfù e di lì, issato sulla capitana, così si chiamava la nave ammiraglia, il vessillo del Papa, facevano rotta verso l’Egeo per riconquistare qualche piazzaforte o per intercettare i convogli turchi provenienti da Alessandria e diretti a Costantinopoli carichi di merci e schiavi cristiani, spingendosi all’uopo fino ai Dardanelli. Poteva anche accadere che le prue venissero invece indirizzate a sud e a ovest, lungo le coste della Barberia o della Spagna in operazioni di controcorsa, alla ricerca di legni corsari e covi pirati da distruggere.

 

Dati i tempi, la tendenza a chiedere perdono del proprio operato a corsari e predoni musulmani era piuttosto poco sentita e i giubilei, pur costituendo occasioni privilegiate di pentimento e di conversione, vedevano spesso fervorosi predicatori richiamare alla virile applicazione dei precetti evangelici, primo fra tutti la difesa del debole e dell’oppresso. E chi era più oppresso agli occhi della Cristianità dell’abitante delle zone litoranee che, scorti all’orizzonte i legni musulmani, si ritrovava in un batter d’occhio a bordo di essi in compagnia dei sopravvissuti, donne e bambini inclusi, con il paese o la città alle spalle deserti e in fiamme? Il destino che attendeva quegli sventurati era da incubo: deportati nei “bagni” della Barberia – i “lager” del tempo apprestati ad Algeri e a Tunisi, ma anche a Fez in Marocco e a Tripoli in Libia – giacevano in attesa che qualcuno sopravvenisse a versare la somma del riscatto e di essere venduti al turpe mercato degli schiavi. Le donne giovani e belle andavano a popolare gli harem dei ricchi e dei notabili islamici, merce atta a soddisfare la loro lussuria, ma solo dopo la loro conversione all’Islam: erano infatti previste pene severissime per il musulmano che avesse avuto rapporti carnali con una cristiana, fosse essa schiava o libera[1]. Facilmente immaginabile la sua sorte se avesse rifiutato la conversione.

 

 I giovanetti, quando non facevano la stessa fine o venivano ridotti a eunuchi da porre a guardia degli harem, erano oggetto di apprezzati omaggi che il dey di Algeri o il bey di Tunisi indirizzavano alla “Sublime Porta”, nome riservato alla dimora del Sultano di Costantinopoli. Ivi i fanciulli abbracciavano la religione musulmana e venivano istruiti nell’arte della guerra, come i famosi giannizzeri, fanciulli tra gli 8 e i 14 anni strappati con violenza alle loro famiglie e intensamente condizionati fino a farne terribili guerrieri al servizio del Sultano[2] da opporre un giorno ai guerrieri cristiani. Gli uomini più robusti, invece, una volta venduti, finivano incatenati ai remi o adibiti ai lavori quotidiani più duri e umili – attività che ogni buon musulmano rifuggiva in virtù del superiore status religioso – senza speranza alcuna di redenzione salvo scambiare la propria fede con un po’ più di pane al prezzo di un’ignominiosa abiura. Trattavasi solitamente di gente comune, poverissima, che già in patria viveva di stenti e che quindi non aveva nessuno in grado di versare la somma del proprio riscatto. Si pensi che nel 1830, quando la flotta francese mise la parola fine alla millenaria pirateria islamica occupando militarmente Algeri, gli Ordini monastici che erano sorti in seno alla Chiesa per il riscatto degli schiavi cristiani – essenzialmente i Trinitari e i Mercedari con l’aiuto minoritario dei Francescani – erano riusciti a liberare col frequente sacrificio della propria vita, a far data dall’istituzione dei rispettivi Ordini[3] (rispettivamente l’anno 1197 per i Trinitari e il 1218 per i Mercedari), circa un milione di questi infelici, mentre si valuta in due milioni il numero complessivo di persone predate e schiavizzate fra il XVI e il XIX secolo[4].

 

La presenza della bandiera verde con la Mezzaluna dei pirati barbareschi, che verso il XV secolo venne affiancata dal vessillo rosso dei Turchi, nel ’600 continuava a pendere, ormai da più di otto secoli, come un’autentica spada di Damocle sul capo delle popolazioni rivierasche di tutto il Mediterraneo cristiano.

 

Il giubileo, che già di per sé riecheggiava la restituzione delle terre e la liberazione degli schiavi presso il popolo ebraico, era dunque preziosa occasione di sprone alla lotta contro le flotte turco-barbaresche, ed era del tutto logico e naturale che il Papa predicasse la crociata per la liberazione degli schiavi cristiani incatenati nei bagni della Barberia o legati al remo delle flotte musulmane.

 

Sarebbe grande stoltezza pensare di poter conquidere i Turchi e i pirati solo con le orazioni: dobbiamo metterci alle armi e combattere da senno se vogliamo liberarci dalla loro oppressione[5], proclamava nel 1516 Leone X – il papa Medici, che nel maggio di quell’anno era sfuggito per un soffio alle fuste corsare – facendo seguire alle parole l’invio verso tutti i principi d’Italia e d’Europa di cardinali e legati latori di lettere che chiamavano alla Lega contro il Turco, sinonimo di musulmano. La scarsa propensione al dialogo reciproco rispettoso di Leone X giungeva fino a impartire disposizioni per la costruzione immediata di ulteriori 7 galere da allineare con la flotta pontificia a disposizione dei legati.

 

In realtà quelli erano tempi di ferro per uomini di ferro, dove non si credeva punto ai pastrocchi ecumenici di oggi e, meno degli altri, ci credevano i Turchi e i discendenti dei Saraceni sul mare: i confronti erano diretti, le posizioni nettissime: duramente realisti, come si conviene allo spirito che li animava, i cattolici mai si sarebbero sognati di considerare la melassa (scarto di lavorazione della canna da zucchero, importata peraltro dagli Arabi in Sicilia dall’India) ingrediente per cementare fedi dottrinalmente inconciliabili. Turchi e Barbareschi avevano un fine comune unico e dichiarato: muovere alla conquista delle terre degli infedeli “Nazzareni” per sottometterli e farvi trionfare l’Islam.

 

In questo studio si cercherà di illustrare la fondatezza di questo asserto dimostrando come quella millenaria spinta tesa a sommergere l’Europa abbia ripreso slancio e vigore ai nostri giorni, solidamente assisa sulla stessa, immutabile fonte di allora: il Corano, dal quale ogni buon musulmano trae le motivazioni del suo essere e le modalità del suo collocarsi nel mondo.

 

Vale la pena osservare che, rispetto a quei tempi, la singolarità risiede oggi piuttosto nella stretta alleanza fra paesi islamici emergenti e un paese cristiano in particolare, frutto maturo del virulento pollone calvinista dell’albero protestante: gli Stati Uniti. Un’alleanza diretta contro l’Europa, che una disinformazione capillare tende a confondere e occultare nel rumore di fondo di una tambureggiante distinzione mass-mediatica fra paesi musulmani “buoni” e paesi “fondamentalisti” e, perciò, nemici dell’Occidente e antidemocratici. Si vedrà invece che proprio quei paesi cosiddetti fondamentalisti sono un’efficace punta di lancia a disposizione degli Stati Uniti per la colonizzazione dell’Europa.

Si dovrà quindi tornare a parlare di Potere mondialista e dell’inflessibile mano di quell’AUTORITÀ, i cui connotati religiosi sono ben noti a coloro che frequentano questi convegni, che si cela dietro di esso, informandone programmi e indirizzi. Per questi ultimi bastino le odierne, tumultuose “globalizzazioni” che attraverso occulti innervamenti sotterranei riempiono sincronicamente di sussulti e minacciose prospettive tutto il pianeta[6].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NASCITA DELL’ISLAM ED ESPANSIONISMO ISLAMICO NEL VII SECOLO. IL MOTORE DELLA CONQUISTA: LA GUERRA SANTA.

 

 

 

 

Verso il 570 d.C. nasce in Arabia Ahmad “il sigillo dei profeti”. Il suo nome significa “l’illustre”, esattamente come il greco Pericle, ed è equivalente a Muhammad, italianizzato in Maometto. La sua vita si confonde fra racconto e leggenda. Si sa che, rimasto orfano, venne presto aggregato da uno zio alle carovane che percorrevano l’Arabia spingendosi fino in Siria. Con esse egli compie numerosi viaggi ed entra a contatto con la religione cristiana non tanto nella forma cattolica di Bisanzio, quanto piuttosto in quella scismatica nestoriana e del monofisismo siriaco, che attribuiva a Cristo la sola natura divina. Giovane di spiccata iniziativa e ingegno si fa notare per la sua attitudine al comando e per le naturali doti di abile mediatore e amministratore, mettendosi ben presto al servizio di una ricca mercantessa ebrea della Mecca, Khadigia, che sposerà nel 595, nonostante la grande differenza di età. Diventa così un uomo ricco, autorevole e influente.

Anche se le sue biografie tendono a sorvolare sull’influenza della religione ebraica sulla sua formazione è lecito pensare che, a contatto con una sposa di religione ebraica e nell’ambiente dei facoltosi commercianti della Mecca, fra i quali non mancavano coloro che professavano la religione dell’unico Dio di Abramo, ne rimanesse invece impregnato. Il padre domenicano francese Théry, con la collaborazione dell’abbé Joseph Bertuel, sotto lo pseudonimo comune di Hanna Zakarias, pubblicò nel 1955 un’opera in due tomi[7] di studi esegetici del Corano, intitolata “ L’Islam, entreprise juive – De Moïse à Mohammed” (L’Islam impresa ebraica – Da Mosè a Maometto), dove si prendono comparativamente in esame passi della Bibbia ebraica e del Corano. La conclusione dei due studiosi fu quella alla quale erano già pervenuti gli apologeti cristiani dei primi secoli dell’Islam, che il Corano altro non fosse che la trascrizione di una serie di precetti attinti da Maometto dalle coeve dottrine giudeo-cristiane. Il padre Théry ipotizzava, peraltro piuttosto arbitrariamente senza alcun conforto testimoniale, la presenza alla Mecca di un dottissimo rabbino istruttore, figura che sarebbe stata affiancata all’analfabeta Maometto dalla stessa Khadigia. Costui gli avrebbe impartito un insegnamento orale che si protrasse fino al 610, a quella “Notte del destino” (Sura XCVII, 1-3), nella quale Maometto avrebbe ricevuto la totalità della rivelazione del Corano con i suoi 114 capitoli, o Sure, contenenti 6226 versetti per un totale di 323.871 lettere, dalla voce dell’Arcangelo Gabriele.

 

Nel 613 il Corano (Qur’an = recitazione) sembra fosse stato pronto e Maometto poteva così iniziare la sua predicazione, dapprima in modo discreto fra coloro che lo circondavano, di preferenza verso i notabili. In seguito si formarono dei gruppi a lui favorevoli dai quali emerse presto la figura di Abu Bekr. Il compito era improbo: si trattava nientemeno che di far abbandonare ai ricchi, avidi di guadagno e spesso crudeli commercianti della Mecca, che dominavano la città, il loro politeismo fatto di un Pantheon popolato di centinaia di idoli e dire loro che l’unico Dio era Allâh, (corrispondente al tempo di Jahvè della letteratura giudeo-cristiana). Peraltro lo stesso nome, noto da secoli agli abitanti dell’Arabia, riservato alla divinità creduta al di sopra di tutti gli altri idoli. La cosa non si annunciava facile, sia per il naturale conservatorismo di quella gente, che per il concomitante appello alla loro generosità col versamento dell’elemosina che il nuovo credo esigeva, generosità che davvero non era il loro forte. L’opposizione infatti, sia pure con alterne vicende, fu fortissima e Maometto, minacciato di morte, dovette ben presto abbandonare la Mecca e trasferirsi a Medina (= città del Profeta), allora chiamata Yathrib, abitata da tribù arabe e per metà da tribù ebraiche dedite al commercio e all’artigianato, fuggite dalla Siria e dalla Palestina all’avanzare delle truppe di Nabucodonosor. Questa fuoriuscita, chiamata “hijra” (= Egira, emigrazione) avvenne nel 622 e segna l’inizio dell’era musulmana, della fondazione cioè della società islamica, una società ben distinta e separata così da quella politeista come da quella cristiana.

 

A Medina Maometto continua a ricevere rivelazioni divine di natura sempre meno spirituale e più pratica. Dio, attraverso l’arcangelo Gabriele, comunica al suo profeta l’ordine di abbandonare la pazienza e avviare la guerra santa, la jihâd[8] che da quel momento diventa un obbligo derivante dalla sua istituzione divina:

uccidete i politeisti ovunque li troviate, prendeteli prigionieri, assediateli e opponetevi ad essi in tutte le loro imboscate…” (Sura IX, versetto 5);

 

 

 

Maledetti, ovunque vengano trovati, essi dovranno venir presi e inesorabilmente uccisi” (Sura XXXIII, vers. 61).

Un obbligo peraltro solo collettivo, nel senso che non era imposto ad ogni singolo credente essendo sufficiente che fosse eseguito da un certo numero di fedeli.

 

Al contrario del Vangelo, dove è difficile trovare dei passi a supporto persino della legittima difesa della società cristiana con le armi, il Corano offre tutto un corpus dottrinale di più di 100 versetti che incitano alla guerra contro l’infedele[9]. Per un musulmano che combatte la jihâd è quindi lecito uccidere gli infedeli, e tale prescrizione ha trovato codifica presso numerosi giuristi musulmani. Il celebre imâm an-Nawawi (1263-1308) insegnava ad esempio:

La legge nella guerra contro gli infedeli vieta di uccidere: i minori, i pazzi, le donne e gli ermafroditi […] ma si può uccidere legalmente: i monaci, i mercenari che gli infedeli hanno assoldato al loro servizio, i vecchi e le persone deboli, cieche o malate, anche se non hanno partecipato al combattimento, né fornito informazioni ai nemici. Quando non li si può uccidere in guerra occorre ridurli in schiavitù. È lecito assediare gli infedeli nelle loro città e nelle loro fortezze, impiegare contro di essi le inondazioni, l’incendio o le macchine da guerra e attaccarli e di notte all’improvviso[10]. Lo sgozzamento dei sette monaci cistercensi della Trappa di Thiberine, in Algeria, del 21 maggio 1996 e la decapitazione di numerose suore[11] riposerebbe quindi su fondamenti giuridico-legali…

 

 

 

Iniziano dunque gli agguati alle carovane che fruttano ai nuovi fedeli i mezzi per espandere il verbo di Allah. Il quinto anno dell’Egira vede un fatto assai significativo: il profeta attacca e assedia la tribù ebraica dei Beni Qoraija. Fa sgozzare gli 800 abitanti maschi e trascina in schiavitù donne e bambini. I “Cavalieri di Allah” si presentano. Uno sterminio che intende sottolineare la sua indipendenza dall’influenza rabbinica e dal clima che lo aveva sostenuto per quindici anni, l’affermazione di un’originalità e di un’unicità che intendeva imporsi spazzando ogni ostacolo. Da quel momento la preghiera rituale doveva rivolgersi verso la Kaaba, verso la Mecca. Giunto a Medina, infatti, Maometto, ancora compenetrato dell’atmosfera ebraica della Mecca, aveva fissato Gerusalemme come punto orientamento della preghiera rituale, stabilendo inoltre come giorno di festa per i nuovi fedeli il giorno dell’Achura, la festa della Propiziazione degli ebrei e l’osservanza del digiuno del Kippúr[12]. Volgendosi verso la Kaaba, la pietra santa dell’Arabia che porterebbe incisa l’impronta del piede di Abramo che di lì sarebbe asceso al cielo, egli intendeva sottolineare la diretta discendenza degli arabi da Abramo. E come il Dio degli ebrei è il vincitore di tutte le battaglie, del pari lo saranno i popoli che seguiranno Maometto. Le tribù arabe diventano il nuovo popolo eletto che parte con durezza e determinazione per assolvere la nuova missione che gli è stata affidata dal cielo di conquistare il mondo alla volontà di Allah per sottometterlo al nuovo verbo dell’Islâm (= sottomissione alla volontà di Dio) e muslim sarà il nome dei novelli sottomessi. La fisionomia dell’Islam è ormai definita e non perderà più quel carattere di teocrazia militante e guerriera, ben distinto dal Giudaismo e dal Cristianesimo.

 

I continui attacchi alle carovane condussero nel secondo anno dell’Egira al confronto decisivo di Badr, una località a 105 km da Medina. Su ordine dell’arcangelo Gabriele, Maometto con 300 combattenti, tende un’imboscata presso Badr ad un’importante carovana, che trasportava anche molti notabili meccani proveniente dalla Siria. Il feroce combattimento ha inizio e Maometto annuncia ai suoi che gli angeli combatteranno al loro fianco e ciò avviene fino alla vittoria. Dopo alterne vicende, sempre sotto la guida di Gabriele, Maometto nel 630 entra finalmente alla Mecca e, come primo gesto si porta alla Kaaba a distruggere ben trecento e più idoli. Mette poi a morte una decina di meccani impenitenti, mentre gli altri per salvare la testa si convertono rapidamente all’Islam.

La jihâd aveva definito il suo metodo: l’infedele vinto, se non recita la professione di fede che lo fa musulmano, va messo a morte. Per i membri delle religioni “del Libro”, invece, (cioè ebrei e cristiani) il metodo è attenuato: pur non avendo nessun diritto politico e militare essi sono soggetti ad uno statuto di “protezione” pagando una gravosa imposta di capitazione (jiziya) e un tributo sulle terre possedute, al quale ancora oggi i dhimmi (= gente del patto di protezione) sono sottoposti nei paesi islamici[13]. In realtà il bisogno di schiavi come componente essenziale dell’organizzazione sociale islamica non consentiva un’applicazione rigorosa della regola e cristiani ed ebrei razziati andavano ben volentieri ad ingrossare le file degli schiavi, come avremo agio di vedere trattando della pirateria nel Mediterraneo. Giova inoltre annotare che la dottrina islamica tradizionale dal punto di vista geopolitico divideva – e divide ancor oggi – il mondo in due parti, fra loro avverse e inconciliabili: le terre abitate dai musulmani, o dimora dell’Islam (dar-el-Islam) e il mondo empio che le circonda abitato dai miscredenti, chiamato dimora di guerra (dar-el-Harb), da conquistare all’Islam[14]. Di più: quando una terra sia stata conquistata dai musulmani, essa da quel momento è dar-el-Islam, anche se l’infedele se ne riappropriasse[15].

 

Ne deriva che ciascuna moschea eretta in Europa[16], inclusa la maggiore che domina San Pietro a Roma, viene interpretata come una testa di ponte nel dar-el-Harb e un riconoscimento da parte dei kaffur (= peccatori, miscredenti) occidentali della superiorità temporale del dar-el-Islam. Ne deriva ancora che i massacri del Sudan, la persecuzione dei cristiani in Arabia, nel Libano e in Indonesia, dei pogrom contro i copti d’Egitto, degli indù nel Bangladesh, l’invasione di Cipro da parte dei Turchi del 1974 e la stessa azione in Kosovo nel 1999 sono azioni legittime dal punto di vista islamico, costituendo unicamente l’adempimento del grave dovere che incombe su ciascun musulmano di fare guerra all’infedele, al kaffir, per liberarsi dal suo potere “empio” e sottometterlo, allargando allo stesso tempo i confini del dar-el-Islam.

