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Articoli del 02/07/2010

Come nascono quei fenomeni sociali di dimensione globale che sono le “mode culturali”? E com’è possibile che tali mode possano penetrare e conquistare, in breve tempo, la coscienza di popoli interi fino a configurare, in certi casi, dei veri e propri cambiamenti di paradigma nella visione del mondo e della vita? E soprattutto: si tratta di fenomeni “spontanei” (ossia, per usare un’espressione comune, di “evoluzione” della mentalità e dei costumi) o si tratta, al contrario, di fenomeni almeno in parte “eterodiretti”?

 

 

 

In realtà, per decenni una storiografia condizionata dalla scuola marxista ha imposto l’idea che l’evoluzione della mentalità sia un fenomeno essenzialmente autonomo, dove il ruolo delle cosiddette “elite” culturali sarebbe solo quella di farsi voce dei cambiamenti prodotti delle masse piuttosto che di provocarli. Gli studi più recenti, tuttavia, non fanno altro che confutare questa idea, mettendo in luce, al contrario, l’importanza determinante che certe “agenzie culturali” hanno avuto (ed hanno tutt’ora) rispetto ai grandi cambiamenti culturali e di costume, specie di quelli avvenuti negli ultimi decenni e che così tanto hanno contribuito a trasformare la vita e la mentalità delle società occidentali.

 

-          “Stati di Spirito” e “disordine organizzato”: come operano i poteri forti.

 

L’idea che esistano “poteri forti” capaci di influenzare e condizionare sia gli eventi storici che il pensiero dominante è certamente “pericolosa”: facilmente, infatti, può condurre ad un “complottismo” paranoide che finisce per vedere, in ogni accadimento, un inquietante dietro le quinte. Questo rischio, tuttavia, non può portarci a negare (o peggio ad ignorare) il reale influsso che certe lobby di potere hanno avuto ed hanno nel creare quell’humus da cui poi scaturiscono gli eventi storici. Nessuno storico serio, ad esempio, negherebbe oggi il ruolo determinante avuto dalle “società di pensiero” di ispirazione massonica nell’attuazione e nell’indirizzo successivamente preso dalla Rivoluzione Francese[1]; così come sarebbe ormai difficile negare la natura “elitaria” (e in qualche modo esoterica) di quei circoli culturali da cui hanno avuto origine ideologie come il Nazismo e lo stesso Comunismo.

 

Un’analisi straordinariamente lucida sull’origine delle “mode culturali” è quella del francese René Guénon, noto storico delle religioni e dei simbolismi, esoterista ma anche, in gioventù, grande frequentatore di circoli “occulti” (nonché 33° grado del Grande Oriente di Francia). Da conoscitore ed “esperto in materia”, infatti, Guénon tocca spesso, nelle sue opere, il tema dei meccanismi che generano quelli che il francese chiama gli Stati di Spirito collettivi: così, ad esempio, scrive l’esoterista,“è noto l’adagio: “Vulgus vult decipi”, che alcuni commentano: “Ergo decipiatur! […] Si può così tenere per sé la verità e diffondere nello stesso tempo errori che si sanno essere tali, ma che si ritengono opportuni”[2]. Si tratta, in sostanza, della legittimazione della menzogna, sapientemente diffusa allo scopo di raggiungere un “fine” conosciuto solo da chi è iniziato in tali faccende. Il Guénon, dal canto suo, depreca simili atteggiamenti, ma aggiunge laconicamente: “altri però possono giudicare le cose diversamente”. Secondo il Guénon, inoltre, un’altra strategia utilizzata dai “poteri forti” per condizionare l’opinione pubblica, sarebbe quella del balance of power, ossia il “ritenere che la coesistenza di due errori opposti, limitatisi per così dire reciprocamente, sia preferibile alla libera espansione di uno solo degli errori”. Così, spiega ancora Guénon, “può anche darsi che molte correnti di idee, per quanto totalmente divergenti, abbiano avuto un’origine analoga e siano state destinate a favorire quella specie di gioco d’equilibrio che caratterizza una particolarissima politica; in quest’ordine di cose, si commetterebbe un grave errore fermandosi alle apparenze”[3]. Si tratta qui, in tutta evidenza, di quella strategia che, ad un livello solo un po’ meno “esoterico”, può essere definita politica degli opposti estremismi, dove una certa tendenza finisce per neutralizzare quella opposta a vantaggio di …terzi.

