Ettore Bernabei: l’uomo di fiducia.

“Io sono un uomo molto curioso”: comincia più o meno così un libro-intervista di Ettore Bernabei (direttore generale Rai dal 1961 al 1974) dal titolo L’uomo di fiducia. Non si tratta di un testo appena uscito, si tratta però di un libro che, oggi più di ieri, permette di capire. “I retroscena del potere raccontati da un testimone rimasto dietro le quinte per cinquant’anni”, recita il sottotitolo. Seguiamo Bernabei nel suo tentativo di capire. Di capire come stanno le cose.

Tanto per cominciare dobbiamo dare per scontato che il ‘teatrino della politica’ non lascia intravedere che l’apparenza. Sicché, se ci si limita a leggere i giornali e a seguire le vicende partitiche, si rischia di non capire proprio nulla. Perché dietro la facciata della politica c’è dell’altro e molto spesso questo ‘altro’ è determinante per capire. E allora: come fanno i comuni mortali a sapere qualcosa di ciò che sta dietro e che nessuno racconta? Seguendo qualcuno -ammesso che lo trovino- che sa e che abbia voglia di raccontare.

Nel nostro caso seguiamo Bernabei. Tanto per cominciare: “Sui giornali escono le verità che si vogliono e si possono fare uscire”. Per continuare: “la stessa rappresentazione della politica come lotta tra i partiti e basta è manchevole e fuorviante. Il potere è fatto di tanti pezzi diversi: i partiti, ma soprattutto i boss della finanza, i capi delle industrie, le lobby affaristiche, i magistrati, i sindacati, gli stessi giornalisti. Senza una consapevolezza delle autentiche forze in campo si può credere, magari, che sia in atto uno scontro quando c’è un incontro o viceversa”…

Continua Bernabei: “Subito dopo la guerra De Gasperi e Mattioli si misero d’accordo proprio su questo punto: i cattolici avrebbero tenuto le fila della politica, e cioè avrebbero guidato il governo e il Parlamento, mentre i laici avrebbero curato i loro interessi nella finanza, nell’industria e nell’editoria giornalistica”. E chi era Mattioli che gestiva come un plenipotenziario questioni che, all’apparenza, non avrebbero dovuto interessarlo? “Raffaele Mattioli -scrive Bernabei- amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, capo indiscusso della finanza italiana e uomo di fiducia della finanza occidentale, andò a Washington tra la fine del ’45 e i primi del ’46 e spiegò agli americani che tipo di spartizione delle competenze era stato concordato in Italia. Gli americani capirono e approvarono”.

Per continuare: quella di tangentopoli non è stata certo la prima delle vicende che hanno visto la magistratura impiegata come arma politica. L’utilizzazione della magistratura come arma politica, però, si può fare solo ad una condizione: di avere la stampa come cassa di risonanza. “Quando si adoperano i giudici nella battaglia politica, bisogna sempre affiancargli i giornali, la cosiddetta grande stampa. E’ come una cavalleria che deve dare man forte ai fanti ed esaltarne le capacità di sfondamento”.

Bernabei descrive le vicende degli anni cinquanta e sessanta, ma le cose sono andate diversamente all’epoca del Tonino nazionale e della grande telenovela di mani pulite? E’ forse comprensibile il ruolo esorbitante svolto dalla magistratura milanese senza il decisivo concorso e la forza d’urto dei mezzi di comunicazione di massa? Dopo aver ricordato qualche esempio di guerra politica combattuta grazie all’accoppiata magistratura-stampa, Bernabei conclude: “I grandi giornali padronali, cioè ‘Corriere’, ‘La Stampa’, ‘Il Messaggero’ eccetera, sono sempre stati, al fondo, antidemocristiani”.

E perché? La risposta è davvero interessante: “stavano con le destre laiche, i repubblicani, i liberali e i circoli finanziari internazionali che li sostengono e che non amano per niente la Chiesa cattolica e il suo scarso interesse per i profitti e per i padroni”. Dai giornali alla Fiat il passo è breve. E così Bernabei parla del ruolo e degli interessi della Fiat: “La Fiat è sempre stata e sempre sarà governativa”. D’altronde, soggiunge, “nessuna azienda italiana aveva ricevuto dallo Stato aiuti neanche lontanamente paragonabili a quelli che aveva ricevuto la Fiat”.

A cominciare dal 1946 quando Einaudi attraverso l’Imi “prestò alla Fiat somme enormi per centinaia di miliardi, al tasso d’interesse dell’1%! Cento miliardi di quella volta saranno diecimila miliardi di adesso. La Fiat ha finito di restituirli all’inizio degli anni Ottanta, trentacinque anni dopo. Significa che, avendo avuto una stanza piena d’oro, ha dato indietro un carrettino di carta”. Ciononostante, continua Bernabei, la Fiat non amava né Eianudi e i liberali né i democristiani. E infatti fu la Fiat ad adoperarsi perché “dalle ceneri del Partito d’azione sorgesse un’altra forza laica, cioè i repubblicani”.