 

 

 

La narrazione della storia di Maometto a questo punto si arricchisce di altri scontri e battaglie fra i medinesi alleati con i meccani contro le tribù idolatre della regione, ma qui il racconto sfuma nelle nebbie della leggenda dove angeli appaiono di continuo in forze a fianco dei guerrieri musulmani rivelandosi costantemente un fattore decisivo e schiacciante in loro favore. Maometto si dichiara restauratore della fede monoteista già predicata da Abramo ed eleggendosi suo diretto erede, invita tutti, prìncipi e popoli della terra, a professare la nuova fede.

Gli ultimi anni di vita Maometto li spese dedicandosi al proselitismo, a consolidare il suo potere politico e a ricevere ininterrottamente rivelazioni dal cielo.

Maometto moriva assalito dalla febbre nel 632, a 62 anni, dopo aver partecipato, pare, a più di 80 combattimenti lasciando in qualche modo il testo del Corano in forma scritta. Parallelamente ha inizio, a cura dei suoi fedeli, la raccolta dei detti, delle gesta, dei commenti e persino dei silenzi di Maometto, raggruppandoli sotto il nome di Hadîth. Gli atti della sua vita andranno assieme a formare la “Sunnah” (= tradizione), che diventerà il modello comune sul quale per 14 secoli i musulmani cercheranno di uniformare i minimi gesti della propria esistenza quotidiana, finanche il taglio delle unghie[17].

 

Secondo il Sufismo (dall’arabo lana, in allusione al mantello indossato dagli iniziati), parola corrente per indicare un movimento islamico che tende al disprezzo del mondo e all’attuazione di  esercizi di purificazione dell’anima per renderla degna di avvicinarsi a Dio, Maometto avrebbe trasmesso anche un messaggio esoterico, riservandolo nondimeno ad una ristretta cerchia di compagni, i primi sûfi. Nel III secolo dall’Egira coloro che ne avevano raccolto il messaggio si raccolsero in gruppi e, sotto l’azione di influssi cristiani, si strutturarono in ordini al seguito dei rispettivi maestri, che fedelmente seguivano lungo gli itinerari della Tarîqah (= via spirituale, termine equipollente di sufismo). Mediante opportune tecniche iniziatiche i maestri sufi introducevano i loro discepoli alla lettura esoterica del Corano e degli Hadîth, prospettando una serie di passaggi attraverso i cosiddetti “stati molteplici dell’essere” (così essenziali alle speculazioni indù, guénoniane e quindi massoniche) atti a “risvegliare” progressivamente la divinità in loro latente e con essa la liberazione dai lacci della contingenza e delle limitazioni umane, fino all’approdo ultimo dove la distanza fra il sé e Dio veniva annullata[18] (è il tahwid, stato nel quale scompare l’umanità e resta solo la divinità).

 

Erede degli insegnamenti esoterici di Maometto è l’imam sciita: di qui il conflitto, tuttora non sanato, fra mondo sunnita ortodosso dove “si concepisce l’Islam attraverso tutta la comunità che circondava il suo fondatore” e mondo sciita, che oggi interessa circa un quinto dei credenti musulmani, dove l’Islam “lo si concepisce mediato da una particolare élite costituita dalla sua famiglia e da coloro che erano spiritualmente apparentati a lui[19]. Gli sciiti, infatti, sono gli eredi dei legittimisti che ritengono solo i discendenti del quarto califfo ‘Alì (657-660) – membro della famiglia di Maometto di cui aveva sposato la figlia Fatima – dotati del carisma profetico di Maometto e qualificati per assumere la guida dell’islamismo, in contrasto con gli “scismatici” sunniti presso i quali la guida spetta ad un eletto della comunità dei credenti.

 

 

 

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ESPANSIONISMO ISLAMICO: PRIMA INVASIONE DELL’EUROPA. I PREDONI MUSULMANI CHIUDONO IL “MARE NOSTRUM”. IMPOVERIMENTO DELLE POPOLAZIONI RIVIERASCHE E SPOSTAMENTO DELL’ASSE EUROPEO A NORD VERSO IL CUORE DELL’EUROPA.

 

 

 

 

 

 

Con un impero romano in via di esaurimento e quello persiano in declino, l’espansione islamica fu in un certo senso favorita. L’espansione araba in Europa e in Asia fu rapidissima, quasi senza precedenti, la diffusione della religione musulmana fulminea se paragonata alla lentezza con cui il cristianesimo si affermò. Davanti agli arabi crollavano come castelli di carta intere parti di impero. Maometto è morto da soli 3 anni quando cade Damasco, l’anno successivo, nel 636, la Siria bizantina è interamente in mano araba e con essa le numerose chiese ereticali che vi si erano formate, nel 638 gli arabi entrano in Gerusalemme e nel 690 vi iniziano la costruzione della Cupola della Roccia, un edificio che esprime al meglio il trionfo della nuova fede sul cristianesimo e sul giudaismo. Nel 641 gli arabi dilagano in Egitto dove, nel 642, il successore di Maometto, il califfo Omar, si impadronisce della popolosa e ricchissima Alessandria distruggendo quanto era sfuggito ai successivi incendi della sua famosa biblioteca, che coi suoi dei 700.000 rotoli di papiri al tempo di Cesare era la maggiore dell’antichità e aveva dato larghissimo impulso alla formazione della cultura. È celebre la riflessione attribuita al califfo Omar quando venne interpellato sulla sorte dei rotoli: “Che fare di queste migliaia di volumi? Bruciarli” – rispose Omar – poiché delle due cose l’una: “o essi dicono le stesse cose del Corano, e allora sono inutili, o dicono il contrario e allora sono dannosi[62].

 

Verso il 660 i legni musulmani contrastano quelli bizantini e conquistano Cipro, indi Rodi, poi fanno vela per la Sicilia. Costantinopoli nel 668 è assediata e nel 673 circondata con un blocco che durò quasi 5 anni.

Nel 670 partono le spedizioni contro i Berberi che vengono massacrati a più riprese fino alla loro completa sottomissione, e già nel 681 con uno slancio formidabile viene raggiunto l’Atlantico. Cartagine cade in modo definitivo nel 698 e ad essa viene sostituita ben presto una nuova capitale, Tunisi, il cui porto della Goletta diventerà la grande base dei pirati barbareschi del Mediterraneo. Nel 675 gli arabi attaccano la Spagna, ma sono respinti dalla flotta visigota. Nel 711 settemila Berberi del Marocco, convertiti all’Islam e infervorati dalla jihâd, al comando di Tarik attraversano il mare e si lanciano alla conquista della Spagna. Nello stesso anno sono occupate Lisbona, Cordova e tutto il sud della Spagna che gli arabi chiameranno al-Andalus. Già nel 720 i Pirenei sono varcati e tocca a Narbona di spalancare le sue porte alle nuove orde, mentre Tolosa è posta sotto assedio. Nel 725 viene occupata Carcassonne. Soltanto nel 732 si accentua la reazione cristiana che culmina nella vittoria di Carlo Martello in quella stessa piana di Poitiers dove già Clodoveo aveva un giorno sconfitto i Visigoti. Una battaglia epica narrano gli storici, nulla più di una scaramuccia marginale sostengono altri storici[63]. Nel frattempo ad Akroinos, in Asia Minore, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico (l’iconoclasta) infliggeva una grave disfatta alle armi musulmane, completata nel 747 col trionfo in una battaglia navale. Vittorie che fecero di Bisanzio, indomabile pur in mezzo ai disastri, il bastione che resse l’urto musulmano a Oriente permettendo così il sorgere dell’Europa di Carlo Magno e quindi lo sviluppo dei successivi luminosi secoli cristiani.

 

Poitiers fu comunque una battuta di arresto dell’espansione musulmana verso il nord della Francia e la sua deviazione verso sud, in direzione della Provenza. Avignone è espugnata nel 737 e le devastazioni si estendono fino a Lione e in Aquitania. Seguono alterne vicende, con interventi vittoriosi da entrambe le parti e nel 759 le posizioni in Provenza si definiscono: gli arabi possono contare sulla roccaforte di Fraxinetum (paese dei frassini o Frassineto)[64] dalla quale per quasi un secolo si irradieranno le scorrerie piratesche lungo i litorali dove le campagne “furono devastate in modo abominevole”[65] e verso l’interno, lungo i passi alpini, risalendo il corso del Rodano e saccheggiandone le sponde fino al Vallese. Il seguito è un crescendo impressionante, sembrava che nulla potesse fermare questi predoni del deserto che, abili sul mare, dimostravano di essere a proprio agio anche nelle condizioni proibitive del clima alpino. Vengono attaccati i pellegrini, l’abbazia di Novalesa in val di Susa è devastata e arsa, viene imposto un pedaggio ai viandanti che si avventurano attraverso il passo del San Bernardo. Nel 972 viene addirittura rapito l’abate di Cluny per il quale è richiesto un forte riscatto. Solo una lega di principi francesi porrà fine alla loro presenza sui colli alpini e appenninici con la distruzione di Fraxinetum. Nel 997 in Spagna il califfo di Cordova ‘Abd al-Rahman III si spinge fino in Galizia radendo al suolo San Giacomo di Compostella e lasciando in piedi solo la tomba dell’apostolo.

 

In Asia la conquista araba è ancor più prodigiosa e impressionante: le armate musulmane già nel 651 – a soli 30 anni quindi dalla morte di Maometto – straripano nella Persia il cui impero viene prontamente sottomesso, raggiungendo Kabul nel 664. Nel 710 il potere dei califfi si allarga ai protettorati cinesi della Fergana e della Sogdiana (oggi Uzbekistan e Kirghizistan) con le città di Samarcanda e Buchara, quest’ultima già conquistata nel 328 a.C. da Alessandro Magno, mentre nel 711 l’Indo era superato, il Sind sottomesso e la via verso l’India aperta. La battaglia del 751 sul fiume Talas, nell’odierno Kirghizistan, vide la rovinosa sconfitta dell’esercito imperiale cinese della dinastia T’ang e la morte di uno dei suoi più valenti generali, ad opera di due eserciti coalizzati: quello arabo della guarnigione sogdiana assieme a quello turco del Turkestan occidentale costituito da nomadi fieramente anticinesi.

 

La battaglia di Talas permise agli arabi di estendere la loro influenza sull’Asia centrale e sull’importante “via della seta”, limitando quella cinese a occidente, e di giungere a contatto con una civiltà molto evoluta dalla quale essi seppero mutuare regole di governo e processi fino allora sconosciuti di cui il più famoso è la fabbricazione della carta, che trasferirono dapprima a Samarcanda e quindi a Baghdad e di lì irradiarono verso il resto del mondo musulmano e in Europa. Fu questa una delle battaglie decisive della storia che segnò però anche il limite dell’impeto arabo verso oriente, complice, verosimilmente, la grande peste che nel 742-43 imperversò dalla Cina all’Europa, desolando senza distinzione i focolari cristiani e musulmani.

 

Il califfato abbàside (749-1258), che governava il mondo musulmano dall’Iraq, nel 751 si estendeva dunque dall’Atlantico alla Cina, dal Mediterraneo ai Tropici, dalla penisola iberica ai Pirenei. Un secolo dopo avrebbe accolto massivamente nelle file del suo esercito quel giovane popolo guerriero dei Turchi[66] che già al tempo della battaglia di Talas, nella loro migrazione verso occidente, avevano incontrato gli arabi in marcia verso oriente, divenendone alleato contro i cinesi. Diventati presto la forza culturale dominante del Turkestan, gli arabi non avrebbero poi faticato a convertire i Turchi all’Islam[67]. La grande spinta del califfato verso nord fu invece contenuta dai Khazari, un popolo anch’esso di origine turca che nel 740 passò in massa al giudaismo dando origine a quella componente “orientale” dell’attuale ebraismo, più nota come “ashkenazita[68]. A sud verso l’India l’espansione si esaurì, per riprendere nel XII secolo con l’annessione del Punjab: meno di mezzo secolo dopo il sultanato si estendeva dal Sind all’attuale Bangladesh, passando per Delhi.

La lancia islamica non risparmiò neanche l’Africa nera verso cui si volse fin quasi da subito, inaugurando, è l’anno 666, un traffico di schiavi negri che avrebbe raggiunto il numero di 20.000 teste all’anno (2 milioni a secolo) che, inquadrate dai predoni nomadi, venivano instradate lungo le piste verso l’Egitto e l’Arabia.

 

 

 

La cosa ha dello sbalorditivo: come poteva un popolo di nomadi analfabeti giungere a tanto? E come poterono gli arabi rendere durevoli le loro conquiste senza essere assorbiti dai paesi di civiltà superiore che essi avevano conquistato, come era accaduto innumerevoli volte nell’antichità? Una convincente risposta è stata fornita dal grande storico belga del Medioevo Henri Pirenne (1862-1935):

Questo popolo – scrive il Pirenne – ha infranto i vecchi idoli per passare bruscamente al monoteismo più puro, e ha dei suoi doveri verso Dio una concezione di una semplicità terribile: obbedire ad Allah e costringere gli infedeli ad obbedirgli. La guerra santa diviene per esso un obbligo morale e ha in se stessa la ricompensa. I guerrieri caduti con le armi in pugno godranno le beatitudini del paradiso. Per gli altri il bottino dei ricchi sensali, che da tutte le parti circondano la povera Arabia, sarà il premio legittimo dell’apostolato militare. Non si può dubitare che il fanatismo o, se si preferisce, l’entusiasmo religioso sia stata la spinta che ha lanciato i Mussulmani nel mondo (evidenz. del riduttore) […] Nomadi e poveri, essi erano pronti ad obbedire all’ordine di Dio. Era sufficiente per loro sellare i cavalli e partire. Essi non sono come i Germani emigranti, che si portano dietro donne, fanciulli, schiavi e bestiame. Sono cavalieri abituati dall’infanzia alle razzie di bestiame ed ai quali Allah comanda di lanciarsi in suo nome a razziare l’universo[69].

Era dunque l’esaltazione della nuova fede da opporre al cristianesimo e alle religioni pagane che rendeva questo popolo inassimilabile, a differenza ad esempio dei popoli barbari che non avendo nulla da opporre alla cultura e alla religione dell’impero ne rimanevano compenetrati. Per i musulmani le loro conquiste prodigiose costituivano la miglior prova della verità contenuta nel Corano: chi avesse perso la vita nel combattimento, secondo il Corano, avrebbe avuto “una mercede grande” (Sura IV, versetto 76), il Paradiso. In realtà, annota un islamista insigne, quella musulmana fu ai suoi esordi “una religione singolarmente adatta alla mentalità di molti popoli per i quali le aspre rinunzie del Cristianesimo divenivano, di fronte alla nuova fede dilagante, esercizio troppo arduo e austero[70].

 

Singolare il metodo adottato per ottenere la conversione dei popoli sottomessi all’Islam, almeno in principio. Non era il vincitore che andava verso il vinto, ma viceversa. L’infedele, infatti, veniva considerato un essere abietto, spregevole, da ignorare e tenere in stato di umiliazione, secondo i dettami coranici (cfr. Sura IX, v. 29), privo di ogni diritto, la cui utilità poteva derivare solo da una condizione di schiavitù o dal versamento di una forte “tassa di protezione” che comportava la confisca della metà di ogni provento dell’infedele. Scrive un autore arabo contemporaneo: “Lingua, cultura, storia, testimonianza di civiltà dei popoli dhimmi furono proscritte, cancellate dalla memoria[71], respinte nel nulla […]Fu la Dhimma (= il patto di protezione che il Corano riconosce a cristiani ed ebrei nella Città Musulmana, N.d.A.) che assicurò gran parte del successo della politica di islamizzazione dei territori fuori dall’Arabia e l’estinzione progressiva dei popoli e delle culture indigene[72].

Uno stato di cose che anche oggi è solo apparentemente diverso: chi ha vissuto in paesi musulmani, infatti, sa benissimo che il cristiano è un cittadino di seconda classe, al quale è precluso ogni incarico pubblico ed è sottoposto a limitazioni sulla carriera e a imposte spesso esorbitanti. La cultura politica musulmana tradizionale, infatti, prevede per i cristiani un regime di tendenziale subalternità[73]. Basti pensare che a tutt’oggi un cristiano che risiedesse in Marocco, considerato lo stato islamico più tollerante e “occidentale” fra i paesi islamici, si vedrebbe negare dalla legge di quel paese, in virtù della sua qualità di cristiano, la cittadinanza marocchina. Solo passando all’islamismo egli diventerà un soggetto e membro dell’ummah, la comunità universale dei credenti, barriera insormontabile per l’infedele. Un’appartenenza che obbliga in coscienza gli altri membri ad accorgersi di lui e trattarlo alla pari. Ma così facendo egli dovrà recidere ogni legame col suo passato, vale a dire con la sua patria e con il suo popolo. Il diritto fondato sul Corano, cioè sulla legge islamica, (fiqh) si sostituirà a quello romano, la sua lingua diverrà l’arabo, in sostituzione del greco o del latino. Ecco il motivo per cui non era – e non è a tutt’oggi – possibile una commistione, o ancor più, un’assimilazione fra Islam e popoli con una fede diversa. Ecco uno dei motori della rapida scristianizzazione dell’Africa settentrionale: o la conversione e l’accesso ad una vita possibile, o il disprezzo e l’emarginazione.

 

Per avere un’idea dello status riservato ai cristiani in schiavitù basti pensare che quando il condottiero saraceno al-Abbâs nell’854 fece una retata di abitanti che si erano rifugiati su un colle roccioso all’interno della Sicilia, dopo cinque mesi di assedio si impadronì di 6.000 uomini validi da adibire alla coltivazione delle terre, fatto che i cronisti arabi del tempo annotarono sotto la voce di “6.000 capi”, come si trattasse di bestiame[74]. Nel corso della jihâd garante dell’equa ripartizione del bottino era l’imâm (capo spirituale) in virtù di alcuni versetti (LIX, 6-8) in cui Maometto veniva incaricato di gestirla a beneficio dell’ummah, la comunità islamica, alla quale spettavano i beni dei non credenti “restituiti” in tal modo ai musulmani. Un quinto del bottino andava all’emiro, il resto all’equipaggio e ai proprietari delle navi. È evidente che il principio della razzia si adattava perfettamente all’espansionismo islamico. Del Valle osserva in proposito giustamente che il guerriero della fede musulmano è individuato con due termini: quello di mudjahid, colui che combatte la jihâd, (da cui il plurale mudjahidûn) e quello di ghazi (o razi) vale a dire di guerriero saccheggiatore, che deriva dall’arabo ghazwa che significa razzia.

 

 

 

L’antica unità del Mediterraneo, che le invasioni barbariche avevano lasciato sussistere è sconvolta: sulle sue rive si instaurano due civiltà, ostili e inconciliabili. Il cristianesimo dell’Africa, che aveva espresso le grandi figure di un Sant’Agostino o un San Cipriano, schiere di teologi e missionari, arretra sotto i colpi del maglio islamico. Dei 286 vescovi cattolici e 279 vescovi donatisti[75] nordafricani che nel 411 si erano riuniti in sinodo a Cartagine sotto la presidenza di Aurelio (il più grande vescovo di Cartagine dopo San Cipriano) per comporre lo scisma donatista, nel 1050 non ne rimanevano che cinque residenti. Il Nordafrica era stato, di fatto, “purificato” dalla presenza cristiana grazie all’apostasia o all’esilio.

