Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
Articoli del 19/07/2010

A quasi vent’anni di distanza da quelle del ’92, c’è un’altra strage – non dinamitarda, fortunatamente - che si consuma tra politica, magistratura e stampa: quella della ri-costruzione di Capaci e Via d’Amelio. Tutti, in Parlamento, nelle procure e nelle redazioni, si sentono autorizzati a fornire una loro versione sulla morte di Falcone e Borsellino. E tutti, da aspiranti mafiologi, puntando il dito contro una non meglio precisata “trattativa” tra mafia e Stato, sentenziano, alludono e insinuano. Come se la questione, sulle stragi, stesse nella ricerca di risposte, mentre, forse risiede ancora nelle domande.
La prima: come mai la stampa, solitamente così avida di scoop e complotti, non diede alcun risalto mediatico alla lettera che Elio Ciolini, in data 6 marzo 1992, inviò al giudice Leonardo Grassi, nella quale scrisse testualmente: “nuova strategia tensione in Italia – periodo: marzo-luglio 1992 […] nel periodo marzo luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde […] tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” […] e in Italia è stato inteso ad un nuovo ordine “generale” con i relativi vantaggi economici finanziari”?
E' vero: Ciolini era indubbiamente un personaggio oscuro e controverso, non per nulla è stato spesso al centro di storie di rivelazioni più o meno attendibili e di clamorosi depistaggi, il più noto dei quali fu quello sulla indagini sulla strage alla stazione di Bologna, ma le previsioni fatte per il ’92, ancorché minimizzate, furono, purtroppo, del tutto profetiche. Così come lo fu una strana dichiarazione che Bettino Craxi rilasciò in un’intervista al settimanale Panorama: “Me ne vado perché ci aspetta una stagione di bombe”. A cosa si riferiva Craxi?
E ancora: come mai, quando, il 16 marzo ’92, l’allora Ministro dell’Interno Scotti, non quindi uno qualsiasi, – allarmato da queste ed altre segnalazioni – diramò un allarme a tutti i prefetti del Paese per la prossimità di un piano di destabilizzazione del Paese, non solo non venne creduto, ma fu persino irriso ed il Corriere della Sera, quotidiano solitamente equilibrato, si sbilanciò in prima pagina parlando della “classica patacca”, ed arrivando anche a pretendere dal Ministro “spiegazioni molto convincenti” (Corriere, 20/3/’92, p.1)?
Il solo a stupirsi pubblicamente del modo col quale venne messo a tacere Scotti fu il trentino Flaminio Piccoli, che espresse inquietudine per come “i grandi quotidiani e le diverse tv” avessero presentato e ridicolizzato l’allarme del Ministro dell’Interno, “con assoluta uniformità di giudizi, danno l' impressione che derivino da un solo editore o da una sola "centrale"” (Corriere, 25/3/’92, p. 5). Ed è forse proprio a partire da quel potente e diffuso ridimensionamento di un allarme rivelatosi di lì a poco fondatissimo, prima che in tante presunte “trattative” e dichiarazioni di “pentiti”, che si dovrebbe iniziare a ragionare sulle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Anche per fermare la strage del buon senso che molti esponenti delle istituzioni, magistrati e giornalisti stanno compiendo sul ’92.
Il romanzo è un genere letterario relativamente recente che - in Italia, ma non solo - ha faticato molto ad imporsi, sia perché non aveva una legge codificata a cui rifarsi, non avendo una tradizione alle spalle, sia perché trovò una forte censura in alcuni esponenti intellettuali, che lo giudicavano come immorale e nocivo alla salute.
Fino alla fine del ‘500 si intendeva con il termine romanzo “una narrazione in versi”, generalmente strutturata sul modello ariostesco del poema cavalleresco.
Solo nel 1600 si cominciò ad in tendere per romanzo “una narrazione lunga in prosa”.
Questo è il secolo del romanzo barocco, il quale - benché temporalmente limitato - ha avuto una grande importanza, perché ha portato all’affermazione di un nuovo genere letterario di massa, fondato su logiche di mercato.
