Il disegno intelligente

Alla fine del suo reportage sul Disegno Intelligente, comparso recentemente sul Foglio, Stefano Pistolini ha intervistato Piergiorgio Oddifreddi, dell’Unione degli Atei e degli Agnostici. Oddifreddi ha anzitutto dichiarato che la teoria del Big Bang “puzza” di Genesi, e che la Chiesa lo ha subito messo in luce, già all’epoca di Pio XII. E’ vero: non solo il Big Bang si accorda con il Genesi, ma è stato teorizzato da cattolici, e nel Novecento, per la prima volta, da un gesuita. Detto questo Odifreddi, per non ammettere l’evidenza, spiega che in realtà no, il big bang si adatta bene all’idea di creazione, ma la Bibbia non parla di creazione, bensì di un dio demiurgo, che plasma una materia già esistente.

Non è così. La prima parola del Genesi, infatti, è “ber?shit”, cioè “all’inizio del tempo”, mentre la seconda è “b?r?”, cioè “creò”. L’espressione “all’inizio del tempo” ci può far riflettere: come scrive un commentatore medievale indica che ci fu un “istante che diede inizio al tempo”, che non fu “continuazione del passato verso il futuro, ma solo inizio del futuro”. Non è intuizione da poco, in quanto contrasta con la teoria dell’eternità del tempo, del moto e dello spazio, di Aristotele e di Platone – che quindi non avrebbero creduto al Big Bang, cioè ad un inizio-, ed anticipa il concetto scientifico di relatività di tempo e spazio, introdotta da Einstein. Infatti nel Genesi tempo e spazio, per la prima volta nella storia, non sono assoluti, esistenti da sempre, in quanto sono iniziati in un determinato istante, quello della creazione. Il loro essere relativi è conciliabile con il loro essere creature, mentre al contrario Dio è fuori del tempo e dello spazio: non è forse vero che se l’universo collassasse, spazio e tempo si annullerebbero? In tal caso il demiurgo platonico, e il mondo-dio dei panteisti, scomparirebbero, mentre il Dio cristiano “rimarrebbe”. Egli infatti si è definito così: “Io sono colui che è”, eterno presente, eternità a-temporale.
Tornando al nostro Odifreddi, egli non si stupisce del fatto che la vita sulla terra sia permessa da una serie incredibile di circostanze “fortunate”: “questo universo non è stato fatto perché ci fossimo noi, ma dal momento che è fatto così, possiamo esserci”. L’affermazione significa che ci siamo per caso, quasi ospiti abusivi, e che l’ordine che ci permette di esistere è un incidente o un accidente, e che quindi noi stessi siamo un incidente e un accidente, di significato nullo. Si tratta di una affermazione che vuole essere logica, intelligente, ma dopo aver fatto, anche dell’intelligenza umana, un incidente, un caso accidentale! I padri della scienza non la pensavano così. Per costoro tutto nasce dalla meraviglia, dalla “fede in una razionalità del mondo”, come scriveva il cattolico Max Planck, o dalla constatazione di una “progettualità e disegno”, come afferma Allan rex Sandage, scopritore del primo quasar, veramente “miracolosi”.
Copernico parlava di “divina providentia opificis universorum” e Keplero diceva che “il cosmo non è prodotto del caso, ma una creazione di Dio, e Dio, certamente, non l’ha creato a caso (temere)”. Non solo perché dal caso non nasce l’ordine, ma perché ciò che ci circonda non solo funziona, ma è anche bello, gratuitamente bello: come l’uccello che canta per cantare, senza altro scopo, o l’elegante e sinuoso procedere dei ghepardi; come i colori sgargianti dei pesci, il volo subacqueo dei delfini, la sovrabbondante bellezza dei pavoni…. Questa bellezza è anche, persino, nelle leggi fisiche. Scriveva Werner Heisenberg: “Se la natura ci conduce a forme matematiche di grande semplicità e bellezza non possiamo fare a meno di ritenere che esse siano vere…devo ammettere francamente di essere molto attratto dalla semplicità e dalla bellezza degli schemi matematici che la natura ci presenta”.
E Roger Penrose, parlando della relatività generale, affermava: “E’ proprio un mistero che qualcosa che appare bello possa avere più probabilità di essere vero di qualcosa che appare brutto”. Così Einstein, “non appena una equazione gli pareva brutta, sembrava perdere interesse nei suoi confronti. Egli era profondamente convinto che la bellezza fosse un principio guida nella ricerca di risultati di rilievo nella fisica teorica” (Bondi). Aggiunge suo figlio: “Aveva un carattere più da artista che da scienziato…per lui l’elogio più alto per una buona teoria non era che fosse corretta o esatta, ma che fosse bella”.
Se a Odifreddi la vita e la natura piacessero un po’ di più, se ne cogliesse maggiormente ordine e bellezza, forse sarebbe meno triste, e contemplando l’essere, che miracolosamente c’è, meno superbo.

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