Muta anche il volto di quelle terre: ai toni dominanti di verde delle coltivazioni che i coloni romani avevano conteso al deserto spingendosi fino ai confini della Mauritania, progressivamente si sostituisce il panorama giallo della terra incolta e della sabbia. I nuovi padroni non sono agricoltori, essi non pensano che al saccheggio o, tutt’al più, ad attività nomadi come la pastorizia. L’agricoltura di sopravvivenza è lasciata agli schiavi cristiani che sempre più numerosi, razziati sulle coste della “terra lunga”, come i Saraceni chiamavano l’Italia, ma anche su quelle francesi e greche, affluiscono in Barberia.

 

Nel sud della Spagna e a Baghdad, invece, si sviluppa una civiltà più elevata, tuttavia solo modestamente profittevole per l’Europa: i popoli soggiogati, infatti, erano tutti più civili dei loro conquistatori nomadi che attinsero a piene mani alle loro civiltà, soprattutto all’ellenistica e alla persiana, assimilandole con stupefacente rapidità. “Il predominio greco, scrive ancora il Pirenne, si manifesta ancor più nel campo del pensiero. Aristotele è il maestro dei filosofi arabi, che non vi hanno però aggiunto niente di essenziale. Insomma, intellettualmente la civiltà mussulmana non ha esercitato influenze profonde sui popoli europei, e ciò si spiega molto semplicemente, sia per quanto essa mostra di artificiale, sia per il fatto che le fonti alle quali essa si è soprattutto ispirata erano per la maggior parte fonti europee[76].

Fu il contatto vivificante con queste civiltà superiori e la loro prontezza intellettuale che permise agli arabi di fare il passaggio indispensabile dallo stato di predoni a quello di amministratori di un vasto impero fino a diventare gli intermediari commerciali tra Occidente cristiano ed Estremo Oriente, con reciproci grandi vantaggi. Tutte le grandi vie marittime erano controllate infatti dai musulmani: dallo stretto di Gibilterra al mar della Cina attraverso i porti dell’Egitto che comunicano col Mar Rosso, a quelli della Siria cui facevano capo le carovaniere provenienti da Baghdad e dal Golfo Persico.

Potremmo allora riassumere dicendo che la nuova presenza islamica nel Mediterraneo comporta un rapido declino del commercio e della conseguente circolazione monetaria. L’incapacità bizantina di fronteggiare i mori, le scorrerie saracene sempre più audaci che si spingono fino al cuore della Cristianità, l’arroccamento delle popolazioni verso l’interno con l’abbandono delle fertili terre costiere sono all’origine di un diffuso impoverimento delle popolazioni. Il papa si rivolge alle potenze del tempo, essenzialmente ai Franchi e ai Longobardi, gli unici in grado di prendere le difese dell’Italia contro la minaccia saracena. Carlo Magno, approfittando delle profonde modificazioni sociali indotte dalla mancanza di ricchezza nel bacino del Mediterraneo, costituisce un Impero unicamente continentale. Di conseguenza l’asse dello sviluppo europeo si sposta per la prima volta nella storia della civiltà occidentale dal caldo clima mediterraneo alle brume del nord, verso il cuore dell’Europa.

 

Lo sviluppo delle popolazioni litoranee è arrestato, il cabotaggio declina, la paura ad affrontare il mare diventa una costante, le coste vengono gradualmente evacuate, le terre rimangono incolte e cedono il passo agli acquitrini, alla malaria e ai cinghiali. Gli abitanti, arroccati nelle zone impervie lontane dalle coste, escono dalle mura solo al mattino e rientrano all’ora dell’Ave Maria per timore di essere sorpresi dalle bande saracene che infestano le campagne alla continua ricerca di schiavi. Le coltivazioni si riducono a terre magre, spesso lontane dal borgo. La vita stentata e le malattie che imperversano provocano un calo demografico e un generale arretramento delle condizioni di vita: il minore sviluppo del Sud deve molto a questi secoli, che possiamo definire veramente tristi e bui. Basti per tutte la constatazione che la massima parte dei due milioni di schiavi deportati solo negli ultimi tre lunghi secoli della pirateria provenivano dalle coste italiane, per rendersi conto della devastazione inferta al nostro Mezzogiorno.

 

 

 

 

 

 

IL FLAGELLO DEI PIRATI SI ABBATTE SULLE COSTE E SUI LITORALI DEL MEDITERRANEO CRISTIANO: PRESSANTI APPELLI DEL PAPA ALLA CROCIATA. LO STATO PONTIFICIO SI ARMA. LE FLOTTE CRISTIANE ALL’ATTACCO.

 

 

 

 

 

 

I Saraceni conquistano la Sicilia. Roma al sacco.

 

 

 

 

 

 

Cosa accadeva nel frattempo in Mediterraneo? Ben presto tutte le sue coste riecheggiarono di un sol grido di terrore: “i Saraceni!”. Era questo il nome riservato a tribù africane arabe o berbere, nomadi e refrattarie ad ogni ordine esterno, dedite in massima parte al furto e alla rapina[77], il cui atavico istinto di predoni aveva trovato nell’Islam conforto e sostegno. Costoro avevano poco in comune con la civiltà che si stava sviluppando a Baghdad o a Cordova, dove i cristiani, i dhimmi, erano in qualche modo tollerati e lasciati vivere dietro pagamento del tributo riservato ai “popoli del Libro”, ebrei e cristiani, la jiziya.

Lo spirito di rapina e di conquista rivolto verso le terre dei Rûmi (così i Saraceni chiamavano i cristiani) non avrebbe invece più abbandonato i popoli della Barberia, in arabo “al-Maghrib” (= Ponente), – nome col quale era conosciuta la regione dell’Africa settentrionale che dai confini orientali della Cirenaica, attraverso la Tripolitania e il Marocco, si spingeva fino all’Atlantico. Per più di mille anni, affiancati verso il XIII secolo dai Turchi, avrebbe infierito soprattutto contro le popolazioni costiere indifese e gli equipaggi delle navi cristiane in navigazione.

 

Una menzione merita l’allora ricca e fertile Sicilia, attaccata la prima volta nel 652, quindi da un succedersi di spedizioni e scorrerie che fecero bottino e schiavi nel 727, 728, 732, 752, 753.

Né furono risparmiate le coste della Sardegna, della Corsica e della Provenza, passate al sacco anche ad opera dei musulmani di Spagna, al punto che Carlo Magno e papa Leone III decisero di apprestare due flotte a difesa rispettivamente dell’Aquitania e del Tirreno. Ai vescovi venne inoltre affidato il compito di guidare le milizie cittadine ad excubias, alle scolte, a pattugliare cioè le rive del mare loro più vicino per impedire gli sbarchi.

Con alterne vicende i greci bizantini cercarono di respingere o scendere a patti con gli emiri (= principi) di Tunisi riuscendo a conservare integra la Sicilia praticamente fino all’anno 827, quando un armata musulmana di 10.000 uomini e 700 cavalli sbarcò a Mazara e percorrendo la litoranea romana andò a porre l’assedio a Siracusa, col miraggio di un ricco bottino. Un’epidemia vanificò il tentativo e i musulmani dovettero ritirarsi.

Papa Gregorio IV, raggiunto da queste notizie, aveva ordinato la mobilitazione generale, rivolgendosi alle città marinare affinché corressero in aiuto dei siciliani. Una piccola flotta fu apprestata mettendo assieme i legni del papa e quelli di Pisa agli ordini del conte Bonifacio, capitano del Tirreno. Fu deciso di attaccare direttamente le basi di partenza saracene a imitazione di Scipione l’Africano che, portando ad Annibale la guerra in casa, lo costrinse a ritirarsi dall’Italia. La spedizione punitiva ebbe successo, ma i Saraceni non tardarono a vendicarsi: Nell’anno 829, distrutto il porto di Centocelle a nord di Roma, dal quale era salpata la spedizione del conte Bonifacio, misero a ferro e a fuoco la campagna romana con gravissimo pericolo per la stessa Roma. Nell’830 una flotta saracena di 300 navi con ventimila uomini a bordo pose l’assedio a Palermo, che cadde l’anno successivo: pochi i sopravvissuti, solo 3.000, 60.000 i morti.

 

Palermo diventava ben presto un trampolino di scorrerie verso l’interno, in un susseguirsi di devastazioni, saccheggi e conseguente abbandono delle terre da parte delle popolazioni. Chi non muore di inedia colpito dalla carestia, cerca scampo all’interno nelle zone meno accessibili.

In Adriatico la flotta di Venezia subisce un pesante rovescio a Taranto e viene inseguita fino in Istria, dove i musulmani mettono a ferro e a fuoco l’isola di Cherso. Ancona è devastata e data alle fiamme nell’840, cadono nel frattempo Messina e Ragusa, grazie al tradimento dei napoletani. Bari è occupata e devastata nell’842. Nell’840 le schiere musulmane saccheggiano Roma raggiungendo San Pietro sul Colle Vaticano e san Paolo fuori le Mura. Gli altari diventano mangiatoie per i cavalli. Di passata ricordiamo che fu nel 845 che un capo musulmano, El Mutawakil, precorrendo i nazisti di molti secoli, impose agli ebrei di portare un abito giallo e furono ancora gli arabi a inventare il ghetto (mellaha) per gli ebrei del Marocco nel 1434, con un secolo di anticipo su quello di Venezia[78].

E giunse l’infausto 846 che vide giungere ammassarsi alle foci del Tevere ben 73 legni saraceni con trentamila guerrieri fra arabi e mori[79]. Risalito il fiume a bordo di imbarcazioni, e distruggendo tutto quello che loro si presentava, condussero nuovamente i loro cavalli a pascolare in San Pietro, mentre i predoni danzavano davanti al grande altare. Grande fu il bottino di tesori che, donati da re e imperatori, adornavano il principale tempio dei Rûmi. Né diversa fu ancora una volta la sorte toccata a San Paolo fuori le Mura e alle altre chiese raggiunte all’esterno della cerchia urbana. Fu allora lo stesso popolo a reagire, sull’onda dello sdegno per la profanazione delle tombe degli Apostoli, assalendo da ogni direzione i Saraceni, che a malapena riuscirono ad aprirsi un varco verso sud. Ritirandosi in direzione di Benevento devastarono e massacrarono tutto il possibile; Fondi, Terracina, Formia vennero devastate e incendiate e Gaeta fu cinta d’assedio.

 

Il Mediterraneo era un mare molto trafficato e sonoro e le notizie circolavano con grande rapidità: messi al corrente del rovescio subito in Africa e in Sicilia i capi arabi si volsero febbrilmente all’apprestamento di una flotta per impadronirsi definitivamente di Roma. Papa Leone IV intanto non attendeva passivamente, ma provvedeva a far apprestare macchine da guerra, mobilitare e addestrare alle armi gli uomini validi, non disdegnando di porsi alla testa della flotta che era riuscito a congiungere fra Napoli, Amalfi e Gaeta. Profilandosi lo scontro navale Leone IV celebrò la Messa invocando forza “per i campioni cristiani che stanno per difendere una causa giusta e santa”, e movendo contro l’armata islamica la sbaragliò di fronte ad Ostia. Le migliaia di prigionieri mori furono adibite alla costruzione di una nuova cinta muraria a protezione della città, cinta che venne terminata nell’852 e prese il nome di “Città Leonina” in onore del coraggioso Pastore.

La tranquillità non era proprio più di casa sui litorali italiani: nell’869 veniva infatti assalito San Michele al Gargano e i chierici e i fedeli sopravvissuti si ritrovarono schiavi ai remi delle fuste saracene, nell’870 i musulmani sbarcarono a Ravenna saccheggiando S. Maria in Classe, nell’871 fu la volta di Grado, mentre l’incendio di Comacchio tingeva a distanza il cielo di sinistri bagliori. Nell’878 il baluardo greco di Siracusa crollava in un bagno di sangue di 4.000 greci. Nell’885 i Saraceni assalgono Montecassino, uccidono i monaci, scannano l’abate presso l’altare e bruciano il monastero, le cui rovine rimasero tali per vent’anni a testimonianza del loro passaggio.

 

Il calvario della Sicilia e delle città costiere continuava. Nell’882 i bizantini vennero nuovamente sconfitti da un capo saraceno che inviò all’emiro di Palermo il simpatico omaggio di 3000 teste su altrettanti bastoni. Reggio venne assalita a più riprese: nel 901 i Saraceni vi fecero 17.000 schiavi, nel 950 venne nuovamente assalita e saccheggiata, nel 952 vi si costruì in centro una moschea con minareto, nel 977 fu depredata per la terza volta e nell’XI secolo subì l’oltraggio del saccheggio delle sue chiese e della deportazione delle monache negli harem di Siracusa.

 

Le descrizioni rese dai cronisti del tempo del passaggio dei predoni saraceni sono assimilabili a quelle di un catastrofe naturale: alberi tagliati, messi incendiate, case e villaggi dati alle fiamme dopo essere stati svuotati dagli abitanti validi. Nessuno poteva sentirsi sicuro. I principi cristiani, in perenne lotta fra loro, non riuscivano a trovare la via di un’azione comune per far fronte ad un nemico particolarmente efferato e ubiquitario. Solo il papa, per la superiore autorità e il rispetto sacrale della sua figura riusciva ad imporsi super partes. Egli sollecitava con insistenza l’imperatore, inviava missive, scongiurava, e quando non giungeva risposta, non esitava a intervenire di persona alla testa della sua flotta, come fece Giovanni VIII nell’877 a Terracina, infondendo nei combattenti il coraggio e la determinazione per combattere e debellare i mori.

 

Grandi figure morali, alieni dai moderni bolsi buonismi, questi papi erano dominati dalla loro missione di tutela del gregge, anche col ricorso alle armi quando la minaccia era portata alla vita stessa della comunità: erano ben consci, infatti, che suppliche, patti, doni, non avrebbero mai sortito effetto alcuno su predoni adusi a razziare e a uccidere. La scelta di Giovanni X, che nel 916 cavalcava su un destriero bianco alla testa di un armata italiana di varia composizione e provenienza, deciso a distruggere il covo saraceno del Garigliano che si era conquistata la fama di invincibilità – impresa che lo spirito moderno censurerebbe senza remissione incurante dello scherno e del disprezzo, oggi come allora, dell’impermeabile mondo musulmano – in quel momento era invece l’unica forma praticabile di carità. Stretti attorno a quella bianca figura, che li coagulava al di là delle eterne dispute e delle differenze che li separavano, in nome della sopravvivenza stessa della propria fede e della gente che rappresentavano, i combattenti stravinsero.

 

Fu l’esito di una vera e propria crociata, che ebbe come conseguenza la liberazione per un lungo periodo del centro-sud dell’Italia dalla piaga del ladroneccio e del rapimento dei cristiani da parte dei Saraceni.

Lo spirito modernista dominante nella Chiesa e che si esprime nell’oblio, quando non nel pubblico rinnegamento del passato cristiano, non cessa di proclamare ignominiosa la presenza militare della Roma papale nella sfera del temporale, sorvolando con disinvoltura su contesti storici e realtà calamitose che impedivano alla società cristiana non solo quella libertà di coscienza oggi così altamente osannata ed invocata per ogni falsa religione (incluso il satanismo, perfettamente legale negli Stati Uniti), ma anche la sua stessa sopravvivenza. L’irruzione della Chiesa nel temporale, in questi casi, discendeva invece unicamente dal suo ruolo di massima autorità del Cristianesimo, status che agli occhi del mondo islamico equivaleva ad un’equiparazione a capitale dell’Occidente, con tutte le immaginabili conseguenze. Un ruolo, peraltro, al quale i pontefici di allora e quelli che seguirono fino al Vaticano II, mai si sottrassero, come fu pienamente confermato nella giornata di Lepanto, costantemente celebrata per secoli con la massima solennità dalla Chiesa.

 

 

 

I cristiani non possono far galleggiare sul mare neanche una tavola”, scriveva il grande storico arabo di Tunisi Ibn-Khaldun[80] commentando quel periodo. La navigazione commerciale, gli scambi con l’Oriente erano, di fatto, interrotti; il Mediterraneo andava lentamente suddividendosi in due bacini, uno dal Golfo del Leone alla Sicilia con porti e città progressivamente abbandonati, l’altro, quello orientale bizantino, dove il commercio marittimo ancora prosperava, con un canale di collegamento con Venezia che si estendeva lungo la Grecia e l’Adriatico[81].

A tutto questo si aggiungeva un processo di vero e proprio trasferimento coattivo di massa delle popolazioni litoranee verso la Barberia, i cui “bagni” rigurgitavano di schiavi, e l’infamia delle giovanette costrette a prostituirsi negli harem dei notabili musulmani aveva spinto la misura al colmo. Fu ancora una volta il papa a chiamare alla crociata: nel 1087 Vittore III riuscì a smuovere una moltitudine di combattenti e unire alla squadra delle navi pontificie le ben più motivate Repubbliche marinare, che si vedevano soffocare nella loro vitale attività commerciale dalla chiusura del mare ad opera dei pirati saraceni.

 

Una flotta di 300 navi di Genova, Pisa, Amalfi, unite in lega alle squadre pontificie e calabresi con 30.000 combattenti a bordo si abbatté come una valanga sulla costa africana, espugnando la città di Al-Mahdia e spezzando le catene a migliaia di schiavi. Animati da una terribile sete di vendetta, i legati saccheggiarono e fecero bottino di tutto quello che capitava loro sotto le mani, indi, riscosso un forte tributo dall’emiro Tamîm, si reimbarcarono e, conducendo con sé le molte migliaia di schiavi liberati fecero vela verso i porti di origine, dove vennero accolti con grandi feste, processioni di ringraziamento e suon di campane.

Ma la minaccia viene stornata solo per un breve periodo: con la conquista di Noto del 1091, infatti, i Saraceni si impadroniscono di tutta la Sicilia. Altre volte è magari una sola Repubblica marinara che parte in crociera contro i mori, come fu il caso di Pisa che nel 1113 bandisce in tutta la penisola una “Crociata d’Occidente” di 300 navi e 40.000 combattenti che l’anno successivo, con i principi francesi e spagnoli alleati dell’ultima ora, espugnarono e rasero al suolo la roccaforte musulmana di Maiorca nelle Baleari, insidiosa base di partenza delle scorrerie dei ladroni in Tirreno.

 

La situazione in Sicilia migliora con l’arrivo dei Normanni che la sottraggono completamente al dominio arabo. Morto Ruggero, il re normanno che pur nutriva simpatia per gli arabi e per l’Islam, i Saraceni, insediati in Sicilia ormai da più di due secoli si sottomettono a fatica, suscitando sommosse spesso sanguinose, al punto che Federico II ordinerà la loro deportazione in massa a Lucera, in Puglia, città che si trovò popolata da una maggioranza di musulmani. Il ghibellino Federico II fece costruire per loro addirittura una moschea nel cuore di Lucera, con tanto di minareto e non trovò di meglio che far convergere il loro innato spirito guerriero al suo servizio, impiegandoli come truppe d’assalto contro i Comuni guelfi. Fedelissimi all’imperatore, i musulmani si lanciarono nelle loro temute scorrerie con puntate fino alle porte di Assisi. Morto Federico II essi passarono a servizio di Manfredi, cadendo a migliaia nella battaglia di Benevento del 1266 contro gli Angioini.