Per convenzione, si è soliti circoscrivere il romanzo barocco nel lasso temporale che va dal 1624, data in cui uscì L’Eromena di Gian Francesco Biondi, al 1662, anno di pubblicazione di La peota smarrita, ultimo libro di una trilogia di ambientazione veneziana di Girolamo Brusoni.
Il romanzo barocco si rifà essenzialmente al poema cavalleresco, per cui punta a generare interesse e meraviglia nel lettore, sviluppando una trama interessante e avventurosa. I protagonisti dei romanzi di questo periodo devono superare innumerevoli peripezie, per terra e per mare, per riuscire a dare concreta realizzazione, generalmente, ad una amore a lungo protratto.
In queste composizioni si pone l’accento sulle descrizioni delle varie situazioni, senza toccare in alcun modo quello che è l’aspetto psicologico, interiore, dei vari personaggi.
Con La peota smarrita del Brusoni, si diceva, si suole definire concluso il periodo di produzione barocco, anche se fino al 1680 circa si ha ancora qualche pubblicazione in tal senso.
In Italia, dopo questa data, c’è un vuoto che si protrae fino alla seconda metà del Settecento, momento in cui c’è una rinascita del romanzo grazie alle opere dell’abate Pietro Chiari.
Per sopperire a questa lacuna di più di mezzo secolo, in Italia vengono importate le traduzioni, rigorosamente in francese, dei grandi romanzi europei, in prevalenza provenienti da Francia ed Inghilterra, i due veri poli letterari di questo periodo. Le avventure di Gulliver, Robinson Crusoe, La nouvelle Heloise, Tom Jones, La Pamela… sono solo alcuni dei titoli maggiormente noti.
Verso la metà del Settecento c’è anche la nascita di quella che è stata definita la “letteratura rosa”, perché specificatamente rivolta ad un pubblico femminile, che cerca nella lettura uno specchio della propria vita.
E’ con il Settecento e con l’affermazione della classe borghese, quindi, che il romanzo si diffonde, cominciando ad essere visto come un bene di cui godere nel privato della propria camera, magari davanti al fuoco. Nel contempo, anche gli autori di tale genere letterario prendono sempre più consapevolezza del ruolo pedagogico delle proprie opere e, di conseguenza, della loro funzione di guide all’interno della società.
Infine, è proprio in questi anni che nascono due concetti strettamente connessi tra di loro: quello del “diritto d’autore” e quello, rispondente alla logica di mercato, per cui un autore vive delle proprie opere.
Le critiche al romanzo
Come si accennava sopra, il genere “romanzo” ha stentato molto ad imporsi anche perché ha trovato, nel corso del Seicento e del Settecento, una nutrita schiera di oppositori.
Per esempio, per il piacentino Pio Rossi, il romanzo era la fonte principale della decadenza morale sempre più dilagante nel ‘600 e lo considerava un male sia per il quanto che per il quale perché, oltre a far perdere del tempo, era anche causa di malattie fisiche e di pervertimenti viziosi.
Anche nel 1700 ci sono dei fieri oppositori del nuovo genere. Nel 1764 Baretti, recensendo su “La Frusta Letteraria” La Pamela fanciulla del Goldoni, suggerisce alle nobildonne di lasciare la lettura dei romanzi alle donne del popolo, incolte. Pochi anni dopo, nel 1769, Roberti nel suo Del leggere i libri di divertimento, avanza l’accusa per cui i romanzi sono da evitare in quanto distraggono le classi sociali dalle loro legittime occupazioni.
Ovviamente non è solo l’opera finita ad essere oggetto di critica, ma lo sono anche coloro che a tale prodotto danno la vita. Gozzi, nelle sue Memorie inutili (1787), interpretando il pensiero di tutta l’Accademia dei Granelleschi, definisce i romanzieri come dei “logora tori di penne”.
Si sa, inizialmente le novità vengono sempre viste come un potenziale pericolo. L’importante è però non fermarsi al pregiudizio, ma andare a verificare in profondità le varie opportunità che una innovazione comporta.
