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Articoli del 20/07/2010

Ho scoperto oggi l'allucinante esistenza di tale Massimiliano Parente, egocentrico scrittorucolo convinto di essere un grandissimo intellettuale. Parente è un radicale (ma dai!) e scrive su Il Giornale.

Pezzi grotteschi, come quello di oggi, 20 luglio:

...Insomma, alla fine il peggior discorso dei discorsi sui valori è proprio «il valore della vita», quando c’è sempre qualcuno a un certo punto che ti tira fuori il valore della vita, come se la vita fosse quotata in qualche listino di Wall Street un tot al chilo e non fosse il campo di concentramento cosmico che è. Un valore della vita, attenzione, che è invariabilmente il valore della vita umana come espediente per rompere le palle alle vite altrui, magari a una ragazza che vuole abortire o rifiutare un figlio down, poiché per la legge 40 già un embrione è un bambino (ma per coerenza nell’ipocrisia puoi abortirlo dopo, fino a tre mesi), magari appellandosi a una metafisica del Dna, come dire che già la ricetta di una torta è una torta.

O magari salta fuori il valore della vita rispetto a un corpo mantenuto in vita artificialmente, e che strano, più credono nell’al di là più ti attaccano di qua a un respiratore artificiale. Ma come, l’entità immaginaria che vive nei cieli, in cui credete, vi sta chiamando, e voi opponete resistenza? La verità è che ogni discorso sulla vita è di una tristezza infinita perché non vuole vedere la verità, e non vedere la verità non è un valore neppure nei ciechi o non vedenti, come dicono le signorine del valore della vita nella menzogna, spinta fino alla negazione nominale delle cose. Infatti il valore della vita è tale da generare paradossi incredibili, e di tiratina in punturina, per illudersi di sconfiggere la vecchiaia con la chirurgia plastica, non solo tutte le donne più invecchiano e più somigliano a trans (e poi si lamentano se gli uomini vanno direttamente con i trans, dotati anche di altri optional), ma arrivano quelli per cui la vita comincia a quarant’anni, la vita comincia a cinquant’anni, la vita comincia a sessant’anni, la vita comincia a settant’anni, la vita comincia a ottant’anni, e infine, per gli incontentabili dell’illusione, arriva la religione, con il paradosso massimo: la vita comincia dopo la morte. Seicento milioni di anni di farsa chimica e biologica, tremila anni di filosofia, per arrivare a questo.

Nella vita, per fortuna, ci sono anche anedotti simpatici sul valore della vita, per esempio mi ricordo di quando Carmelo Bene, a una puntata del Maurizio Costanzo Show, osò dire «Ma cosa ce ne fotte a noi del Ruanda?», e il pubblico rimase ammutolito prima che si alzasse un brusio di disapprovazione, in quanto non era bene dire quello che diceva Bene, e ci fu qualcuno che si alzò per difendere il valore della vita in nome del Ruanda, del quale, nella vita dei cittadini occidentali, a nessuno fotte niente se non quando ricorre in una conversazione, come le cinque giornate di Milano e Gianni Minoli. In Ruanda, pochi anni dopo, ci andò invece una strafiga come Claudia Koll, e io ero così pornograficamente ossessionato da Claudia Koll da restare molto colpito dalla notizia e pensavo di trasferirmi in Ruanda anch’io, con lei, due cuori e una capanna. Non so quanto avrei resistito senza aria condizionata, senza wireless, senza Xanax, senza Iphone, e però sarei stato con lei, con Claudia Koll.

Ma siccome la vita è orribile e non c’è nessun valore della vita Claudia Koll ci andò non a esportare se stessa e la sua bellezza e a concedersi al Terzo Mondo, al contrario ci andò quando si convertì passando da Tinto Brass a Gesù Cristo, diventando una missionaria, quando a me della missionaria mi interessa solo la posizione. Con il risultato che oggi il Ruanda è nella merda quanto lo era prima della discesa di Claudia Koll, con la morale della favola che noi abbiamo perso una strafiga, e in Ruanda, essendoci lei andata in nome della castità, nessun africano si è mai fatto Claudia Koll, e allora perfino in Ruanda, mi domando, quando gli parli dei valori della vita, i negri o i neri o i di colore che vivono lì mica saranno stupidi, e ci sarà qualcuno che pensa, pensando al valore della vita: ma cosa ce ne è fottuto a noi di Claudia Koll? "

Non sarebbe il caso di scrivere una letterina a Feltri (direttoreweb@ilgiornale.it), che ci liberi di questi buffoni nichilisti?