Situazione permanentemente critica e minacciosa era quella del mare e delle riviere: i pirati barbareschi, fatti sempre più audaci grazie all’incapacità di organizzare ubiquitariamente la difesa del naviglio e delle coste e giocando sul timor panico delle popolazioni, vivevano ormai praticamente dei proventi delle loro rapine e del riscatto degli schiavi. Contro di essi si cimentarono anche re come Luigi IX di Francia il Santo, che, sensibile ai continui appelli di soccorso che giungevano fitti da ogni direzione, sbarcava a Tunisi alla testa di un esercito. Sfortunatamente invece dei Saraceni trovò ad attenderlo la peste che lo portò alla tomba. Attaccata dai musulmani l’armata, agli ordini del fratello del re, Carlo, coi siciliani alla testa, riesce in una battaglia sanguinosa a sconfiggere l’emiro obbligandolo a liberare le migliaia di schiavi imprigionati nei “bagni”.

 

Sul diritto di guerra applicato ai prigionieri resi schiavi ci ragguaglia il Panetta, nel suo pregevole studio sulla pirateria islamica nel Mediterraneo:

“Durante le “guerre sante” i “raîs”, ovvero i capi delle spedizioni, avevano, secondo il diritto islamico, ampia facoltà di fare dei prigionieri ciò che avessero voluto: ucciderli o rimetterli in libertà, scambiarli con prigionieri musulmani o ridurli in schiavitù, dichiarandoli raqîq (= schiavi). Il loro valore costituiva parte del bottino. All’erario (in pratica all’emiro o al governatore) spettava il quinto delle prede. Con le donne e i fanciulli non si poteva fare altro che ridurli a schiavitù perpetua, salvo eventuale riscatto”[82]. Di qui evidentemente l’interesse diretto dei reggitori musulmani, anche se ormai lontani dallo spirito di razzia che infervorava i pirati, come potevano essere i raffinati califfi di Baghdad o Cordova, a favorire in ogni modo la pirateria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SECONDA INVASIONE ISLAMICA: COSTANTINOPOLI E OTRANTO. IL SECOLO XVI E IL GRANDE CICLO DELLA PIRATERIA TURCO-BARBARESCA. PIRATI TURCHI ASSALGONO LE NAVI PORTOGHESI NELL’OCEANO INDIANO. MALTA, CIPRO, LEPANTO, TAPPE DI GLORIA E DI SANGUE IN DIFESA DELLA CIVILTÀ CRISTIANA.

 

 

 

 

 

 

Questo capitolo deve molto al libro del colonnello Rinaldo Panetta “Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum[83], un’opera corredata da ricca documentazione, scritta col rigore e il necessario distacco dello storico, ma non per questo meno ricca di passione e avvincente per il lettore.

Narra dunque il Panetta che il grande ciclo della pirateria turco-barbaresca prese il suo avvio nella seconda metà del XV secolo, un secolo che si sarebbe tosto annunciato drammatico per la Cristianità. È con la caduta di Costantinopoli ad opera di Maometto II nel 1453 che lo stesso, secolare termine di Saraceni cade in disuso lungo le tormentate coste della “lunga terra” italiana, sostituito da quello di Turchi e Barbareschi. La loro pressione diventa ognor più schiacciante nel quadro di una strategia che punta direttamente, dopo la caduta della Roma d’Oriente, alla conquista di quella – ben più pagante in quanto avrebbe sancito il trionfo del credo musulmano – di Occidente. In un quadro di predominio quasi assoluto sul mare, Maometto II tenterà di inserire il suo progetto di una manovra a tenaglia per calare sulla capitale del cristianesimo dal nord, attraverso l’Ungheria, e dal sud provenendo dal mare.

 

 

 

La conquista di Costantinopoli e il tentativo di Otranto

 

 

 

 

 

 

Nel 1452 Costantinopoli era una città circondata da due ordini concentrici di poderose cortine turrite alte tredici metri, di quattro metri di spessore la prima e due la seconda, precedute e inframmezzate di profondi e ampi fossati. Nello stesso anno Maometto II giunse nel Bosforo dall’Asia Minore alla testa di una flotta di una trentina di navi e di 50.000 armati ponendo un blocco navale e terrestre e dando l’avvio ai preparativi per l’assedio. Il Sultano sapeva benissimo che Bisanzio sarebbe stato un osso durissimo e aveva preso le sue precauzioni. La speranza di espugnare la città riposava infatti soprattutto sulle artiglierie, senza le quali non sarebbe stato possibile avere ragione delle inattaccabili mura. Fu un ungherese rinnegato, tale Urban, a mettere a disposizione del Turco, dietro lautissimo ingaggio, le sue notorie abilità di costruttore di bombarde. Alla fine di quell’anno la fusione della prima bombarda era terminata. Essa, lunga fra i sei e i sette metri e con un peso di qualche decina di tonnellate, aveva un calibro terrificante (fra gli 800 e i 1.200 millimetri) ed era in grado di lanciare sfere di granito del peso di cinquecento chilogrammi.

A fronte di circa 10.000 soldati bizantini schierati a difesa delle mura, Maometto II spiegò in ordine di battaglia su un’area relativamente piccola, un esercito mai visto di 150.000 soldati e 8.000 giannizzeri, fortemente armato e motivato, col supporto di 3 gigantesche bombarde, una cinquantina di pezzi di artiglieria fra grandi e medi e circa 500 pezzi di piccolo calibro. Il 12 aprile 1453 tutte le bocche da fuoco iniziarono la loro opera di devastazione, mentre sul mare appariva l’intera flotta turca forte di 300 legni a bloccare la città da ogni lato. Insistenti e ripetute le ondate di assalto si alternarono ai cannoneggiamenti, regolarmente respinte con gravissime perdite dai greci. A un certo punto scoppiò anche una delle gigantesche bombarde uccidendo, fra gli altri, anche il rinnegato che l’aveva fusa ai danni dei suoi antichi correligionari. Il 28 maggio, dopo 55 giorni di assedio, i giannizzeri riuscirono finalmente a penetrare le difese in un punto sul quale Maometto II fece tosto convergere il fuoco di efficacia di tutta la sua artiglieria, lanciandovi all’assalto 30.000 uomini che, fatta collassare la difesa organizzata, dilagarono nella città.

 

La massima efferatezza venne praticata sulla popolazione civile secondo il collaudato schema musulmano di crearsi una fama di temibile ferocia per incutere timore alle località limitrofe[84]. Tutti i personaggi di corte furono giustiziati e a migliaia i cristiani furono sgozzati. Più di 50.000 greci sopravvissuti furono venduti come schiavi a titolo di risarcimento bellico. A tre soli giorni dalla caduta della città la preghiera musulmana del venerdì venne recitata nella cattedrale di Santa Sofia, trasformata immediatamente in moschea dopo essere stata ripulita dal sangue di 4.000 nobildonne ivi poste al riparo. Le due massime potenze navali dell’epoca, Genova e Venezia, sorde agli appelli angosciati del papa e timorose piuttosto per i loro interessi in Oriente, cercarono invece di accaparrarsi la benevolenza del vincitore, ma “i due legati (genovesi, ma anche i veneziani non ebbero sorte migliore, N.d.A.) se ne tornarono indietro senza aver potuto ottenere nulla e a stento poterono ridursi in salvo[85].

 

Il Cardinale Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, in un’accorata lettera del 23 settembre 1453 rendeva scoperte le intenzioni del Sultano di assalire l’Italia scegliendo “come punto di transito il tratto da Durazzo a Brindisi”, previsione che si sarebbe presto rivelata esattissima.

 

 

 

La testa di ponte musulmana in vista di una massiccia invasione in direzione di Napoli e quindi di Roma era stata individuata in un porto di discreta grandezza, prossimo ad una spiaggia con grande facilità di sbarco, situato nel limite inferiore dell’Adriatico, a poca distanza dalla base turca di Valona, Otranto appunto. In realtà Otranto non fu nulla di tutto questo, riducendosi solo a una grossa razzia episodica, non sfruttabile per ulteriori sviluppi strategici, principalmente a causa dell’intempestiva mancanza di risorse turca e dell’imperfetto controllo di quella parte del mare, tenacemente difeso dai Veneziani.

Una flotta turca di 150 navi recanti a bordo 10.000 armati, cavalli, artiglierie e munizioni, con un equipaggio altrettanto numeroso si presentò dunque davanti alla costa il 28 luglio 1480 proveniente dalle coste albanesi, sbarcando in un luogo deserto a parecchi chilometri dal borgo di Otranto. Furono compiute fulminee scorrerie nell’entroterra che fruttarono 2.000 schiavi e venne quindi posto l’assedio alle mura di Otranto, battendone all’interno le abitazioni con le bombarde. La gente, intimorita dal cannoneggiamento, corse a rifugiarsi sotto la robusta volta della cripta del Cattedrale. Il 12 agosto la città capitolava ed ebbe inizio l’usuale strage, l’arcivescovo fu squartato, tutti i sacerdoti sorpresi nella chiesa trucidati.

 

Il Muratori parla di 10.000 morti complessivi, anche se altre fonti ritengono questa cifra eccessiva e tendono a ridurla. Certissimi sono invece gli 800 martiri giustiziati sul vicino Colle della Minerva per non avere abiurato la fede cattolica posti di fronte alla scelta fra Islam o la morte. Per Ahmed Pascià, il comandante del contingente turco, quell’abiura sarebbe stata importante, un’ottima carta da presentare al Sultano potendosi in tal modo presentare la costituzione di un’enclave musulmana in terra pugliese che avrebbe non poco favorito le successive operazioni di conquista.

 

 Del resto l’uccisione di uomini e donne validi in caso di rifiuto alla conversione cozzava con la prassi corsara che vedeva della schiavitù una fonte di sicura remunerazione; inoltre essa avrebbe reso assai impopolare lo stesso Ahmed Pascià presso i suoi predoni. Ma la determinazione degli idruntini e l’appello radicale esatto da quella religione invocata a giustificazione dei loro misfatti, obbligarono il Pascià a mantenere la sua promessa. Un prete rinnegato fu l’interprete turco che pose il tragico e ingiurioso dilemma, e un calzolaio, Antonio Primaldo, anima della resistenza al turco, si fece portavoce dello sdegnoso rifiuto comune ad abbandonare la fede dei padri, dichiarando di preferire la morte a simile ignominia. Furono tutti giustiziati, mentre si confortavano e si esortavano a vicenda concludendo la loro umile esistenza chi decapitato, chi confitto negli occhi con frecce e verrettoni.

Emblematica la sorte del carnefice turco Berlabei che, alla visione del miracolo di Antonio Primaldo, rimasto in piedi senza testa fino al termine della strage, proclamò di volersi fare cristiano e per questo fu immediatamente impalato. Atrocità tipica della barbarie corsara musulmana che non esitava a destinare al supplizio i prigionieri più deboli, maschi o femmine, al momento stesso della loro cattura: fu il caso di Otranto, ma anche di Vieste nel 1557, dove vecchi e inabili vennero decapitati in massa, di Sorrento nel 1558 quando i Turchi la desertificarono assieme a Massa Lubrense, uccidendo tutte le persone di età avanzata[86], mentre 4.000 fra giovani, donne e monache prendevano la via della schiavitù. E ancora Manfredonia, dove venne operata una strage “selettiva” dei superflui, i vecchi e gli infermi, mentre – narrano le cronache manoscritte dell’epoca – venivano sterminati “sbattendo la testa al muro i più piccioli bambini ed appiccando dopo morte negli architravi e pennate delle Botteghe le donne vecchie[87].

 

 

 

 

 

 

La pirateria musulmana nel secolo XVI. La reazione cristiana. Rovesci dolorosi e strepitose vittorie: le Gerbe, Malta, Cipro, Lepanto.

 

 

 

 

 

 

 Rilevano i cronisti dell’epoca che fra il 1470 e il 1500 il Mediterraneo era così infestato di navi pirate che ben difficilmente una nave uscita dal porto giungeva a destinazione, riuscendo a sfuggire all’inseguimento, e quindi all’abbordaggio dei predoni che stavano in agguato.

La presenza dei Turchi al fianco dei Barbareschi comportò un infittirsi degli attacchi alle coste e ai legni cristiani in navigazione, dai quali non furono immuni nemmeno l’Atlantico e l’Oceano Indiano. Iniziarono ad essere sistematicamente rapinate, infatti, le coste della Normandia[88], della penisola iberica, del Portogallo, con intercettazione delle navi spagnole e portoghesi che provenivano dal Nuovo Mondo cariche di ogni ricchezza. Né miglior sorte era riservata alle navi portoghesi lungo le rotte oceaniche verso l’India.

 

Nel 1534 i raîs turchi (i comandanti delle navi pirate), fino a quel momento in azione, al pari dei Barbareschi, “in proprio”, pur sotto la protezione della “Sublime Porta”, alla quale, peraltro, non facevano mancare il costante omaggio di schiavi e ricchezze predate, diventano corsari per conto del Sultano con l’ordine di seminare panico e terrore nel Mediterraneo contro “quei cani di infedeli”. Ammiraglio della flotta turca fu nominato Kair-ed-Din soprannominato il “Barbarossa”, figura temuta e terribile per la sua leggendaria ferocia, predone senza concorrenti nel XVI secolo. Alla testa di 80 galere da guerra egli dunque sbarca mettendo a ferro e fuoco le coste di Sicilia, Calabria, Campania, razziando donne, bambini e schiavi, spingendosi fino ad Ostia da dove minaccia Roma. In nessun luogo i cristiani dovevano essere lasciati in pace e le coste spagnole non facevano eccezione, flagellate e sconvolte di continuo. Solo quelle francesi erano relativamente tranquille, grazie alla posizione della Francia, praticamente alleata dei Turchi, in funzione antispagnola, un’ “empia alleanza” che faceva gridare allo scandalo la Cristianità.

 

Ciononostante le coste provenzali erano sì risparmiate, ma le navi francesi sorprese al largo venivano regolarmente abbordate e saccheggiate. Una gelosia, quella di Francesco I nei riguardi degli Asburgo, che avrebbe procurato infiniti lutti alle popolazioni rivierasche dell’Italia e della Spagna, nuocendo, in definitiva, gravemente alla causa della Cristianità e dell’Europa. Francesco I, infatti, sapendo di non disporre di forze sufficienti a contrastare la potenza spagnola si era rivolto a Solimano per aiuti proponendogli una vera e propria alleanza militare. Si trattava, per il Sultano, di riprendere il disegno di Maometto II. Mentre l’esercito francese avrebbe inchiodato le truppe imperiali nel nord della penisola, i turchi avrebbero invaso i domini spagnoli del sud. Era sottinteso che poi il Sultano avrebbe marciato su Roma. Di qui l’entusiasmo col quale il Turco accettò, forte delle sue vittorie che l’avevano visto battere gli ungheresi nella battaglia di Mohács nel 1526, e tre anni dopo cingere d’assedio Vienna.

 

Questi accordi mostrano a quale livello erano cadute le nazioni cristiane. La Guerra dei Cent’anni, il Grande Scisma, le eresie di Lutero e Calvino, le guerre intestine in Inghilterra, in Italia, le guerre di religione avevano fatto perdere agli uomini e ai loro capi il senso del servizio a Dio come primo dovere (“Dieu premier servi”).

Narrano dunque le antiche cronache che il Mediterraneo nel 1539 potesse ormai considerarsi dominio assoluto degli agguerriti legni pirati: le bandiere verdi e rosse con la mezzaluna (rispettivamente la corsara e la turca) sventolavano ovunque. La misura era tuttavia giunta al colmo: nonostante la presenza ininterrotta lungo i litorali di rocche e torri di guardia, fra di loro collegate, con le milizie a pattugliare i tratti sensibili di costa e le flotte che vigilavano senza interruzione al largo, le incursioni si susseguivano con precisione e con gran danno per le popolazioni. I pirati disponevano da sempre di un servizio di informazioni di prim’ordine: erano infatti puntuali in occasione di feste paesane in località costiere con grande concorso di persone o in occasione dell’ammassamento dei raccolti o della trebbiatura del grano. Erano spesso i transfughi della fede cattolica, inseriti nella corsa barbaresca attratti dalle occasioni di rapidissimo arricchimento, che conoscevano perfettamente i dettagli della costa di provenienza, gli usi e le risorse del retroterra. Vi furono anche due tentativi di impadronirsi del Papa, del cui passaggio erano stati messi al corrente da spie al soldo del turco.

 

 

 

Nel 1535 papa Paolo III e l’imperatore Carlo V, posti di fronte ad una situazione ormai insostenibile, e pressati dagli appelli che provenivano da ogni direzione, indissero una vera e propria crociata per la liberazione del mare e delle coste dai pirati, ma soprattutto per quella degli schiavi cristiani deportati nei “bagni” del Nordafrica, dai quali giungevano notizie terrificanti. Le 12 galere pontificie che pattugliavano il Tirreno dall’Argentario al Circeo andarono ad aggiungersi alle 79 galere e caravelle della flotta spagnola, portoghese, maltese, siciliana, napoletana e genovese che, assieme a 200 navi onerarie, adibite al trasporto delle artiglierie e relative munizioni, delle fanterie e del loro vettovagliamento, furono poste al comando dell’ammiraglio genovese Andrea Doria. Se la flotta era comandata dal Doria, Carlo V in persona guidava la spedizione che mosse direttamente alla conquista della grande base barbaresca di Tunisi, dalla quale partivano le temutissime scorrerie dei pirati dagli impronunziabili nomi di Barbarossa, Dragût, Cacciadiavoli o Assan Agà.

 

Quest’ultimo, nipote di Dragût, era un veneziano apostata, raîs particolarmente crudele con i cristiani[89], che fra i suoi tremila schiavi avrebbe annoverato anche Miguel de Cervantes, catturato nella battaglia di Lepanto e tenuto nei “bagni” in attesa di riscatto per tre lunghi anni. Andrea Doria aveva allora settant’anni e nonostante l’età era un condottiero e uno stratega vigoroso, severo e amato dalle sue truppe[90]. Tutti ricordavano come nel 1532 non avesse esitato a far impiccare alcuni suoi soldati che, durante una campagna in Egeo, avevano derubato e violentato alcune donne turche. Carlo V, che aveva percorso a cavallo i campi di battaglia di tutta Europa sempre alla testa delle sue truppe, aveva concertato l’azione in modo da distruggere in un sol colpo la flotta del Barbarossa e impadronirsi di Tunisi. Conquistata l’isola fortificata di La Goletta dirimpetto a Tunisi, 30.000 combattenti italiani, tedeschi, spagnoli e portoghesi posero l’assedio alla città bombardandola da terra e dal mare. Il racconto fatto dal Panetta è dei più avvincenti e ad esso rimandiamo il lettore non potendo qui appesantire troppo la narrazione[91].