Così ci sono stati “periodi in cui Ugo La Malfa e i suoi avevano più soldi della DC”. Se l’ostilità al partito dei cattolici può essere comprensibile, come si giustifica la lontananza della Fiat dai liberali? Perché, spiega Bernabei, “Einaudi voleva abbattere tutte le barriere doganali, cioè dare impulso alla libera concorrenza. Questo alla Fiat non è mai piaciuto”. Anche dalla Fiat ai repubblicani il passo è breve. E anche a questo riguardo Bernabei ha qualche notiziola di estremo interesse. Il merito della nazionalizzazione dell’energia elettrica, sostiene, -chi lo avrebbe detto?- spetta per intero ai superfinanziati repubblicani. Non i democristiani -che con Fanfani ne volevano l’irizzazione-, ma i rappresentanti del grande capitale hanno voluto la creazione della Montedison. Con quale conseguenza? Che “si vide un capannone d’alta montagna valutato, ai fini dell’indennizzo, come un grande albergo del centro di una città di un milione di abitanti”.

Torniamo al ruolo dei giornali perché con la grande stampa Bernabei non è tenero. Tutti omologati, tutti qualunquisti, tutti funzionali ai disegni del grande capitale internazionale, spesso impegnato in un testardo e ricorrente tentativo di destabilizzare l’Italia. In questo contesto, secondo Bernabei, rientra anche la questione del terrorismo.

Mai condannato dai giornali per quello che era. Sempre scusato, sempre in certa maniera nobilitato: “i giornali davano risalto enorme ad azioni che erano di puro teppismo. Certa stampa fu alleata del terrorismo nel senso che per anni e anni gli fece da cassa di risonanza, ingigantendone le gesta, trasformando in eroi quei poveretti. I sindacalisti dell’Alfa Romeo gli andavano a piscia’ sui tavoli, ai dirigenti di fabbrica, e un giornale serio che avrebbe dovuto scrivere? E che scrivevano o facevano capire, invece? Che era un atto grave, sì, però anche rivoluzionario, non privo d’una sua bellezza, d’una sua giustificazione”.

Insieme al terrorismo le forze occulte del potere internazionale hanno promosso contro l’Italia anche un altro attacco, molto più silenzioso e subdolo: l’invasione della penisola ad opera di un’immigrazione indiscriminata, molto ben indirizzata. Bernabei spiega in questo contesto la vicenda dei profughi albanesi. E infatti: i profughi albanesi “continuano ad arrivare in Italia anche grazie a un’eccezionale organizzazione che li spedisce, per mare, in Puglia, e che ancora una volta ha lo scopo di far nascere in Italia chissà quale pandemonio”. Quando finisce il terrorismo? si domanda Bernabei. Quando “quelli che lo avevano organizzato e finanziato capirono che non c’era niente da fare, che il paese non si faceva destabilizzare. Allora diedero l’ordine: ‘Rompete le righe!’ E siccome un modo pulito per rompere le righe andava trovato, misero in piedi tutta una serie di sceneggiate, tra cui quella dei pentiti”. Gli stessi che inventarono i pentiti ordinarono la liquidazione degli irriducibili. Quanti non volevano saperne di farla finita con la lotta armata, “quelli, zac, li fecero fuori tutti. Sa quanti morti ammazzati, che passano per vittime di regolamenti di conti tra camorristi, sono in realtà ex terroristi che non volevano smetterla? Ci fosse un giornale che una volta almeno andasse a vedere cosa c’è dietro quei morti ammazzati nei cosiddetti regolamenti di conti”.

A questo punto la domanda davvero interessante è: perché “forze economiche, politiche, lobby affaristiche che muovono le loro pedine sulla scacchiera dell’intero pianeta” hanno cercato con tanta determinazione di destabilizzare l’Italia? La risposta di Bernabei è ancora una volta netta: in primo luogo perché da noi “c’è la Chiesa cattolica”. C’è una linea precisa -scrive- che da Lutero ed Enrico VIII passa per la Rivoluzione francese ed il Risorgimento, “nato e cresciuto con l’appoggio inglese contro la Chiesa cattolica”.

Le società segrete che perseguono questa iniziativa incarnano “un’etica che si esaurisce nel guadagno e nel successo, un settarismo che ignora la pietà ed è pronto a schiacciare l’umanità intera in nome di un preteso Bene Assoluto e che trova la incarnazione più duratura nei riti delle società segrete programmaticamente anticlericali”. E d’altronde, si chiede Bernabei, qual è il vero significato dell’espressione globalizzazione? Globalizzare “significa conquista di tutto il pianeta attraverso l’omologazione di una logica. Quale logica? Quella del profitto”. Parlando di lobby affaristiche, Bernabei ne individua una particolarmente dedita ad interessarsi alle vicende italiane, con grande attenzione viceversa al mondo della sinistra: “il capitalismo anglo-olandese ha sempre avuto un occhio di riguardo per l’Internazionale socialista”, scrive l’Uomo di fiducia. Il discorso di Bernabei continua in tanti illuminanti rivoli. Noi ci fermiamo qui.

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