 

 
Di Giuliano Guzzo (pubblicato @ 15:57:28 in Politica, linkato 173 volte)

La palla ora passa al Consiglio di Stato, che, se confermerà la decisione del Tar – che ha sentenziato la necessità di ricontare circa 15.000 voti (sono 9.000 quelli di vantaggio che hanno consegnato a Roberto Cota, affermatosi col 47,32% delle preferenze contro il 46,90 raccolto da Marcedes Bresso) –potrebbe ribaltare l’esito delle elezioni regionali; cosa a dir poco scandalosa. Vediamo perché. Ad essere contestata dalla Bresso è una Legge regionale - approvata dalla sua maggioranza, durante la scorsa legislatura! – che prevede che un capogruppo in Consiglio Regionale possa autorizzare la presentazione di una lista anche con simbolo e denominazione differente rispetto a quella del proprio gruppo, esentandola dall’obbligo di raccogliere firme di sostegno.

Così il Pd ha concesso l’esenzione ai “Radicali”, l’Idv a “Pensionati ed invalidi per Bresso”, ed anche Scanderebech, Capogruppo Udc, ha presentato una lista di sostegno, ma – e qui sta la sua “colpa” – non per aiutare il Governatore uscente, bensì Roberto Cota. Ora però “Al centro con Scanderebech”, la lista di Scanderebech – che era già stata ammessa dai tribunali in sede di presentazione, che hanno respinto i ricorsi targati Udc – rischia, così come rischia lista “Forza Consumatori”. Perché quei 14.980 voti non verranno ri-conteggiati, come sarebbe logico pensare in un Paese normale, alla stessa maniera degli altri, bensì in un modo innovativo, per usare un eufemismo: considerando cioè una croce alle liste di sostegno a Roberto Cota non valida, perché non correlata ad una seconda croce, che doveva essere apposta anche sul nome del candidato Presidente. Come se chi – come lo stesso Roberto Cota! – ha apposto la croce sul simbolo della Lega, in realtà, potesse essere intenzionato a votare qualcuno di diverso dall’attuale Governatore. Tipico esempio di giustizia italiana.

A tingere di giallo tutta la storia – anche se forse sarebbe più adatto parlare di commedia– ci si sono messe pure voci inquietanti, anche se mai smentite. In più interviste, infatti, settimane prima del verdetto emesso dal Tar dopo sei ore di camera ci consiglio, Roberto Cota aveva confidato d’essere stato raggiunto da voci da parte di ambienti salottieri dell’alta società secondo le quali l’esito delle elezioni che lo hanno eletto incoronato Governatore sarebbe, a breve, stato annullato. Ulteriore elemento oscuro è la previsione fatta settimane or sono da Mercedes Bresso:”Il 15 Luglio li mandiamo a casa”. Peccato che la data del 15 luglio, il Tar, l’abbia resa pubblica solo giovedì 1 luglio, spiegando che in origine l’udienza avrebbe dovuto essere il 7, ma, a causa di un intervento di ritocco dell’angioplastica, il giudice Franco Bianchi era stato costretto a rimandarla. Ma la Bresso - chissà come mai - sapeva già tutto.

 
Di Francesco Agnoli (pubblicato @ 10:06:27 in Storia del Cristianesimo, linkato 196 volte)

Nello sconfortante panorama del cattolicesimo italiano attuale, non mancano però i segnali di speranza e di cambiamento.

Citavo, alcune settimane fa, la casa editrice Fede & Cultura, come segnale evidente di una voglia nuova di alcuni ambienti cattolici di fare cultura e di proporsi al mondo senza paure e complessi di inferiorità. Questa volta vorrei invece ricordare un’altra casa editrice che, come cattolico, sento il dovere di ringraziare. Sto parlando dell’editore Lindau, a cui si devono, negli ultimi anni, testi bellissimi e preziosi, come “La vita in vendita” di Jacques Testart, “Iota unum” di Romano Amerio, magistralmente curata da Enrico Radaelli, e gli ottimi lavori di Rodney Stark, grande sociologo delle religioni americano.

Si tratta di opere che sino a pochi anni fa difficilmente sarebbero stati stampate e diffuse in Italia, e che dicono appunto di un graduale, ma deciso, risveglio culturale. Vorrei oggi riferirmi in particolare all’ultimo libro di Stark pubblicato da Lindau: “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate”.