 

Ci limitiamo ad annotare che i 10.000 schiavi cristiani, avuto sentore di quel che stava accadendo, guidati da un cavaliere di Malta piemontese, Paolo Simeoni, rotte le catene, uccisi i custodi e impadronitisi delle loro armi, dilagarono per la città salendo sulle mura da dove agitavano bandiere bianche all’indirizzo degli assalitori. Il 21 luglio 1535 Carlo V entrava in Tunisi. Barbarossa, Assan Agà, il Giudeo, il Cacciadiavoli e altri pirati si erano nel frattempo volatilizzati col loro seguito verso il deserto, mentre si scatenava incontrollata la vendetta degli ex schiavi e delle truppe sui loro aguzzini e sulla popolazione musulmana. Trentamila abitanti perirono e diecimila furono a loro volta tratti prigionieri. Un massacro e un saccheggio che, se pure parzialmente giustificato dal livore che quella gente recava nell’animo per le malefatte secolari dei pirati, “non tornò a onore del nome cristiano[92]. Tunisi verrà poi definitivamente riconquistata nel 1574 dai corsari algerini guidati dal celebre rinnegato calabrese Ulugh Alì, più noto come Luccialì.

 

Come accade in questi casi furono offerti ottimi motivi a Barbareschi e Turchi per la vendetta. Ed essa non si fece attendere al punto che nel 1541 Carlo V dovrà organizzare un’altra imponente spedizione, questa volta verso Algeri, dove giunge con 71 galere e 300 navi da carico il 20 ottobre, nonostante nel frattempo il Gran Sultano, con un poderoso esercito, stesse dilagando in Ungheria e avesse posto l’assedio a Buda. Sulle navi c’era anche il conquistatore del Messico Ferdinando Cortez accompagnato dai due figli. Ma questa volta la fortuna non arrise alle armi cristiane: lo sbarco avvenne sotto la pioggia battente e la marcia di avvicinamento poté procedere solo con grande fatica a causa degli attacchi dei Beduini e del fango. A ciò si aggiunga che le polveri, le corde e le micce si bagnarono, rendendo di fatto inservibili i cannoni. Carlo V ordinò il reimbarco, mentre i musulmani si scatenavano e il mare sembrava impazzito sotto la sferza dell’uragano. Andarono perdute 150 navi e migliaia furono le vittime che perirono tra i flutti.

 

Le conseguenze per l’Europa furono terribili e il plurisecolare flagello della pirateria subì una vistosa impennata. Le flotte turco-barbaresche, approfittando del grave rovescio delle armi cristiane, nella certezza che nessuno avrebbe potuto arrestarle, si scatenano con temerarietà e aggressività sempre maggiori piombando, al comando di Barbarossa nel 1542 su Reggio e mettendola a ferro e a fuoco[93]. Il pirata sale poi fino a Marsiglia, dove è accolto con tutti gli onori dai francesi, nonostante i suoi legni fossero pieni di schiavi cristiani al remo, per congiungersi con la flotta francese. Le due flotte si rivolsero a bombardare Nizza, dominio di un alleato di Carlo V, cingendola d’assedio. La città ben presto capitolò. Rimaneva una fortezza, quella dei Cavalieri di Malta[94] che fra i suoi difensori aveva quel Paolo Simeoni che si era posto alla testa della rivolta degli schiavi di Tunisi. Barbarossa lo sapeva perfettamente e rivolse tutta la sua forza ad espugnarla. Ma invano.

 

Quando giunse però la notizia che Andrea Doria stava per mettersi in mare con le sue galere in soccorso gli alleati, levato l’assedio fuggirono precipitosamente. Furente il Barbarossa ridiscese con una flotta di 150 navi dalle riviere della Liguria, dove devastò San Remo, giù giù lungo il Tirreno fino allo Stretto di Messina facendo il contropelo alle coste e catturando dai 15 ai 20.000 schiavi, 6.000 fra Talamone e l’Isola del Giglio, 8.000 solo fra Lipari e Procida. Duecento monache vennero inviate al Sultano come regalo di donne vergini per l’harem dell’imperatore. Pianosa è distrutta e i 1.000 cristiani che la popolavano tratti schiavi. Devastazioni, schiavitù e una maggiore ferocia coi cristiani catturati – quelli catturati da Dragût venivano obbligati a suon di botte a farsi musulmani[95] – contribuiscono così ad alimentare un terrore dei pirati, che si sarebbe trasmesso per generazioni, contribuendo per almeno due secoli a creare attorno ai Turchi un alone di ferocia e invincibilità.

 

Nel 1546 “l’archimandrita dei ladroni”[96], il Barbarossa, muore di malattia a 80 anni. I Turchi lo seppelliscono con grandi onori e la sua tomba diventa subito meta di venerazione per i musulmani.

In quell’epoca lo Stato della Chiesa, pressato dall’incubo musulmano, fu costretto a cimentarsi a fondo con la guerra difensiva delle sue coste e ad acquisire una sua particolare dimensione militare. Il risultato fu di suscitare “le fortificazioni più evolute, fornendo alle generazioni successive dei tecnici del settore gli archetipi da imitare, con i debiti aggiornamenti, fino a quasi la metà del XIX secolo[97]. Le coste tirreniche e adriatiche dello Stato Pontificio ebbero così i primi forti bastionati del mondo, mentre le forze armate papaline conquistavano la supremazia numerica in Italia. In realtà il papa lavorava di concerto con Carlo V il quale, a fronte della chiusura commerciale del mare alle navi europee strette nella morsa corsara, nel 1563 decise la costruzione di un’ininterrotta catena di torri armate costiere lungo i 2.000 chilometri dell’intero perimetro marittimo del reame.

 

Un’iniziativa che solo nel Regno di Napoli avrebbe fruttato una serie di oltre 300 torri di avvistamento, ciascuna sotto la protezione dei cannoni dell’altra. In questo modo un minimo di traffico mercantile poteva finalmente riprendere, mantenendo la navigazione nell’ambito della copertura balistica incrociata delle torri. La presenza di un migliaio di torri, che non ebbe più equivalente sul pianeta – i cui interstizi erano saldati con reparti di cavalleria stanziata alle spalle dei punti nodali – iniziò la sua tranquillizzante opera permettendo persino il ritorno alla coltivazione delle fertili terre della fascia costiera, dopo secoli di abbandono per la minaccia pirata. Il rischio a quel punto veniva spostato verso i piccoli centri o, peggio ancora, le piccole isole. I frutti, già a partire dal ’600, si estrinsecarono in una contrazione irreversibile del numero di persone tratte in schiavitù, fenomeno particolarmente avvertito in centri di smistamento come la libica Tripoli, dove i mercanti di schiavi non tardarono a rivolgersi alla più remunerativa tratta dei negri catturati in Africa, che essi provvedevano ad avviare verso i bazar turchi.

 

Nel 1560, all’apogeo della potenza ottomana, una sfortunata spedizione navale cristiana composta da 47 galere, 4 galeotte e 3 galeoni, mirante a riprendere Tripoli, venne sorpresa e fatta a pezzi dalla flotta turca fatta affluire dal predone Luccialì alle Gerbe (si tratta dell’isola di Djerba, nel golfo tunisino di Gabes, l’isola dei Lotofagi di omerica memoria), un ottimo scalo strategico dove gli spagnoli avevano costruito un munito forte tenuto da una guarnigione. I morti, i feriti e i dispersi di parte cristiana furono 18.000 con 28 galere e 12 navi catturate o affondate. I Turchi, per celebrare la vittoria, eressero in zona dominante una piramide alta più di venti metri, che si poteva scorgere a distanza, accatastando teschi e ossa dei cristiani uccisi. Simile abominevole monumento venne rimosso solo nel 1846 per interessamento del console francese e di un porporato che provvide a dare degna sepoltura ai miseri resti calcinati dal sole. Qualcosa del genere accadde alle Gerbe anche nel 1605, quando il 15 agosto i pirati si impadronirono di 7 galere siciliane e 3 di Malta massacrando 1400 soldati. Seicento delle loro teste furono portate in trionfo a Tunisi, e con esse venne costruito un trofeo[98].

 

 

 

La Francia intanto continuava a lavorare contro i cristiani a favore del Turco. Nel 1563 venne riproposta al Sultano un’alleanza per spezzare il cerchio col quale Carlo V aveva chiusa la Francia, proponendo la conquista congiunta della Corsica e del Regno di Napoli.

 

Un invito a nozze per il Sultano, che non chiedeva di meglio di rinfocolare la jihâd in Italia e far sventolare finalmente le bandiere dell’Islam su Roma. Fu così che una flotta turca di 112 galere, 2 grosse navi da guerra e 12.000 fanti da sbarco appoggiati da 600 cavalieri e 5000 genieri per le opere di fortificazione, uscì dal Bosforo preceduta e scortata dalle fuste pirate. Le principali azioni furono l’assalto all’indifesa Gozo, la più settentrionale delle isole dell’arcipelago maltese, con un bottino di 6.000 cristiani, che presero la via dei bagni e l’attacco alla fortezza di Tripoli dell’odiato Ordine di Malta che venne ridotta alla resa, grazie anche agli intrighi dell’ambasciatore francese presso i Turchi per dividere i Cavalieri. L’estremo avamposto della Cristianità sulle rotte del Levante rimaneva Malta, una vera e propria spina nel fianco del Sultano, difesa da monaci guerrieri le cui galere solcavano senza posa il Mediterraneo effettuando audaci colpi di mano che fruttavano legni, artiglierie, merci e liberazione di schiavi. Dopo l’episodio di Tripoli, per la cui caduta, senza l’espresso ordine di resa del Gran Maestro dell’Ordine, il comandante della piazzaforte fu messo in prigione, a Malta si affrettarono i lavori per renderla inespugnabile, sotto la direzione di un architetto pugliese: in meno di sei mesi sorsero i poderosi forti di Sant’Elmo e di San Michele, che avrebbero rappresentato in un futuro poco lontano un baluardo sanguinoso per i Turchi.

 

Le riviere erano sempre senza pace e l’attività turco-barbaresca stava attingendo livelli terrifici: i pirati di Dragût e i francesi uniti in empia alleanza conquistavano la Corsica sottraendola al Doge di Genova, Sorrento – grazie a un tradimento – venne devastata e saccheggiata con tutta la costa fino a Torre del Greco, Minorca fu messa a ferro e a fuoco con duemila anime condotte in schiavitù, Francia, Genova e Spagna pagavano al Turco decine di migliaia di scudi sonanti per avere qualche momento di pace. Nel monastero di Yuste moriva il 9 settembre 1558 Carlo V, il martellatore dei pirati, mentre a Trento era in corso il grande Concilio. Dragût ne era informato e nel 1561 si impadroniva di una galera con due vescovi a bordo che si recavano al Concilio, una merce pregiata che avrebbe fruttato un riscatto altissimo. La sua carriera di masnadiero doveva terminare con una palla di cannone alla cui traiettoria si era avvicinato un po’ troppo nel corso dell’assedio di Malta del 1565.

Nuovi capi pirati, raîs, si aggiungevano alle trionfanti flotte turchesche e barbaresche le cui bandiere rosse e verdi con la Mezzaluna sventolavano invitte sul Mediterraneo. Essi si gettavano sui codardi “Nazzareni”, paralizzati ormai da un terrore atavico, secolare, nascosti in isole fortificate e degni perciò solo di servire e divertire i guerrieri dell’Islam. Fu un uomo di Dragût, a rinnovarne i fasti. Il suo nome era Luca Galeni, un calabrese di Cutro, borgo affacciato sul golfo di Squillace. Novizio dei domenicani, il Galeni fu catturato in gioventù dai pirati. Rinnegata la fede cattolica si inserì stabilmente nella pletora dei rinnegati assumendo il nome di Ulug-Alì Fartas, Luccialì per le popolazioni rivierasche che ben presto ne avrebbero pronunziato il nome con terrore.

 

Con spregiudicata coerenza divenne presto pirata prendendo parte al massacro dei cristiani alle Gerbe nel 1560 e assurgendo al ruolo di protagonista assoluto nelle devastanti incursioni lungo le coste liguri. Nominato pascià di Tripoli alla morte di Dragût, nel 1568 fu investito del titolo di pascià di Algeri – il centro maggiore della pirateria barbaresca del Mediterraneo – nel frattempo seminando sempre morte e terrore sulle coste dei paesi cristiani. A capo di 65 galere formò l’ala sinistra dello schieramento ottomano alla grande battaglia di Lepanto e dopo la sconfitta fu il sorprendente artefice, in pochi mesi, della ricostruzione della flotta musulmana. Efferato con i cristiani, era mite con gli schiavi, soprattutto se questi erano sacerdoti, ai quali anzi chiedeva di pregare per lui. Morì a ottant’anni nel 1587, non prima di avere eretto a Istanbul una moschea che portava il suo nome.

Assai improvvidamente, alla presenza dell’ambasciatore turco, le contrade che lo videro nascere posero a suo onore e memoria nell’aprile 1989 un busto, in località La Castella, sulla costa ionica in provincia di Catanzaro, con il beneplacito dell’Istituto Italiano dei Castelli [99].

 

 

 

 

 

 

E venne il 1564, anno in cui Solimano il Magnifico decide di farla finita con i cristiani e spazzarli definitivamente dal Mediterraneo proclamando ancora una volta la jihâd. La piazzaforte di Malta doveva essere la prima a cadere, seguita da Cipro e dalle altre fortezze soprattutto veneziane della Morea e della Dalmazia[100].

Allo scopo venne allestita una forza mai vista di 100.000 combattenti con 150 galere e navi onerarie alla quale si doveva aggiungere la flotta francese del “Re Cattolicissimo”, sempre disponibile a combattere la cattolica Spagna. A capo della flotta turchesca e degli eserciti vennero posti dei sanguinari degni di stare al fianco dei più feroci Saraceni: ad essi doveva unirsi Luccialì e gli altri raîs in uno sforzo comune.

 

Malta venne attaccata il 19 maggio del 1565, mentre a Trento si chiudeva il grande Concilio cattolico che avrebbe avviato la Controriforma restituendo identità e ordine alla Cristianità. La difesa dell’avamposto cristiano era affidata a 600 Cavalieri italiani, francesi, tedeschi e spagnoli e 4.000 fanti siciliani, toscani e marchigiani ai quali si aggiungevano 5.000 maltesi: 9.000 uomini in tutto al comando del settantunenne Gran Maestro Giovanni di La Vallette-Parisot. Il 23 giugno cade il forte Sant’Elmo: i superstiti, 200 uomini in tutto, vennero massacrati, i Cavalieri scorticati vivi o crocifissi, le teste degli sventurati furono infilzate sulle picche e fatte sfilare sotto gli occhi dei resistenti, intimando nel contempo al Gran Maestro di arrendersi per non fare la stessa fine. Ma il Gran Maestro, assai poco impressionabile, in tutta risposta fece decapitare tutti i prigionieri turchi bene in vista del campo ottomano. Asserragliati nel forte S. Michele i Cavalieri resistevano all’assalto islamico condotto con l’impiego di ogni risorsa bellica, dai bombardamenti ininterrotti di artiglieria ai guastatori con le macchine da assedio, ai “teriaki” truppe d’assalto algerine che, prima di andare al macello, ricevevano una razione di oppio.

 

Il 9 settembre Mustafà Pascià ordinava l’attacco finale. Mentre esso era in corso, una salva di artiglieria al largo annunciò l’arrivo della flotta cristiana in soccorso dei difensori e dei messi portarono la notizia di truppe cristiane che, sbarcate all’altro capo dell’isola, stavano marciando a tappe forzate verso il forte. Il capo turco, che aveva subito la perdita di più di 20.000 uomini, la metà del suo corpo di spedizione, fu costretto a togliere in gran fretta l’assedio e reimbarcarsi verso levante. Dei 9.000 difensori ne erano sopravvissuti a malapena 600, fra cui il Gran Maestro: fu una delle maggiori prove di valore dell’umanità di tutti i tempi. Cavalieri e combattenti si ritrovarono uniti al di sopra dei nazionalismi in nome della Religione, di un ideale comune contro un comune nemico, annota il Panetta[101], riuscendo ancora una volta a bloccare l’espansione musulmana verso Occidente mentre in Europa ci si stava dilaniando in lotte fratricide.

 

I Cavalieri di Malta non tardarono a passare al contrattacco. Fegatosi come nessun altro, penetrarono nell’arsenale sul Bosforo travestiti da Turchi provocando un colossale rogo di navi in costruzione e riprendendo in pieno la guerra di corsa nel Levante. Nel frattempo il Solimano in Ungheria “si sbrigava da questa vita” – per usare l’espressione colorita del Muratori, attento cronista delle vicende narrate – non prima di aver fatto uccidere il proprio figlio Mustafà per assicurare la successione all’altro figlio Selim.

 

E fu Selim II che, ripresa la jihâd, mosse alla conquista di Cipro, difesa dai Veneziani. San Pio V, rendendosi conto che Cipro sarebbe stato solo l’inizio di quell’offensiva determinante contro l’Occidente cristiano ricercata da secoli, favorì con ogni mezzo la costituzione di una Lega fra Roma, Venezia, Spagna, Genova, Firenze e Malta. Obiettivo immediato: portare aiuto a Cipro. Ma un rovescio della flotta subito ad opera di Luccialì e alcune rivalità interne impedirono che i Collegati riuscissero nel loro intento. Nel frattempo, il 9 agosto 1571 capitolava Nicosia mentre il 15 successivo toccava alla fortezza di Famagosta. Al momento della sua caduta i Veneziani, al comando di Bragadin, avevano perso 6.300 uomini, ma avevano fatto pagare uno scotto altissimo ai Turchi, che, al comando di Lala Mustafà, contarono circa 80.000 caduti. La notizia dell’orribile fine di Marcantonio Bragadin, del generale Baglioni e degli altri comandanti veneti, ai quali i Turchi riservarono il delicato supplizio della scorticatura, assieme a quella dei 15.000 massacrati fra l’inerme popolazione di Nicosia e alle deportazioni che ne conseguirono, ruppe gli indugi e fu la molla di Lepanto.

 

Ottantamila combattenti cristiani su 207 galere e galeazze al comando di don Giovanni d’Austria, ingaggiarono nel mare Jonio al levar del sole del 7 ottobre di quell’anno la lotta decisiva. Di fronte avevano 220 galere musulmane rinforzate da 60 fuste turche e barbaresche che imbarcavano un’armata equivalente. Dopo cinque ore di scontro l’armata musulmana era pressoché distrutta o catturata, Alì Pascià ucciso, 30.000 erano i caduti da parte musulmana contro i circa 8.000 cristiani. La cristianissima Francia, ancora una volta, brillò per la sua assenza, talché il suo re meritò di vedersi mutare il titolo da “le Roi Très chrétien” a “le Turc Très chrétien”.

 

 

 

Viene a tal punto da chiedersi se i perdonisti della Chiesa neoterica fossero ancora al corrente di questi episodi, quando ardivano restituire ai musulmani le bandiere catturate con tanta abnegazione e sacrificio da queste fulgide figure, o quando si chinavano a baciare il Corano, nel cui nome tante efferatezze furono compiute. Se fossero consci di invocare perdono a nome di chi, in difesa della fede, non aveva in realtà esitato ad impugnare le armi e rinunciare a tutto, anche alla propria vita. Se fossero consci che l’Islam per un millennio aveva arrestato lo sviluppo dei paesi cristiani del Mediterraneo, seminando lutti, morte e schiavitù. Viene da chiedersi se davvero ai perdonisti tutto ciò fosse apparso solo l’incapacità di violenti e prevaricatori, aggravata dall’avallo dei papi del tempo (quale differenza con oggi, invece, dove la laico-massonica Turchia invia la propria delegazione alla beatificazione di Giovanni XXIII e gli dedica pure una via a Istanbul[102]!), di confrontarsi in termini pacifici affrontando i “diversi” di allora con il dialogo e la santa democrazia, invece che con la spada e i vascelli da guerra.

