Tutta un’altra storia

Tra le bufale storiche più diffuse ci sono quelle che riguardano la storia delle conoscenze sulla Terra. Mille volte abbiamo sentito dire che per i medievali la terra era rotonda e che Galilei dimostrò il moto della Terra e il sistema eliocentrico. La realtà storica è piuttosto diversa:

La Chiesa spagnola è stata la costruttrice della civiltà latinoamericana.

Dialogo tra Padre Javier Olivera Ravasi e lo storico Patricio Lons 26 ottobre 2019

Patricio. – Bene, siamo qui con Padre Javier Olivera Ravasi, avvocato, dottore in filosofia, storia e scienze giuridiche. Lo conosciamo tutti per le sue apparizioni sulle reti sociali, per le sue numerose conferenze, eccetera. Noi l’abbiamo invitato a partecipare alla “Settimana della Hispanidad” perché, per le sue caratteristiche, era indispensabile per noi averlo qui.

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UN SALVAGENTE PER POPOLI E NAZIONI. Il Rapporto annuale dell’Osservatorio Van Thuân

Come mai la Chiesa, che un tempo voleva incontrare i popoli e le nazioni, ora spinge per il nuovo umanesimo globalista? Perché la politica continua a credere che lo Stato-nazione sia superato da una globalizzazione inarrestabile e così facendo condanna se stessa? Come mai, invece, hanno successo i regimi come quello di Orban che si fa guidare dal principio: “Iste, Haza, Csalad – Dio, Patria, Famiglia”? I popoli balcanici difenderanno la loro identità di fronte all’espansionismo islamico? Molti in Argentina lamentano l’erosione della propria identità nazionale, mente in Brasile sembra che Bolsonaro sia forse riuscito a superare la separazione tra nazione e Stato dovuta all’ideologia della liberazione. Nel frattempo l’Unione europea si suicida assassinando le nazioni che la compongono. Intanto la Catalogna, che è nazione ma non Stato, esprime un processo centrifugo sempre più importante.

A questi problemi è dedicato l’XI Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân ed edito da Cantatalli, quest’anno dedicato al tema “Popoli, nazioni, patrie: tra natura e artificio politico”. [Il libro può essere acquistato on line senza spese postali scrivendo a info@vanthuanobservatory.org]; cinque saggi centrali di approfondimento + 11 spaccati dai cinque continenti dove il confronto sovranismo /globalismo è più acuto. Il tutto introdotto da una Sintesi di Stefano Fontana e da un Presentazione del vescovo Giampaolo Crepaldi, curatori di questo undicesimo Rapporto così come dei precedenti.

“Tra natura e artificio politico”, così dice il sottotitolo che diventa la chiave di lettura proposta dal Rapporto. Nella comunità umana c’è un ordine naturale, finalistico e sussidiario. Naturale, perché non frutto di convenzioni  o di voti nei parlamenti. Finalistico, perché è sempre il fine che unisce una comunità. Sussidiario, perché ci sono vari livelli di società, tutti hanno il loro fine nel proprio bene comune e i superiori non devono inglobare e schiacciare gli inferiori ma aiutarli ad essere se stessi. La famiglia e la nazione appartengono a queste aggregazioni naturali di primo livello e non sono frutto di accordi politici, ma richiedono rispetto e valorizzazione. La nazione è una prosecuzione della famiglia nel campo dell’educazione e della formazione morale e culturale. Come la famiglia, anche la nazione ha doveri e diritti propri, anteriori allo Stato. Essa si configura come “patria” proprio perché ha le proprie radici nei “padri” e Giovanni Paolo aveva sostenuto in “Memoria e Identità” che il dovere verso la patria deriva dal quarto comandamento: onora il padre e la madre. La nazione e la patria sono realtà di ordine spirituale oltre che materiale e rispondono alla necessità umana di radici. È comprensibile la tendenza della nazione a darsi anche una struttura politica nello Stato, ma le due realtà non coincidono. Si può chiamare “patria” anche la propria regione o l’area geografica e cultura che ci ha configurato culturalmente e spiritualmente. Continua a leggere

Selezione dei pazienti in casi di emergenza? Quali criteri?

di Stefano Martinolli

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

Valutazione etica di due recenti direttive sanitarie

Durante questa pandemia da COVID-19 sono stati pubblicati moltissimi studi scientifici, riflessioni, approfondimenti e valutazioni etico-cliniche. Fra tutti, vale la pena di analizzare le «Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili» (SIAARTI, Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia intensiva – 6 marzo 2020) e «COVID-19: la decisione clinica in condizioni  di carenza di risorse e il criterio del triage in emergenza pandemica» (Comitato Nazionale per la Bioetica – Presidenza del Consiglio dei Ministri – 8 aprile 2020).