Nel caso del romanzo, già Ferrante Pallavicino nel 1660 affermava che dilettarsi nella lettura è come fare una passeggiata in un giardino, dove il lettore può cogliere liberamente ciò che vuole, distinguendo ciò che è buono da ciò che è cattivo. Infatti, affermava Pallavicino, vi sono dei romanzacci di cui mondo ha ben donde di dirsi nauseato, perché la loro lettura non è fonte né di diletto, né di utilità.
Oggi la situazione è la medesima. Sul mercato continuano a comparire nuovi libri, romanzi ma non solo.
La bravura dei lettori sta nel non lasciarsi abbindolare dai grandi casi di mercato, anche perché il numero di persone che leggono più di un libro all’anno è talmente ridotto che sarebbe bene che almeno quel singolo libro su cui mettono le mani fosse veramente meritevole di essere letto.
"Forse non c'è scempiaggine pari a quella di passare la vita a leggere scrittori mediocri perché sono nostri contemporanei." (Nicolàs Gòmez Davila)
Di seguito un mio articolo su Avvenire del 18 luglio 2010: siamo certi che vagonate di preservativi siano la soluzione alla piaga Aids in Africa? Quello dei programmi di prevenzione dell’Aids che contemplino campagne basate sulla proposta dell’astinenza sessuale è un tema che ciclicamente si ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica. Gli ultimi in ordine di tempo a parlare dell’astinenza come di un approccio che “potrebbe ridurre le infezioni” sono stati Alan Whiteside, dell’Università di KwaZulu-Natal, e Justin Parkhurst, della London School di Igiene e Medicina tropicale, in una articolo pubblicato sul South African Journal of HIV Medicine. Dalle pagine del Guardian, poi, i due ricercatori hanno lanciato un appello ai capi di stato dell’Africa affinché si impegnino ad organizzare una campagna per propagandare un mese di astinenza sessuale nell’ottica di ridurre la diffusione di una delle peggiori piaghe per il loro continente. La proposta di Whiteside e Parkhurst si basa su evidenze scientifiche desunte dall’osservazione di popolazioni che praticano l’astinenza sessuale in determinati periodi dell’anno, come ad esempio una setta apostolica dello Zimbabwe durante il periodo di Pasqua, e delle successive valutazioni sul numero dei contagi.
Derek von Wissell, direttore del Consiglio nazionale per l’emergenza Aids dello Swaziland, che con il 26,1% ha la più alta proporzione di infezione, ha accolto con favore l’idea anche in virtù dei costi ridotti per metterla in pratica.
Ma tra le fila dei sostenitori dell’astinenza come metodo vincente per il contenimento dell’Aids non ci sono solo Whiteside e Parkhurst.
Edward Greene è ricercatore presso la Scuola di salute pubblica di Harvard e, dopo aver osservato la drastica riduzione della diffusione dell’Aids in Uganda grazie al progetto ABC (Abstinence, Be faithful, Condom), durante un’audizione di una commissione del Senato USA nel 2003 ammise che molti come lui si erano sbagliati nel credere che l’astinenza non potesse essere una proposta efficace. Proprio negli Stati Uniti, l’ex Global Aids Coordinator, la figura che supervisiona e gestisce i piani di prevenzione della diffusione dell’Aids, Mark Dybul, più volte fu attaccato per le sue posizioni favorevoli al finanziamento di progetti basati sull’astinenza.
Da segnalare anche il libro “Affirming Love, Avoiding AIDS: What Africa Can Teach the West” (Affermare l’amore, evitare l’Aids: ciò che l’Africa può insegnare all’Occidente), scritto da Matthew Hanley e Jokin de Irala, il primo già consigliere tecnico in materia di Aids per il Catholic Relief Services , il secondo vicedirettore del Dipartimento di medicina della prevenzione e di salute pubblica dell’Università di Navarra. Nel libro, dati alla mano, i due autori affermano l’importanza dell’educazione e dei programmi volti a cambiare le attitudini sessuali degli africani nella direzione dell’astinenza e della fedeltà. Nella quarta di copertina si legge che l’attenzione ai comportamenti sessuali che sono causa di contagio “è esattamente ciò di cui c’è bisogno e che ha funzionato meglio”: parole di Norman Hearst, professore di epidemiologia all’Università della California.
Fotografie del 19/07/2010
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