 

Un confronto che agli occhi degli odierni neoterici avrebbe potuto anticipare di vari secoli i luminosi intendimenti del Vaticano II sulla dignità umana e il rispetto dell’altrui errore, spingendo tale rispetto fino alla costruzione nella Città Santa della Cristianità – dove a migliaia i martiri preferirono affrontare il fuoco, le belve e la spada, all’ignominiosa apostasia – della moschea più grande d’Europa.

Miope melassa ecumenica o tradimento deliberato?

 

 

 

 

 

 


 

 

 

IMPRESE DEGLI STEFANIANI. TRADIMENTI EUROPEI ED EPICI AMMIRAGLI. DUECENTOMILA TURCHI ALLA CONQUISTA DELL’UNGHERIA. LA COSTA ADRIATICA E LE ISOLE DEL TIRRENO DEVASTATE. ULTIMI SECOLI DELLA PIRATERIA.

 

 

 

 

 

 

Il giro di boa ebbe inizio nel 1561 con la nascita dei Cavalieri stefaniani ad opera del Granduca di Toscana Cosimo I de’Medici, un Ordine monastico con regole rigidissime, il cui solo nome avrebbe presto fatto tremare la pirateria e i suoi capi. Bandiera dell’Ordine di Malta con i colori invertiti, l’Ordine militare dei Cavalieri di Santo Stefano, con sede a Pisa, venne approvato da Pio IV lo stesso anno. A disposizione di questi monaci guerrieri che prestavano pubblico giuramento di combattere i pirati fino alla morte, venne posta una squadra di galere da corsa e da caccia con equipaggio e ciurme livornesi. Gente durissima, decisa fino in fondo, il loro impegno si esplicava pattugliando notte e giorno il Tirreno, l’inverno come l’estate, con ogni condizione di mare. La loro tecnica era quella stessa dei predoni: portare la guerra sulle coste barbaresche e turche, inseguire le navi corsare, serrarle da vicino, speronarle, abbordarle e distruggerle, spesso incuranti delle sproporzioni delle forze, fidando solo nell’ardimento e nel Cielo. I pirati impararono ben presto la sorte che li attendeva quando cadevano in mano agli stefaniani: il raîs veniva immediatamente impiccato all’albero maestro, mentre i sopravvissuti passavano ai remi carichi di catene, a provare ciò che fino a quel momento essi avevano riservato ai cristiani. Implacabili e decisi a tutto, quando in mare incontravano i Cavalieri di Malta, i Cavalieri di Santo Stefano dovevano, per disposizione tassativa del Granduca, mettersi ai loro ordini.

 

Nonostante la batosta di Lepanto galere, fuste e galeotte pirate non tardano a riorganizzarsi e a riprendere la loro secolare attività esercitando una pressione incursiva spesso insostenibile. È da considerare, infatti, che per gente adusa a razziare, saccheggiare e distruggere, le prede umane e le loro ricchezze rappresentavano la stessa sopravvivenza, non essendo i Barbareschi abituati a lavorare duramente come gli europei. Uno dei problemi della Barberia era invero rappresentato dall’endemica mancanza di risorse agricole, in particolare del grano, che doveva in ogni modo essere reperito anche attraverso la razzia, onde assicurarsi il minimo vitale. Negli anni di cattivo raccolto si scatenava perciò insistente la caccia alle navi onerarie lungo le coste di Puglia e Sicilia.

 

Un’altra difficoltà non trascurabile consisteva nell’accresciuta attività piratesca, vieppiù incompatibile col mantenimento dell’ordine pubblico nelle grandi città barbaresche, popolate da percentuali di schiavi sempre più elevate, che avrebbero potuto innescare sommosse di dimensioni incontrollabili. C’era poi l’ingrata incombenza di riscuotere i tributi dagli arabi del retroterra i quali, pur essendo musulmani, erano armati, turbolenti e insofferenti a causa della loro sistematica esclusione dalla ricchezza maturata dal crimine organizzato barbaresco. La soluzione escogitata dai reggitori fu di ottenere dal Sultano un congruo distaccamento di giannizzeri, una specie di Legione Straniera del tempo, feroce e disciplinatissima, dedita unicamente alla guerra, con un proprio governo (il cosiddetto “Divano”) indipendente persino dal Sultano, presieduto dal comandante in capo chiamato Agà il cui mandato non poteva superare il bimestre[103]. A questa milizia vennero affidati compiti di difesa, ovvero la gestione delle fortezze, di tutela dell’ordine pubblico nonché di polizia tributaria, mentre i pascià Barbareschi potevano nel frattempo dedicarsi più fruttuosamente e senza soverchie preoccupazioni alla guerra di corsa.

 

Nel 1579, venticinque legni pirati si presentarono davanti a Fiumicino, avendo avuto sentore che nelle vicinanze si trovava il papa, il “gran papasso dei Cristiani” come lo chiamavano, la cui cattura avrebbe fruttato un riscatto colossale. Scesi a terra si trovarono però il passo sbarrato dai cavalieri e dai fanti di Giordano Orsini, tempestivamente richiamato dalle milizie di una delle nuove torri di avvistamento innalzate lungo la costa. L’Orsini, con perfetta ignoranza del retto ecumenismo, iniziò il dialogo a colpi di archibugio, convincendoli tosto a reimbarcarsi.

Le significative batoste inflitte alla pirateria dai Cavalieri di Santo Stefano meritarono presto all’ammiraglio Jacopo Inghirami, che ne comandava la flotta, il soprannome presso i musulmani di “Gran Diavolo”. Nel 1607 gli stefaniani conquistarono di slancio e in pieno giorno la fortezza di Bona, facendo 2.000 mori prigionieri da utilizzare come merce di scambio per il riscatto di altrettanti cristiani. Nel 1627 sei galere stefaniane forzano i Dardanelli giungendo fino a Costantinopoli e attaccano senza esitazione la cosiddetta “carovana di Alessandria” che dall’Africa trasportava regolarmente verso la “Sublime Porta” ricchezze e schiavi di colà. Le azioni di “commando” degli stefaniani erano accuratamente preparate e spesso si giovavano della mimetizzazione dei battelli e del camuffamento degli equipaggi, in guisa da apparire inconfondibilmente barbareschi.

 

Fu il caso dell’azione contro la base turchesca di Scio del 1599 dove le galere medicee riuscirono a liberare 200 schiavi cristiani. L’implacabilità degli stefaniani era leggendaria, né risparmiava gli europei che colludevano col Turco: sorpresi, infatti, a bordo di una nave inglese, che assieme ai Turchi aveva predato una nave veneziana, 387 inglesi passarono al remo delle galere stefaniane. Fiamminghi e inglesi, infatti, avendo aderito alla Riforma, si arruolavano spesso sulle navi turche come artiglieri mercenari contro i cattolici: l’odio protestante unito alla sete di guadagno si spinse addirittura ad insegnare – e in questo fiamminghi e inglesi furono maestri – ai Turchi le nuove tecniche costruttive dei vascelli da guerra in grado di tenere il mare grosso molto meglio delle galere e imbarcare un numero incredibile di cannoni in grado di sparare dalle fiancate. Verso il 1600 Algeri, la capitale della pirateria che fra il 1560 e il 1587 parlava prevalentemente italiano per via di Luccialì, risuonava di lingue nordiche, soprattutto inglesi e olandesi. Grazie ai nuovi velieri, fra il 1627 e il 1631 i Barbareschi spingeranno le loro incursioni contro le coste inglesi, l’Islanda, Terranova e persino nel mar Baltico.

 

Turchi e Barbareschi non si stancavano mai di incursioni e razzie, ormai divenute l’arma migliore con la quale colpire la compagine cristiana. Di fatto entrambi gli schieramenti avevano rinunciato ai grandi scontri frontali, non ritenendo una supremazia definitiva conseguibile per tal via. In realtà il Mediterraneo si stava rivelando un teatro secondario rispetto a quello rappresentato dal Nuovo Mondo per gli europei, e alla rinascita della potenza musulmana in direzione della Persia. L’Occidente optò quindi per la difesa statica delle coste mediante una catena sempre più impenetrabile di fortificazioni, mentre la guerra di corsa trasse invece ulteriori motivazioni dal rarefarsi delle grandi flotte di guerra.

 

Messa al sacco Manfredonia nel 1620 da 6.000 giannizzeri e 4.000 armati imbarcati su 54 galere e deportati gli abitanti, il 29 giugno del 1630 i Barbareschi attaccano Agropoli. Si calcola che tra il 1628 e il 1634 i soli francesi avessero perso 80 navi, di cui 50 nell’Oceano Atlantico, mentre i bagni di Algeri, capitale per antonomasia della corsa barbaresca, si popolavano di più di 3.000 schiavi di quella nazione. La collusione secolare col turco non pagava!

 

 

 

Gli ultimi secoli della pirateria turco-barbaresca

 

 

 

 

 

 

La successione degli eventi è densissima. Ci limitiamo qui a citare solo per sommi capi i principali fatti d’arme rimandando il lettore al terzo libro del Panetta, per una lettura appassionante e un esame meticoloso e documentato dei numerosissimi episodi di quell’epoca[104].

         Nel 1645 viene proclamata a Costantinopoli la jihâd. Gli ottomani muovono con 80 galere, 2 galeazze, 1 galeone, 22 vascelli da guerra con 7.000 giannizzeri e 54.000 fanti. Consiglieri: ingegneri fiamminghi, francesi ed europei. Viene attaccata la guarnigione veneta di Candia e i possedimenti veneziani della Dalmazia. Nel 1656 una flotta veneziana e dei Cavalieri di Malta blocca i Dardanelli per impedire ai Turchi di portare rinforzi all’esercito che assediava Candia. I Turchi nello scontro perdono 10.000 uomini con la liberazione dal remo di 7.000 schiavi cristiani. Lazzaro Mocenigo, valoroso “generale da mar” veneziano, fa sbarcare i suoi uomini sotto gli occhi dei turchi sulla costa per fare l’acquata per tutta la flotta ed è attaccato dalla cavalleria turca. Respinta a fatica con gravi perdite i Veneziani si reimbarcano, ma il Mocenigo intendendo dimostrare ai Turchi la propria determinazione fa sbarcare alcuni battaglioni a protezione dei marinai e ripete l’operazione indisturbato. A mezzogiorno presso il ruscello fa poi celebrare la Santa Messa seguita da un Te Deum di ringraziamento, sotto il naso dell’esercito musulmano.

         Il raîs Bruciacristiani è catturato dagli stefaniani, partiti su allarme da Livorno, e impiccato.

         Il “generale da mar” Francesco Morosini libera 1.100 cristiani al remo, puntando poi su Candia assediata dove il 7 luglio 1669 fa brillare sotto i piedi dei Turchi tre poderose mine. Candia si arrende ai Turchi. Il Sultano, bloccato sul mare, attacca la Polonia. Il generale Giovanni Sobieski, chiesti aiuti agli europei, lo respinge.

         Nel 1683 i calvinisti ungheresi minacciati dalla riconquista cattolica dei Cavalieri Teutonici fanno appello al Sultano. L’offensiva turca contro l’Europa riprende vigore dall’Ungheria e Kara Mustafà alla testa di 200.000 uomini marcia su Vienna. Grazie all’intelligenza tattica di Sobieski e nonostante l’esercito europeo fosse numericamente inferiore, il 12 settembre – il 20 di Ramâdan per i musulmani – dopo un assedio alla città durato due mesi, che la strema per la fame, le malattie e i bombardamenti, il secolare nemico viene ancora una volta sgominato. Ancora una volta nessun contingente militare della “Figlia primogenita della Chiesa” aveva preso parte, nemmeno in quell’ora di estremo pericolo, alla difesa della città. In quell’occasione – e non solo – sfolgora invece la figura del cappuccino padre Marco da Aviano, inviato apostolico presso le truppe della Lega Santa e confessore di re Sobieski, che gli servì messa al mattino della domenica dello scontro decisivo[105]. Il padre Marco, che godeva fama di santo, durante la battaglia era visto percorrere il fronte da una parte all’altra con il crocifisso in mano, presente a incoraggiare e benedire ovunque lo scontro fosse più duro. Significativa la testimonianza, attestata da un documento notarile, resa tre anni dopo la battaglia di Vienna al convento del Redentore di Venezia a padre Marco e ad alcuni suoi confratelli da una delegazione di mercanti turchi: “[…] essi raccontarono che in Turchia e nei territori da cui loro provenivano, si parlava solo dell’uomo di Aviano. I turchi raccontavano che durante la battaglia egli aveva in mano un pezzo di legno che era il suo Cristo, e che durante il combattimento aveva sollevato il braccio facendo dei movimenti che avevano portato totale confusione alle loro azioni militari e avevano messo loro molta paura. Pensavano che a ciò dovettero l’insuccesso e la sconfitta. Padre Marco era apparso loro un uomo così grande da sembrare quasi si sollevasse dalla terra verso il cielo, così che furono costretti a battere in ritirata. Pensavano che si trattasse di un’arte magica e chiesero a padre Marco di darne loro atto […][106]. La vittoria a Vienna fu grande, paragonabile a quella di Lepanto sul mare, ma l’imperatore Leopoldo, il Papa Innocenzo XI, la Polonia, Venezia, il principe Eugenio, i Cavalieri di Malta e quelli di Santo Stefano, conoscendo il turco, non si illusero e, assai avvedutamente, strinsero una nuova “Lega cristiana contro il Turco” a carattere difensivo. Fu sempre padre Marco a sollecitare i senatori della Serenissima affinché entrassero nella Lega con l’imperatore “per liberare le spiagge adriatiche ch’ogni anno porta in barbara schiavitudine tanti poveretti innocenti”.

         Il 2 settembre del 1686 fu liberata la città di Buda e la parte dell’Ungheria che per quasi un secolo e mezzo i Turchi avevano cercato di islamizzare, distruggendo ogni traccia di arte cristiana. Quel giorno padre Marco d’Aviano entrò in Buda reggendo nelle mani una statua della Madonna, a significarne l’intercessione per la vittoria conseguita e collocandola in quel duomo che era stato trasformato in moschea.

         Il 12 agosto 1687 i Turchi subirono una dura sconfitta sulla Drava, a Mohács. Fu ancora padre Marco d’Aviano a celebrare la Messa di ringraziamento e il Te Deum nella tenda dello sconfitto gran visir Suleyman, mentre l’8 settembre dell’anno successivo l’avrebbe celebrata in Belgrado, capitolata davanti all’esercito imperiale dopo una battaglia di quattro settimane. Una Santa Lega promossa dal papa e alla quale si era associato lo zar Pietro il Grande porta la guerra nell’impero ottomano. Le isole ionie vengono invase, Corinto è espugnata e Atene viene sottoposta a bombardamento.

         Nel 1715 i pirati attaccano a sciami sull’intera costa adriatica: Senigallia, Porto Recanati, Rimini, dove 17 ragazze sono rapite dai Barbareschi, Ancona, Pesaro, Fano, Ravenna, Civitanova furono oggetto delle loro incursioni, ma anche la Puglia, la Calabria, la Sicilia. Loreto, già attaccata nel 1480 all’indomani di Otranto, per via delle ricchezze custodite nel santuario che facevano gola ai ladroni musulmani, venne fortificata. Due fuste turchesche che osarono far bottino nel territorio di Loreto furono catturate dal “generale da mar”, il veneziano Canaletto, i pirati impiccati, recuperata la preda.

         Nel 1716 il grande esercito ottomano in Ungheria fu sbaragliato in due distinte battaglie dalle truppe imperiali agli ordini di uno dei più grandi condottieri del secolo, Eugenio di Savoia.

         Entra in scena la Marina del Regno delle Due Sicilie compiendo un numero sempre maggiore di azioni navali di ritorsione contro gli Stati barbareschi sempre più aggressivi e arroganti.

         1799: trecento predoni tunisini a bordo di 12 legni saccheggiarono l’isola di S. Pietro in Sardegna deportando nei bagni di Tunisi 830 persone, che solo faticosamente vennero riscattate nel tempo grazie alle generosissime collette fra gli isolani. Il 18 novembre 2.000 pirati sbarcano per l’ennesima volta sull’isola del Giglio, uccidendo tutti gli uomini e portando al seguito donne e bambini. Nel 1803 nei bagni di Tunisi giacevano ancora 2.000 italiani. Il 17 ottobre 1815 venne investita la penisola di sant’Antioco, vicinissima all’isola di San Pietro, ma le difese ormai efficaci costarono assai care ai pirati che vi lasciarono 300 caduti. Ciononostante riuscirono a deportare 133 persone.

         1803: la prima squadra navale americana penetra in Mediterraneo. Il bastimento “Philadelphie” che ne faceva parte viene assaltato dai pirati musulmani e 300 marinai vengono catturati.

         1830: fine del flagello della pirateria e fine del tributo annuo versato ad Algeri dagli stati europei per ottenere la tranquillità della navigazione con l’occupazione militare francese di Algeri, appoggiata da tutte le nazioni europee, tranne l’Inghilterra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esclusività islamica. Genocidio armeno e sradicamento dei greci.

 

 

 

 

 

 

L’Islam è un’appartenenza, un’identità che va ben oltre l’aspetto religioso. La moschea per il musulmano non è solo luogo di culto e di preghiera, come lo è la chiesa per noi: la funzione della moschea (giâmi’ in arabo, dove la radice gm’ significa radunare) costituisce invece qualcosa di molto più complesso e articolato. Essa infatti si pone come punto di aggregazione, di rafforzamento della identità musulmana, di giudizio sulla società circostante e di rivisitazione di quanto accade alla luce del Corano.  È il punto di coagulo dell’ummah al di sopra delle singole identità e provenienze, quando non di trasmissione di ordini di tipo politico[112]. Circa quest’ultimo aspetto un gesuita egiziano, p. Samir Khalil, segnala che nel paese arabo più popoloso, l’Egitto, tutte le moschee il venerdì sono vigilate e le più importanti addirittura circondate dalla polizia speciale. Nella storia musulmana, infatti, rivoluzioni e sollevamenti popolari hanno quasi sempre originato dalla preghiera del mezzogiorno seguita dalla khutbah, il discorso, il venerdì in moschea. Il p. Samir giunge addirittura paradossalmente ad affermare, mettendo oggi in guardia i poco avvertiti responsabili occidentali, che: “[…] La moschea, in quanto centro socio-politico culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei luoghi di culto. Deve essere esaminata come tale. Alla pubblica amministrazione spetta studiare come esercitare un certo controllo su tali centri, vista la funzione politica che hanno assunto nella tradizione islamica[113].