Il primo documento, dopo aver più volte sottolineato l’eccezionalità della situazione attuale, propone una lista di 15 raccomandazioni circa i criteri di accettazione, negli ospedali e, in particolare, nelle Terapie Intensive, di un numero di pazienti superiore alla disponibilità effettiva delle risorse sanitarie. Vengono richiamati criteri di «appropriatezza clinica e di proporzionalità delle cure» e, in particolare, di «giustizia distributiva», oltre che di «appropriata allocazione di risorse sanitarie limitate». Gli autori ribadiscono, fin dall’inizio, che si deve puntare a «garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico, privilegiando pertanto la maggiore speranza di vita» e sottolineano quindi come il bisogno di cura intensiva debba essere integrato  con «altri elementi di idoneità clinica». Il Gruppo di lavoro, dopo aver premesso che questi criteri di scelta dei pazienti sono giustificabili «solo dopo che da parte di tutti i soggetti coinvolti siano stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare le disponibilità di risorse erogabili e dopo che è stata valutata ogni possibilità di trasferimenti dei pazienti verso centri cin maggiore disponibilità di risorse», indica lo scopo finale del documento: sollevare i clinici da una parte della responsabilità delle scelte e rendere espliciti i criteri di allocazione delle risorse sanitarie. Le raccomandazioni vanno ad analizzare tutti gli aspetti dell’attività sanitaria (comunicazione e condivisione della diagnosi, compilazione delle cartelle cliniche spiegando anche i motivi dell’esclusione , elenco delle comorbidità, rilevazione quotidiana dell’appropriatezza delle cure, creazione di «rete» con scambio di informazioni tra centri e singoli professionisti, considerazione delle ricadute sui familiari dei pazienti, soprattutto in caso di morte) ed entrano nell’ambito etico in maniera diretta ed esplicita. Colpiscono alcuni punti: 3) è espressamente indicato che il limite di età può rappresentare un criterio di esclusione all’ingresso in Terapia Intensiva, giustificato dalla «probabilità di sopravvivenza» e, in particolare, dai «più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone»; 5) richiamo alla presenza di DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento) che andrebbero considerate con attenzione; 9) creazione ideale e in anticipo di una lista di pazienti che potrebbero necessitare di Terapia Intensiva; 10) descrizione della possibilità di ricorrere alla sedazione palliativa, soprattutto se «si prevede un periodo agonico non breve».

Da quanto esposto finora è chiaro che il documento evidenzia notevoli criticità etiche. Non è accettabile impiegare il limite di età, come criterio privilegiato, per trattare i pazienti. Per spiegarmi meglio pongo un esempio: nella pratica clinica è noto che due persone con la stessa età possono avere uno stato di salute profondamente diverso (presenza o meno di importanti comorbidità: diabete, ipertensione arteriosa, obesità, cardiopatie, nefropatie, pneumopatie) e che richiedono pertanto una gestione sanitaria diversa e personalizzata. In questo caso è chiaro che il parametro età ha scarso valore ed assume invece un ruolo determinante la valutazione clinica che sarà l’unica a guidare le decisioni diagnostiche e terapeutiche. Continua a leggere

Non siamo martiri, ma dobbiamo prepararci a diventarlo

di Marco Begato

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

L’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nel video-messaggio diffuso il 27 aprile 2020 ha ricordato a noi cristiani e a tutti gli italiani la testimonianza dei martiri di Abitene, dicendo “noi non siamo martiri, però dobbiamo ripetere anche noi [le parole dei martiri]”. Io oggi vorrei introdurre la mia riflessione modulando la dichiarazione del pastore “noi non siamo martiri, però dobbiamo prepararci a diventarlo”.

È cosa possibile? Una riflessione sul martirio, un elogio del medesimo, una condivisione su quel che il martirio rappresenta e su come prepararvisi, è tema ancora interessante per i cristiani e i cattolici di oggi? Anche per i cattolici italiani?

Se la risposta è positiva, posso procedere con le mie considerazioni.

Esse si pongono in continuità coi miei ultimi contributi per l’Osservatorio e più direttamente con la meditazione filosofica dedicata al mistero della morte, in dialogo col padre Marie-Dominique Goutierre. Allora ci eravamo congedati avendo tra mano i frutti di una speculazione meramente razionale e i sentimenti di speranzosità con cui la sola ragione riesce a guardare all’avvicinarsi della morte, quasi sentimenti di amicizia.