Anche perché in tempi di martirio, come quello di mons. Luigi Padovese, è forse necessario incominciare a spazzar via menzogne ormai secolari che non aiutano a capire. Padovese è stato vittima innocente, disarmata e coraggiosa, che ci ricorda ancora una volta, a chi voglia vedere, che la religione di Cristo si è diffusa nel mondo non col potere del denaro o delle armi, ma, soprattutto, col sangue dei martiri. Il merito di Stark è quello di far piazza pulita di una vecchia menzogna: la strumentalizzazione delle crociate.

Spesso si vuole far credere che questi episodi della nostra storia, così intessuti di grandezza e di miserie, come è inevitabile che sia quando il protagonista è l’uomo, simboleggino un modus operandi della Cristianità: aggressiva, pronta a fare proseliti con la violenza. La storia non è andata così, benché questa versione piaccia ormai, in primis, proprio a molti cattolici progressisti. Le crociate infatti non sono state il tentativo di sottomettere un’altra religione, né di convertire con la forza altri popoli. P

er spiegare questa ovvietà storica, Stark ribalta la narrazione più canonica dell’ordine dei fatti.

Nella nostra cultura, influenzata dalle menzogne di Voltaire, Diderot e dei loro nipotini, le crociate compaiono all’improvviso, come Minerva dalla testa di Giove. Ebbene Stark svela l’inganno in modo semplicissimo: raccontando gli antefatti, cioè i quasi 5 secoli di continue aggressioni del mondo islamico contro quello cristiano! Inoltre pone all’inizio del libro due cartine storiche che sarebbero da sole sufficienti a fare chiarezza: la prima mostra la diffusione del cristianesimo sino alla nascita dell’islam; la seconda le terre cristiane, dall’Africa del nord, alla Spagna, dalla Sardegna, alla Sicilia, ecc., nelle mani dei maomettani. Non per pacifica concessione. Non per libera conversione, ma grazie alla forza delle armi! Stark ricorda che le crociate non nacquero dalla avidità dei nobili europei, molti dei quali, anzi, sostennero “di persona spese enormi, alcuni affrontando coscientemente persino la bancarotta pur di recarsi in Terra Santa”, né furono il primo tentativo di colonialismo europeo, dal momento che i regni cristiani in Oriente furono indipendenti da qualunque stato europeo e, lungi dall’essere sfruttati economicamente, godettero e vissero invece delle ricchezze che provenivano dall’Europa.

Le crociate, col loro inevitabile carico di crudeltà e di morte, nacquero invece come risposta ai continui e terribili attacchi islamici; in difesa degli ortodossi di Bisanzio, sempre a rischio di cadere sotto la spada islamica; per la difesa dei cristiani che si recavano in Terra Santa. Al riguardo Stark rievoca i periodici massacri di pellegrini che giungevano a Gerusalemme: le centinaia di cristiani crocifissi e lapidati, i monaci del monastero di Mar Saba messi al rogo, la devastazione di circa 30 mila chiese, tra cui la stessa chiesa del Santo Sepolcro, all’epoca del sovrano Hakim…

I membri dell’aristocrazia europea, nota sempre Stark, non avevano bisogno delle narrazioni di Urbano II, né delle invocazioni di Alessio Comneno, imperatore di Bisanzio, per conoscere il trattamento riservato in Terra Santa ai pellegrini e ai non islamici: molti di loro vennero a conoscenza diretta, oppure grazie ai familiari e amici “che erano riusciti a sopravvivere e a fare ritorno in Europa, esausti, impoveriti e con spaventosi racconti da riferire”.

Infine Stark dimostra che le crociate non possono essere indicate come “una delle cause dirette dell’attuale conflitto mediorientale”, anche per il fatto che gli islamici, fino alla fine del XIX secolo, non dimostrarono interesse per questi fatti. Anzi, “per molti arabi le crociate non furono che attacchi sferrati contro gli odiati turchi, e pertanto di scarso interesse”.

 La verità storica è dunque chiara: l’avversione dell’Islam per l’Europa, come terra di conquista, è sempre esistita, ora più, ora meno; i papi hanno spesso salvato la libertà dell’Europa; le colpe europee verso i paesi islamici, ben meno di quelle che si vuole far credere, risalgono semmai alla colonizzazione ottocentesca e successiva, portata avanti non dalla Chiesa, ma da Stati in cui il cristianesimo era già stato sostituito, almeno a livello di elite, da ideali ben diversi, quando non esplicitamente anti-cristiani. Il Foglio, 1 luglio 2010

 

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