 

 

 

È tuttavia accaduto che l’appartenenza all’Islam abbia trovato espressione a livello apparentemente[114] anche solo laico, come fu il caso della Turchia del massone[115] Mustafà Kemal Pascià Atatürk (1881-1938), esempio censurabile di laicizzazione agli occhi dei musulmani ortodossi, ma la cui irruzione in quel preciso momento storico fu un vero successo dal punto di vista del dar-el-Islam, cioè della difesa dei territori islamici. Agli inizi del ventesimo secolo, infatti, i Giovani Turchi[116], che solo a prima vista avevano deislamizzato la Turchia, per renderla invece più moderna ed efficiente di fronte all’Occidente, organizzarono uno dei più feroci genocidi della storia moderna, quello della cristianità greco-armena, spostando più in là il confine del dar-el-Islam. Fu infatti dopo una proclamazione in piena regola della jihâd da parte degli imâm turchi e curdi paradossalmente decretata del potere “laico” dei “Giovani Turchi”, che venne mossa guerra ai Raias (termine che letteralmente significa gregge, bestiame, col quale i turchi designavano i non credenti) e il loro sterminio. I cristiani armeni, che già avevano subito un’ondata di uccisioni tra il 1895 e il 1896 oscillante fra le 100.000 e le 200.000 persone, seguita dal massacro nel 1909 della “piccola Armenia”, nella zona di Adana, in Cilicia, dove i morti furono da 15.000 a 25.000, nell’agosto 1915 erano stati pressoché cancellati dai distretti orientali turchi.  Un insediamento bimillenario di oltre un oltre milione di individui (le stime più condivise parlano di 1.250.000 armeni ottomani residenti e di circa 70mila, al più 100mila sopravvissuti) non era più, né mai fu possibile stabilire quante donne e quanti bambini fossero stati rapiti e forzati alla conversione all’Islam[117].

 

Vale la pena segnalare che il britannico Bernard Lewis, arabista di Oxford adottato dalle grandi università americane e considerato uno dei più grandi orientalisti viventi[118] – con un premio assegnato dalla Turchia per il contributo alla sua cultura – il 21.6.1995 venne condannato dal Tribunale di Parigi per aver negato, in un’intervista a “Le Monde” avvenuta nel 1993, la storicità del genocidio armeno. Assai singolarmente i curdi, che allora parteciparono attivamente al genocidio armeno, sono oggi, quasi per nemesi storica, perseguitati dai correligionari turchi.

I kemalisti che succedettero ai Giovani Turchi furono degni emuli dei loro predecessori conducendo nel 1922, in perfetta continuità con lo spirito del dar-el-Islam, una guerra per annettersi le ex-colonie greche dell’Impero Ottomano, svuotandole dai greci che vi risiedevano da oltre 20 secoli. Nel 1923 quasi un milione e mezzo di greci dovettero abbandonare l’Anatolia, “scambiati” con 400.000 turchi che abitavano la Tracia occidentale.

 

 

 

Non può invero sfuggire che il genocidio degli armeni dell’Anatolia – in realtà allargato a tutte le comunità cristiane dell’impero ottomano[119] – fu il primo grande genocidio che aprì il repertorio dei genocidi commessi a sangue freddo del Novecento, e fu islamico. In quell’occasione fece anche per la prima volta il suo ingresso nel diritto internazionale il termine giuridico di “crimine di lesa umanità”. Com’è noto la lista del disonore proseguì con l’URSS di Lenin e di Stalin e quindi con l’Europa di Hitler, con le stragi del comunismo in Cina e in Cambogia, con il genocidio condotto nel 1994 in Ruanda, nel corso di una guerra interetnica tribale teleguidata dalle potenze occidentali. In Europa i protagonisti degli stermini furono di volta in volta turchi che proclamavano il proprio diritto a difendere il dar-el-Islam dagli infedeli, atei fanatizzati dai miti socialisti, nazisti ebbri di potenza. Il Novecento doveva infine tramontare fra i sinistri bagliori di altri tre genocidi, tutti islamici: Sudan, Timor e Molucche.

La novità dei genocidi moderni stava nella loro fredda pianificazione, nella singolare efficacia con la quale furono portati a termine, dai moventi comuni che li determinarono. Il primo di questi, immediatamente riconoscibile, era la proclamata necessità di pervenire ad un nuovo ordine dello Stato, eliminando all’uopo in massa i “nemici”, gli “stranieri” – foss’anche parte del proprio popolo – la cui presenza era dichiarata incompatibile con quell’omogeneità di razza e di lingua sulle quali dovevano fondarsi le nuove identità nazionali. Fu il caso degli armeni, profondamente legati alla cultura occidentale e alla Chiesa di Roma, ma anche dei kulaki ucraini, dei “piccolo-borghesi” russi e degli ebrei. Meno evidente, ma non per questo meno reale, fu il concorso a livello decisionale e di vertici esecutivi (costituito solitamente da iniziati) di un sordo odio gnostico per l’umanità, spesso accompagnato da una radicale avversione per la religione del “nemico”.

 

 

 



[1]Relazione del padre Francesco di S. Lorenzo, trinitario, redentore di schiavi in Barberia”, Roma, Moneta, 1654, riportato da R. Panetta nel suo “Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum – XVI secolo”, ed. Mursia, Milano, 1981, pag. 43, nota 2.

[2] Operazione che i Turchi individuavano col termine devscirmé.

[3] Rinaldo Panetta “I Saraceni in Italia”, ed. Mursia, Milano, 1998, pag. 286.

[4] Cfr. Flavio Russo “Guerra di corsa. Ragguaglio storico sulle principali incursioni turco-barbaresche in Italia e sulla sorte dei deportati tra il XVI e il XIX secolo”, Roma, 1997, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Tomo I, pag. 8. L’Autore giustamente pone la questione della sensibilità storica per questa tratta di schiavi, di gran lunga minore rispetto alla più famosa e deprecata tratta dei negri, che avrebbe invece interessato circa 10 milioni di persone. Riteniamo che credibili risposte possano derivarsi dal clima postconciliare di un ecumenismo a tutt’orizzonte, di cui il perdonismo è stata solo l’espressione più recente (si invocò il perdono anche per la suddetta tratta dei negri). Tutto si spiega nel contesto di un articolato disegno che riconduce al dilagante e ormai generalizzato mondialismo massonico, per sua natura proteso alla rimozione di ogni gloriosa memoria storica dell’Europa cristiana e, di converso, all’esaltazione di ogni suo difetto.

[5] Raimondo Panetta “Pirati e corsari turchi e barbareschi…”, cit., p. 22.

[6] Per la disamina e l’approfondimento di questi ultimi aspetti rimandiamo il lettore agli Atti del Convegno di Rimini del 1995 per il tema globalizzazione, mentre per la distinzione fra Autorità e Potere al libro di Epiphanius “Massoneria e sette segrete. La faccia occulta della Storia”, ed. Ichtys, Albano Laziale, 1996, pagg. 411, 543 e passim, disponibile presso i Priorati della Fraternità S. Pio X.

[7] Hanna Zakarias “L’Islam, entreprise juive – De Moïse a Mohammed”, Tolosa, 1955, Tomi I e II per un totale di 683 pagine. Stampato in 500 esemplari presso l’Autore.

[8] Il significato di jihâd non è univoco: generalmente esso significa “sforzo” condotto nei propri riguardi, contro il nemico che l’uomo porta in se stesso (grande jihâd) oppure nei riguardi dell’infedele, la guerra esterna (piccola jihâd), fondamento stesso del proselitismo islamico. Da questo punto di vista ogni credente che si trovi in terra non islamica (dar-el-Harb) è un missionario su cui incombe il grave dovere di diffondere l’Islam.

[9] V. ad esempio: Sura V, vers. 37; Sura. VIII, vers. 17 e vers. 67; Sura IX, vers. 29 e segg.; Sura XLVII, vers. 4, che recita: “Quando incontrerete quelli che non credono, uccideteli fino a che ne abbiate fatta strage; allora rafforzate i ceppi dei rimanenti”.

[10] An-Nawawi “Minhâdj at-Talibîn” (La guida dei credenti zelanti, manuale di giurisprudenza musulmana secondo il rito shafi’î), testo arabo con traduzione francese e annotazioni a cura di L.W.C. Vandenberg, Batavia, Tipografia del Governo, 1883, III, pagg. 261-264, cit., da Alexandre Del Valle nel suo libro “Islamisme et États-Unis – Une alliance contre l’Europe”, ed. L’Age de l’Homme, Losanna, 1999, pag. 93.

 

 

 

[11] Cfr. “liMes”, numero 1/2000, pag. 83.

[12] Cfr. Piero Tacchi Venturi “Storia delle religioni”, Torino, 1971, ed. UTET, Vol. V, pagg. 33 e 157.

[13] Le relazioni individuali tra musulmani e dhimmi sono regolate dal Corano, che alla Sura V, versetto 56, vieta di stringere amicizia coi politeisti, gli ebrei e i cristiani, ritenuti intrinsecamente iniqui. Scrive l’islamista moderno pakistano Mawdudi “ciascun organo del suo corpo – il suo stesso cervello, i suoi occhi, il suo naso, le sue mani, i suoi piedi – si lamentano dell’ingiustizia e della crudeltà loro imposta. Ciascuna parte del suo essere lo denuncerà davanti a Dio che, essendo la sorgente della giustizia, lo ricompenserà con le più grandi sofferenze che esso merita. Questa è la condizione miserabile del kufr (l’infedele, N.d.A.)”. L’ayatollâh (= segno miracoloso di Dio, grado della gerarchia politico-religiosa sciita simile all’imam arabo) Ruhollah Khomeini insegnava invece: “Undici cose sono impure, l’urina, gli escrementi, lo sperma, le ossa, il sangue, il cane, il maiale, l’uomo e la donna non musulmani, il vino, la birra, il sudore del cammello che mangia immondizia […] Tutto il corpo di un individuo non musulmano è impuro, finanche i capelli, i peli, le unghie e ogni secrezione del suo corpo (evidenz. del riduttore)”. Citazioni tratte dal libro di Alexandre Del Valle “Islamisme et États-Unis – Une alliance contre l’Europe”, cit., pag. 72. Sulla considerazione che il Corano, e quindi i musulmani, riservano ai cristiani si veda l’illuminante articolo di Carlo Alberto Agnoli “Il bacio di Giovanni Paolo II al Corano. Breve e istruttiva antologia coranica sui rapporti fra Islamismo e Cristianesimo. Fatti e riflessioni su tale argomento”, pubblicato su “La Tradizione Cattolica”, Rimini, n. 1/2000.

[14]  E dimora di guerra è stato anche il Kosovo, dove, in realtà i musulmani slavi e albanesi non hanno mai accettato la partenza dei loro protettori ottomani, né il potere “empio” ortodosso, suscitando un irredentismo islamico mai sopito in quelle popolazioni e tenuto vivo soprattutto dalla Turchia, che mai ha rinunciato alla ricostituzione di una confederazione neo-ottomana. La questione del Kosovo ha creato un precedente di portata internazionale che sarà probabilmente seguito anche da altri paesi della zona, come la Tracia, dove già da tempo i predicatori islamici esortano alla disobbedienza civile contro il “colonialismo” greco. Tutto questo indipendentemente dall’accanimento americano contro Belgrado volto a distruggere la ex Jugoslavia e dividere il mondo ortodosso dall’Europa, con il fine inconfessato di togliere di mezzo un grosso ostacolo all’estensione della NATO, e quindi all’influenza americana nei Balcani.

 

 

 

[15] Di qui la lotta senza quartiere contro Israele, la cui costituzione nel 1947 ha costituito un affronto insopportabile per i musulmani in quanto ricostituzione di uno spazio giuridico-politico non musulmano nel cuore del dar-el-Islam.

[16] Le stime in proposito parlano di più di un migliaio in Gran Bretagna, controllate all’80% da due grandi organizzazioni pakistane, circa mille in Francia, quasi duemila in Germania, di cui, nel 1995, 42 solo a Berlino (v. anche “Avvenire” 14.10.1999).

[17] V. Seyyed Hossein Nasr “Ideali e realtà dell’Islam”, Milano, 1989, ed. Rusconi, pag. 93.

[18] Sulle modalità dell’iniziazione v. il mio “I giovani e le rovine di Evola”, in: Atti del 7° Convegno di Studi Cattolici, Rimini, 1999, disponibili presso la Fraternità Sacerdotale S. Pio X.

[19] Cfr. Seyyed Hossein Nasr “Ideali…”, cit., pagg. 174-199.

[20][…] Ci vorrà molto tempo, ma ora finalmente è possibile un diverso approccio critico ai nostri testi, che sfugga all’interpretazione letterale degli ortodossi di Al-Ahzar (la più antica e famosa Università dell’orbe islamico, N.d.A.). Il Corano va ricollocato nella sua dimensione storica, per disgiungere i suoi tratti contingenti da quelli permanenti”, dichiara un influente intellettuale egiziano di nome Ashmawi (v. la Repubblica, 1 febbraio 1992).

[21] Bernard Lazare “L’Antisémitisme son histoire et ses causes”, Paris, 1985, Éditions de la Vieille Taupe, pag. 51.

 

 

 

[22] Hanna Zakarias “L’Islam, entreprise juive – De Moïse a Mohammed”, Tolosa, 1955, Tomo II, libro III, pag. 30.

[23] Lo stesso si deve concludere per il giuramento fatto per il Corano ebraico (il Pentateuco) scritto su un rotolo di pergamena (Sura LII, versetti 1-3).

[24] V. Isaia 44, 6.

[25] Consiste in un’analisi accurata e sottile del testo biblico operata dai rabbini talmudisti, al fine di ricavarne i significati più reconditi a completamento dell’interpretazione della Legge. Con lo stesso termine si definiscono anche i libri nei quali viene esposto tale metodo di studio.

[26] Si veda, fra le altre, le Sure XXIII, v. 59-63; XXV, v. 70-74; XVII, v. 33-40; XXVII, v. 3-4; XXXII, v. 15-16; XVI, v. 92-99; XXX, v. 37-38; XXXI, v. 3-4; XLII, v. 34-41; XLVI, v. 14; VI, v. 54.

[27] Hanna Zakarias, op. cit., Tomo I, libro II, pag. 270.

[28] Cfr. A. Cohen “Il Talmud”, Bologna, 1979, Arnaldo Forni Editore, pagg. 454-456.

[29] Ibidem.

[30] Hanna Zakarias, op. cit., Tomo II, libro IV, pag. 311.

[31] Cfr. al-Kindî “Apologia del Cristianesimo”, traduzione dall’arabo a cura di Laura Bottini, Milano, 1998, ed. Jaca Book, pag. 21. Il Corano stesso nega la possibilità dei miracoli (Sura XVII, v. 61) adducendone la ragione al rischio che Maometto avrebbe corso di vedersi opporre lo stesso rifiuto già degli antichi ad accettare i miracoli che Dio aveva per loro operato. Commenta al-Kindî: “chi ha spirito critico e chi conosce le regole della logica non può accettare una simile risposta!(op. cit., pag. 131).

 

 

 

[32] al-Kindî, op. cit., pag. 158.

[33] San Giovani Damasceno “De Haeresibus”, cap. 101, 764A, cfr. Daniel J. Sahas “John of Damascus on Islam”, Leiden, 1972, ed. E.J. Brill, pagg. 73 e 132. Si tratta della più antica testimonianza cristiana che ci sia pervenuta in lingua greca sulla conoscenza dell’Islam.

[34]De Haeresibus”, cap. 101, 765A, v. op. cit., pagg. 59 e 132.

[35] Cfr. Piero Tacchi Venturi “Storia delle religioni”, cit., pag. 25-26.

[36] al-Kindî, op. cit., pagg. 160-161.

[37] Ivi, pag. 158.

[38] Ivi, pag. 166, nota 281.

[39] Ibidem.

[40] Ivi, pagg. 255, 256.

[41] Ivi, pagg. 177-178.

[42] Ivi, pagg. 113-116; 118-122.

[43] Toby Lester “What Is the Koran?”, in “The Atlantic Monthly”, January 1999, Volume 283, n. 1, pagg. 43-56. Si tratta di una rivista che costituisce un riferimento fisso del mondo culturale americano da più di 140 anni. Uno studio più specialistico dei frammenti è stato pubblicato su “Magazin Forschung”, n. 1/1999 dell’Università dello Saarland a cura di Gerd Rüdiger Puin, Hans-Caspar von Bothmer e Karl-Heinz Ohlig.

[44] ‘Uthman fu il creatore della prima flotta musulmana e quindi colui che inaugurò le scorrerie verso le isole greche di Cipro (648), Rodi (653), Creta e le Cicladi. Venne assassinato come il suo predecessore Umar (634-644).

[45] Cfr. Piero Tacchi Venturi “Storia delle religioni”, Torino, 1971, ed. UTET, Vol. V, pagg. 26, 76, 124.

[46] Per il vero la ragione umana fu ammessa come fonte di diritto in quanto sforzo di interpretazione dei testi sacri. Come rapporta il Del Valle: “[…] però, eventualmente, per il mondo arabo-musulmano è stato convenuto che a partire dal V secolo dell’Egira le porte dell’Idjtihad (e cioè di tale fonte di diritto, N.d.A.) sarebbero state definitivamente chiuse” (“A. Del Valle, “Islamisme…”,, cit., pagg. 42-43).

[47]Voi formate la migliore comunità suscitata fra gli uomini; voi ordinate ciò che è conveniente, vietate ciò che è deplorevole” (Sura III, v. 110). “Non fate la pace se avete la superiorità” (Sura XLII, v. 35).

[48] Cfr. Sura IX, versetti 29, 30; Sura XXXI, v. 12; Sura IV, v. 48; Sura XV, v. 94.

[49] Scuola teologica musulmana sorta nel 718, aperta a differenti idee filosofiche tramite anche l’eredità greca. Come principio metodico stabilì la legittimità del raziocinio filosofico nella spiegazione dei dogmi religiosi rivelati. Il gruppo più numeroso dei teologi dell’Islam ha invece sempre sostenuto che il Corano va preso alla lettera, come al-Ashari e il persiano al-Ghazali (1058-1111) autore di una condanna senza appello di Aristotele e di coloro che pretendono di avvicinarsi criticamente al Corano. Si tratta di correnti rigoriste di pensiero il cui prolungamento è giunto fino a Mohammed ibn’Abd El Wahhâb (1703-1787), e quindi al fondatore dei “Fratelli musulmani” Hassan el Banna (1906-1949) approdando infine alla monarchia saudita di oggi, appunto “wahhâbita”, costante riferimento e sostegno su scala mondiale dei musulmani ultraortodossi.

[50] Cfr. Rabbi Solomon Ganzfried “Code of Jewish Law – Kitzur Shulhan Arukh”, Hebrew Publishing Company, New York, 1963.

 

 

 

[51]Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini; voi ordinate ciò che è lodevole, e proibite ciò che è riprovevole, e credete in Dio.” (Sura III, v. 106).

 

 

 

[52] Per il vero anche il cristianesimo, praticamente fino a Pio XII, ha sempre sostenuto che la legge viene da Dio e non dai parlamenti e dalle maggioranze umane. Il Sacro Romano Impero fu l’espressione storica di questa visione della Città dell’uomo edificata ad imitazione di quella di Dio, mentre democrazia e dittatura vantano invece entrambe origini agnostiche e laiciste. Un Impero che fu la rappresentazione dell’orbe cattolico per dieci secoli, nonostante la grave scissura della Riforma, fino al 1805, quando Napoleone, all’indomani di Austerlitz, dichiarò nella pace di Presburgo di disconoscerlo anche nominalmente. Francesco II d’Asburgo rinunciò tosto alla millenaria corona mutando il nome da Sacro Romano Impero in quello, solo geograficamente significativo, di Impero Austro-ungarico.

[53] V. “La Stampa”, 8.8.1994.