Ora vorrei tentare con voi il passo successivo, quello che ci spinge dall’orizzonte filosofico alla comprensione nella fede. Mi sono chiesto se leggere il mistero della morte in ottica di fede significasse semplicemente portare il contributo biblico-teologico che annuncia la Risurrezione di Cristo e le relative promesse che ne vengono sulla nostra vita. Questa sarebbe certamente una tematica di grande valore, tanto più nel Tempo di Pasqua che stiamo attraversando. Ho però ritenuto che il mio intervento odierno dovesse rivolgersi ad altro tema e affrontare la grande affidabilità della risurrezione attraverso la meditazione attorno a uno dei suoi frutti più belli e affascinanti: il martirio. Continua a leggere

La “forza del dolore salvifico” testimoniata in Giovanni Paolo II anche dalla nota grafologa Evi Crotti.

Giotto, L’Ascensione, Cappella di Santa Maria della Carità, detta Degli Scrovegni, 1303-1305, Padova, particolare

Ieri, solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, secondo la nota espressione liturgica della tradizione Cattolica, ho letto un articolo su Il Giornale a firma della nota grafologa Evi Crotti, Ecco chi era davvero

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News dalla rete

  • Deregulation, interesse nazionale, sussidiarietà: le stelle polari del centrodestra dopo la globalizzazione “cinese”

    di Eugenio Capozzi. Quali dovrebbero essere le priorità, le parole d’ordine, i punti programmatici alla base della coalizione di centrodestra ora che l’Italia deve affrontare la dura sfida della ripresa dopo l’epidemia di coronavirus gestita (male, malissimo), dal governo giallorosso di Giuseppe Conte? Come si può trasformare in fatti e progetti la presenza critica mostrata nelle manifestazioni del 2 giugno, in termini di risultati concreti per il paese, più ancora che di consensi elettorali? Leggi il seguito…

  • Censis, in cinque interviste tutti i limiti di Conte

    di Frodo. Cinque interviste nel corso di poche ore e tutte al vetriolo nei confronti di alcune scelte di sostanza operate dall’esecutivo giallorosso: se la giornata di ieri ha avuto un padrone, questo è stato il professor Giuseppe De Rita, presidente del CENSIS. Un Professore con la P maiuscola che ha ridimensionato con dovizia di particolari la narrativa del governo sulla pandemia, scaricando di fatto l’azione politica di Giuseppi e dei suoi alleati. De Rita è un sociologo di nota fama. La sua lettura non ha paletti. Un termine che ricorre spesso tra le cinque disamine è “paura”. Quella che il governo, secondo noi, non solo non è riuscito a stemperare, ma forse è persino finito con l’assecondare. Leggi il seguito…

  • Il patriottismo dei mascalzoni

    di Marcello Veneziani. Su, finitela con questa mascherata. Da quando, il 1° giugno, Sergio Mattarella ha invocato l’unità del paese allo scopo di delegittimare la manifestazione dell’opposizione del giorno dopo, la Cupola italiana – quell’intreccio di poteri che occupa istituzioni, governo, scena politica, media di stato e giornaloni, poteri giudiziari e sanitari – ripete ogni giorno il mantra di restare uniti contro il virus, la destra e la piazza, che poi ai loro occhi coincidono. La chiamano unità ma intendono uniformità. La chiamano comunità ma intendono conformità. Leggi il seguito…

  • Parla il fondatore dei (veri) Gilet arancioni: “Noi siamo il movimento della terra, ripartire da qui”

    Intervista di Claudia Passa. “I gilet arancioni ce li siamo inventati noi, e non sono certo questi. Sono un movimento nato per far sentire l’urlo della terra. Potranno pure prendersi il nostro marchio, ma noi non ci fermeremo”. I gilet arancioni hanno un luogo e una data di nascita, hanno una precisa ragione sociale e hanno un “papà”, che non è il pittoresco generale Pappalardo ma il conte Onofrio Spagnoletti Zeuli. Importante imprenditore agricolo pugliese, da sempre attivo nel mondo dell’associazionismo di settore, Spagnoletti è stato protagonista di importanti mobilitazioni dei lavoratori della terra, esercito di “invisibili” di cui forse l’emergenza coronavirus ha fatto comprendere appieno il valore. Leggi il seguito…