[54][…] Quelli che non credettero, d’infra la gente del Libro e i politeisti, andranno nel fuoco della gehenna, per rimanervi in eterno; di tutti gli esseri creati, quelli sono i peggiori” (Sura XCVIII, vers. 5). “Chi […] avrà disubbidito a Dio e al suo apostolo e avrà trasgredito i suoi precetti, Dio lo introdurrà in un fuoco, nel quale rimarrà in eterno e avrà un castigo ignominioso” (Sura IV, vers. 19, v. anche: Sura VIII, vers. 37). Sono queste tutte legittimazioni della jihâd, la guerra contro gli infedeli e gli apostati.

[55] Luigi Bonelli “Il Corano”, ed. Hoepli, Milano, 1969, pag. 532. Accusa alla quale aveva già risposto al-Kindî nella sua “Apologia del Cristianesimo”, cit., pagg. 238-239.

[56] V. Sura LII, v. 19-24 e Sura LVI, v. 15-39. Il primo piacere sarà di mangiare, di bere vino “che non farà mal di testa”, servito da efebi eternamente giovani […], deflorare su morbidi letti fanciulle, le hûri “dai grandi occhi” (v. Sura LV, v. 72, 74). Cosa rimane allora del paradiso musulmano se si tolgono i banchetti e le hûri?

[57] Sunnah e Talmud rifiutano allo stesso modo e categoricamente la testimonianza dei bambini, delle donne sole, degli schiavi, dei minori, dei sordi, dei muti, dei dissoluti, degli allevatori di piccioni, colpevoli del ruolo assunto in storie di amori illeciti… Cfr. Alexandre Del Valle “Islamisme et États-Unis – Une alliance contre l’Europe”, cit., pag. 63.

 

 

 

[58] Fu questa l’epopea eroica e sconosciuta di “donne che Comboni aveva voluto per sé per rigenerare l’Africa”, narrata in libri come “Donne fra fedeltà e violenza”, di Lorenzo Gaiga, Editrice Missionaria Italiana (E.M.I.) Bologna, 1993, o “Tutti sapevano che ero stata suora”, scritto dalla stessa Teresa Grigolini Cocorempas che descrive la sua terribile esperienza di un matrimonio imposto dalla persecuzione musulmana, E.M.I., Bologna, 1996.

[59] V. “Panorama”, 3.9.1998.

[60] V. su “Avvenire” del 20.9.2000 l’articolo: “Tratta dei neri in Sudan è storia d’oggi”.

[61] Cfr. sito Internet: www.csi-int.ch/csi-whatdoes.htm

[62] Christian Jacq “Barrage sur le Nil”, Paris, 1994, ed. Laffont, pagg. 55-57, cit. in Alexandre Del Valle “Islamisme et États-Unis – Une alliance contre l’Europe”, cit., pag. 71. I libri di storia scolastici magnificano l’apporto della cultura araba fra l’VIII e il XIII secolo nello salvare e trasmettere fino a noi i classici dell’antichità, trascurando tuttavia di osservare che essi poterono evidentemente trasmettere solo ciò che i “Cavalieri di Allah” non avevano distrutto, come la grande biblioteca ellenistica di Siracusa, incenerita nella distruzione della città dell’878.

[63] V. ad es. Roberto Lopez “La nascita dell’Europa”, Torino, 1966, ed. Einaudi, pag. 86, e più tardi Franco Cardini “Quella antica festa crudele”, ed. Mondadori, Milano, 1995, pag. 15.

[64] Oggi Garde-Freinet, borgo della Camargue sulla costa fra Marsiglia e Nizza.

[65] Marc Bloch “La società feudale”, ed. Einaudi, Torino, 1987, pag. 18.

[66] Da “Türk”, che significa “forza”, un ceppo etnico provenienti dalle montagne dell’Altai, una regione cuscinetto tra il Kazakistan e la Mongolia. Oggi i Turcofoni popolano una zona che va dalla Siberia alla penisola balcanica.

[67] I Turchi avrebbero presto acquistato autorità e potere all’interno delle gerarchie abbàsidi. Stabiliti in Egitto fra il IX e il X secolo i Turchi formarono fino al XVI secolo una casta militare col nome di Mamelucchi. Verso la fine dell’XI secolo la disgregazione del califfato abbaside fu temporaneamente arrestata dall’avvento al potere di una forte dinastia di sultani, quella dei turchi Selgiuchidi, che regnarono in nome degli Abbasidi.

[68] L’Impero dei Khazari si estendeva da Kiev al Volga. Essi si dissolsero come entità politica nel XIII secolo sotto la spinta delle orde mongole di Gengis Khan e, pare, se ne persero le tracce. Di queste vicende tratta il libro di Arthur Koestler, un famoso scrittore israelita ungherese, “La tredicesima tribù – L’impero dei Cazari e la sua eredità”, Edizioni di Comunità, Milano, 1980. Interessante l’informazione di pagina 257, dove Koestler annota che “la maggioranza degli ebrei dell’Europa orientale – e dunque degli ebrei del mondo – è di origine turco-cazara piuttosto che semitica”.

[69] Henri Pirenne “Storia d’Europa. Dalle invasioni al XVI secolo”, ed. Sansoni, Firenze, 1978, p. 20.

[70] Michelangelo Guidi in: Piero Tacchi Venturi “Storia delle religioni”, cit., pag. 23.

[71] Basti pensare all’accurata distruzione di ogni vestigio dell’antico splendore cattolico di Buda, in Ungheria, operata dai Turchi nei 145 anni della loro occupazione, durata dal 1541 al 1686.

[72] Bat Yé Or “Juifs et Chrétiens sous l’Islam, les Dhimmis face au défi integriste”, ed. Berg international, Paris, 1994, cit. da Alexandre Del Valle nel suo “Islamisme et États-Unis…”, cit. pag. 60.

 

 

 

[73] Cfr. Andrea Pacini, esperto di questioni islamiche della Fondazione Agnelli, “Chi sono i cristiani orientali”, in: liMes, 1997/1 “Le divisioni dell’Islam”.

[74] R. Panetta “I Saraceni in Italia”, cit., p. 98 e nota 1.

[75] Cfr. “Enciclopedia Cattolica”, ed. Sansoni, Città del Vaticano, 1949, voce “Cartagine”. Il donatismo fu uno scisma della Chiesa cristiana d’Africa che iniziato verso il 300 si protrasse per 350 anni prendendo il nome da Donato, vescovo di Cartagine. Origine dello scisma fu il dissenso sull’operato del clero durante la persecuzione di Diocleziano. Il Primate d’Africa, Mansurio, inquisito dalle autorità romane aveva consegnato loro dei libri religiosi, attirandosi in tal modo le censure di parte del clero che definì lui e i suoi sostenitori traditores e pretendendo la loro deposizione. I donatisti sostenevano che la Chiesa era riservata solo ai giusti e che i peccatori dovevano esserne esclusi.

[76] Henri Pirenne “Storia d’Europa…”, cit., p. 21.

[77] In realtà il nome di Saraceni nei primi secoli dell’Islam era riservato a popolazioni arabe stanziate nella zona di Akaba, nel sud del Sinai. Già san Giovanni Damasceno (morto nel 749) chiamava i seguaci dell’Islam con questo nome.

[78] Queste e altre interessanti notizie sulla persecuzione degli ebrei da parte degli arabi si trovano in “Pensare la storia”, di Vittorio Messori, Milano, 1992, ed. Paoline, pag. 626 e passim.

[79] Termine col quale nel medioevo si indicavano gli abitanti della Mauritania, chiamati Mauri, contratto poi in Mori. Non, quindi, per il colore nero della pelle (cfr. Rinaldo Panetta “I Saraceni in Italia”, cit., p. 70, nota 1).

[80] Ibn Khaldun Abddar Rahman (Tunisi 1332 – Cairo 1406) è annoverato fra le grandi figure della cultura araba a fianco di Averroè e di Avicenna. Fu autore di una storia universale considerata imprescindibile da ogni studioso di storiografia arabo-musulmana.

[81] Cfr. Henri Pirenne “Maometto e Carlomagno”, ed. Laterza, Bari, 1976, pagg. 174-175.

[82] Halil ibn Ishaqm Il Muhtasâr, sommario del diritto malechita, tomo I, pp. 388 e 395, traduzione dall’arabo di Ignazio Guidi, Miano, 1919. La nota è presa pari pari dal citato libro del Panetta “ I Saraceni in Italia”, pag. 251.

[83] Ed. Mursia, Milano, 1981.

[84] Significative descrizioni di testimoni oculari in: F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., pagg. 36-38.

[85] C. Manfroni “Storia della marina italiana”, Livorno, 1899, vol. III, pag. 23.

[86] F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., Tomo I, pag. 133, dove non mancano testimonianze coeve.

[87] Ivi, pag. 190.

[88] In realtà sporadiche incursioni saracene su quelle coste, anzi fino in Inghilterra, si ebbero anche nei secoli precedenti, ma sempre a carattere episodico.

[89] “Non passava giorno che non ne appiccasse qualcuno; impalava questo, tagliava gli orecchi a quello. E tutto ciò per così piccoli motivi, e anche senza motivo, che i turchi stessi riconoscevano che egli lo faceva proprio soltanto per farlo, e perché il suo carattere lo chiamava a essere un assassino del genere umano”, Miguel de Cervantes “Don Chisciotte della Mancia”, a cura di Ferdinando Carlesi, Milano, 1964, vol. I, pagg. 309-10.

[90] In realtà la figura di Andrea Doria non fu sempre gloriosa per le armi cattoliche: basti ricordare l’episodio della cattura di uno dei più grossi predoni barbareschi, il Dragût, una minaccia permanente per la Cristianità, con una lista di innumerevoli delitti che gli avrebbe meritato subito la forca, e che il Doria rimise misteriosamente in libertà dietro pagamento di un riscatto assai modesto, a fronte di una promessa di benevolenza da parte del pirata, in realtà per precise convenienze politiche. Come era da attendersi, il predone si rimise naturalmente tosto in mare con una squadra di fuste e, animato da spirito di vendetta, scatenò terrore e devastazioni ancora maggiori di prima. In altre occasioni il Doria impedì di fatto che le leghe navali contro i Turchi potessero raggiungere gli scopi prefissi, tergiversando a lungo per guadagnare tempo onde non far prevalere Venezia o la Francia sulla Spagna.

[91] R. Panetta, “Pirati e corsari turchi e barbareschi…”, cit., capitolo undicesimo.

[92] Ivi, pag. 79.

[93] Verrà ridistrutta nel 1552 e poi ancora nel 1594 dal cosiddetto barone Cicala, catturato da giovane nel 1561 da Dragût, che ne fece dono al Sultano. Abbracciato l’Islam col nome di Sinâm, divenne ben presto un capo pirata e quindi ammiraglio della flotta turca. Nel 1594 a capo di 70 galere ridusse a un cumulo di macerie calcinate Reggio e le coste siciliane (R. Panetta “Pirati e corsari turchi e barbareschi…”, cit., pagg. 263-264). Famosa la sua visita – avvenuta al largo di Messina a sua richiesta il 21 settembre 1598 – alla madre e ai fratelli, che rimasero suoi ospiti a bordo della nave ammiraglia fino all’indomani.

[94] Già Ordine degli Ospedalieri della Terrasanta o Cavalieri di San Giovanni, detti anche di Rodi, dal nome dell’isola dove si erano attestati (1308) dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1187) e una breve permanenza a Cipro (1291).  Vi furono scacciati nel gennaio del 1523 dai Turchi e dovettero trasferirsi prima a Civitavecchia, indi a Viterbo e a Nizza. Per parecchi anni combatterono la pirateria di concerto con le galere pontificie, per approdare definitivamente a Malta, della quale Carlo V aveva deciso nel 1530 di far loro donazione. Da allora presero il nome di Cavalieri di Malta, isola che fortificarono e governarono fino al 1798, anno in cui il Bonaparte se ne impadronì sulla via dell’Egitto. Vi trasferirono un ospedale militare, attivo ancor oggi nell’antico spirito dell’Ordine, apportatore di civiltà, cultura e carità cristiane.

[95] Id., pag. 161.

 

 

 

[96] Id., pag. 156.

 

 

 

[97] Flavio Russo “La difesa costiera dello Stato Pontificio dal XVI al XIX secolo”, Roma, 1999, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, pag. 45.

[98] P. Dan “Histoire de barbarie et de ses corsaires”, Paris, 1649, pag. 165.

 

 

 

[99] Flavio Russo “La difesa costiera dello Stato Pontificio…”, cit., pag. 138, nota 11.

[100] In quel momento l’Impero ottomano si estendeva dalla Polonia all’Adriatico, dal mar Nero a tutta la Balcania, Grecia inclusa, che venne liberata solo nel 1821.

[101] R. Panetta “Pirati e corsari turchi e barbareschi…”, cit., pag. 231.

[102]Avvenire”, 11 ottobre 2000.

[103] Una testimonianza del tempo sul carattere dei giannizzeri in: F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., Tomo I, pagg. 32-33; per una descrizione della loro struttura di potere v. il capitolo dedicato a pag. 395 della stessa opera, Tomo II.

[104] Si veda Rinaldo Panetta “Il tramonto della Mezzaluna – Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum XVII, XVIII, XIX secolo”, cit..

[105] Abate Renato Rohrbacher “Storia universale della Chiesa cattolica”, Torino-Roma, 1904, Marietti editore, vol. XIV, pagg. 430.

[106] Maria Héyret “Padre Marco d’Aviano”, Padova, 1999, Edizioni Messaggero Padova, pag. 254.

[107] F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., Tomo II, pag. 429.

[108] Cfr. F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., Tomo II, pag. 401 e segg..

[109] R. Panetta “I Saraceni in Italia”, cit., pag. 258. Per un paragone fra le condizioni dei cristiani nei “bagni” della Barberia e i pirati catturati dalle milizie di difesa cristiane si vedano gli stralci dei documenti dei cronisti del tempo, che il Panetta fedelmente trascrive con dovizia di particolari (citando uno storico insuperato della pirateria, il Guglielmotti) in un altro suo libro dal titolo “Il tramonto della Mezzaluna – Pirati e corsari turchi e barbareschi nel Mare Nostrum – XVII, XVIII, XIX secolo”, ed. Mursia, Milano, 1984, pagg. 165-166.

[110] Cfr. F. Russo “Guerra di corsa…”, cit., Tomo II, pag. 443, dove si menziona anche la sorte di uno schiavo inglese rimasto incatenato per 28 anni ad un altro schiavo sulle montagne dell’Atlante algerino, “spessissimo attaccato all’aratro come una bestia da soma per lavorare la terra. La sua condizione durò in tutto 34 anni” (pag. 444).

[111] B. Forteguerri “Proposta di campagna marittima per i Bastimenti della Marina da Guerra di S.M. il Re delle Sicilie nell’anno 1798”, Palermo, 1798, Reale Stamperia, pagg. 9-31, riportato in: R. Panetta, “Il tramonto della Mezzaluna…”, cit., pagg. 212-214.

[112] Avvenire, “Le centrali di Maometto”, 17.10.1999.

[113] Padre Samir Khalil Samir è direttore del “Gruppo di ricerca arabo-cristiana” che cura traduzioni in italiano di opere di arabi cristiani. Di p. Samir è l’articolo pubblicato su “Avvenire” dell’8 dicembre 2000: “Cosa si cela sotto la moschea”, qui citato. Ricordiamo che nel corso della rivoluzione islamica di Khomeini del 1979 nelle moschee veniva lanciato ogni venerdì un appello «all’espulsione, all’islamizzazione forzata e anche allo sterminio dei “residenti stranieri indesiderabili”» (da: “Pro Deo et fratribus”, Roma, febbraio 1990).

[114] L’ex presidente della repubblica turca Süleyman Demirel così giustificava nel 1976 la presenza della Turchia nell’ “Organizzazione della Conferenza Islamica”: “[…] solo lo Stato è laicista, ma non la nazione, e l’Islam è il comune denominatore della politica estera, sia turca che islamica” (in: Neue Zürcher Zeitung, 27-28.5.1976); del resto, assai contraddittoriamente con la laicità proclamata dallo Stato kemalista, l’articolo 2 della Costituzione del 1924 recitava: “La religione dello Stato turco è l’Islam”.

[115] Cfr. Autori vari “La libera muratoria”, Milano, 1978, Sugarco Edizioni, pag. 318.

[116] Società segreta sul modello della “Giovane Europa” e delle varie “Giovani Italie”, “Giovani Germanie” e via dicendo, che suscitò un movimento politico con l’intento di conciliare la civiltà occidentale con la realtà islamica. Gran parte dei “Giovani Turchi” erano ebrei “provenienti da una setta giudaica (i Dumneh) che professavano esternamente l’Islam, ma mantenevano i culti ebraici nel segreto delle loro case” (Maurizio Blondet “Gli Adelphi della dissoluzione”, Milano, 1994, ed. Ares, pag. 50). Lo stesso Kemal Atatürk, nativo di Tessalonica in Grecia, era opinione comune fosse di origine dumneh (una setta di ebrei cabalisti che si rifaceva segretamente agli insegnamenti di un cabalista del XVII secolo, Shabbetai Zevi, che si spacciava per il Messia) e perciò legato al grande centro ebraico di Salonicco, dove operava una loggia del B’nai B’rith internazionale (cfr. Gershom Scholem “La Cabala”, ed. Mediterranee, Roma, 1992, pagg. 331-32 e 248-49. Di passata segnaliamo anche la significativa notizia, riportata a pagina 304 dello stesso libro, secondo la quale un seguace della setta sabbatea, Yacob Frank, andava predicendo fra il 1775 e il 1780 una prossima: “rivoluzione generale che avrebbe travolto molti regni e in particolare la Chiesa cattolica”).

Editore del giornale dei Giovani Turchi fu un ebreo di Odessa, Vladimir Jabotinski (1880-1940), fondatore dell’Irgun, l’organizzazione terroristica ebraica operante in Palestina sotto protettorato britannico, e successivamente del Likud israeliano. Fautore di un sionismo “armato e razzista… finì per aderire al fascismo e simpatizzò apertamente per il Terzo Reich” (in: M. Blondet “I fanatici dell’Apocalisse”, Rimini, 1992, ed. Il Cerchio, pag. 26; dello stesso autore v. anche in argomento “Complotti II”, Milano, 1996, ed. il Minotauro, pagg. 98-103).

[117] Cfr. ITC dossier: “Stermini del Novecento”, a cura di Giovanni Carpinelli, Trento, dicembre 1999, ed. Istituto Trentino di Cultura, con apprezzabile bibliografia.

[118] Nel corso della seconda guerra mondiale Bernard Lewis lavorò come agente dei servizi segreti britannici per il Foreign Office. Sotto l’amministrazione Carter Lewis elaborò, assieme a Zbigniew Brzezinski, la tesi – pubblicata nel 1992 sulla rivista del CFR, Foreign Affairs – secondo cui l’URSS andava “cinturata” di musulmani fondamentalisti per destabilizzarla. Una tesi divenuta di grande attualità soprattutto dopo l’artificiosa “caduta” del comunismo (cfr. “Executive Intelligence Review”, Washington, numero del 9 giugno 1995, pag. 10, e nella parte seconda di questo studio il capitolo “L’esperimento ceceno”).

[119] Cfr. Marco Impagliazzo “Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni (1915-1916)”, Milano, 2000, ed. Guerini e Associati, pag. 17 e passim.

 

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