 

Le affermazioni di Guénon, pertanto, sembrerebbero spalancare la finestra su di un mondo, quello della persuasione occulta, dove non esisterebbero il “caso” e la “spontaneità”, ma dove tutto, al contrario, sarebbe studiato in alte sedi, al fine di influenzare e “guidare” la massa dei profani verso fini che sfuggirebbero del tutto alle moltitudini, ma che sarebbero invece ben noti agli “iniziati”. Si tratta, certamente, di un’affermazione grave e, riconosciamolo, difficilmente “digeribile” dai più, perché negante del tutto la “spontaneità” degli eventi storici e dell’evoluzione della cultura. Senza tuttavia dover sposare in pieno questa ipotesi, è innegabile che essa descriva almeno un aspetto della realtà che è stato invece troppo spesso ignorato dagli storici.

 

Anche il massone italiano Gorel Porciatti, in una sua opera, afferma essere proprio questa la strategia utilizzata dai veri poteri forti (che sono anche poteri “occulti”, in quanto non si mostrano mai in prima persona, preferendo agire su di un piano “subliminale”). Scrive infatti il Porciatti:  “Il motto Ordo ab Caos rappresenta la sintesi della Dottrina Massonica e ne rappresenta il Segreto fondamentale. Significa che la Grande Opera non può prodursi se non attraverso uno stato di putrefazione e di dissolvimento, ed insegna che non si può giungere all’ordine nuovo se non attraverso un disordine sapientemente organizzato[4] .  Questo riferimento all’utilizzo strumentale del “caos” in vista di un “ordine” conosciuto solo da pochi, getta peraltro una luce piuttosto inquietante su molti avvenimenti del mondo contemporaneo: introduce il (verosimile?) sospetto sulla vera natura e origine di fenomeni di massa che, apparentemente, sembrerebbero apparire come spontanei prodotti della “coscienza popolare” ma che, al contrario, potrebbero essere visti in altri luoghi come strumenti di un progetto le cui finalità sfuggirebbero persino agli stessi protagonisti “apparenti”.

 

Da questo punto di vista, ad esempio, può essere piuttosto interessante indagare sulle radici di quei grandi “movimenti di pensiero” che hanno trasformato (e persino stravolto) la mentalità contemporanea; uno su tutti la grande “rivoluzione” degli anni ’60, che all’insegna del mito della droga, della “liberazione sessuale” e del rifiuto dei legami e delle autorità tradizionali ha così profondamente trasmutato la coscienza dell’Occidente, dando origine a quel “tipo d’uomo” che rappresenta ormai la norma nella società contemporanea.

 

-          CONTINUA nella Seconda Parte.

 


[1] Come scrive lo storico Bernard Fay, “gli storici che vedono nella Rivoluzione l’esito fatale degli abusi del vecchio regime, si compiacciono nel mostrare le ragioni che potevano avere il popolino, i contadini e gli operai per sollevarsi contro il governo di Luigi XVI; e per spiegare questi fenomeni trovano dei motivi economici, sociali, politici, che li soddisfano. Ma di solito toccano appena la parte avuta dall’alta nobiltà, senza la quale la Rivoluzione non avrebbe mai potuto mettersi in moto. L’impulso rivoluzionario, i fondi rivoluzionari, durante i primi due anni della Rivoluzione, provengono dalle classi privilegiate. (...) Ora, tutti questi nobili che abbracciarono alla prima la causa (...) tutti erano massoni, e non si può scorgervi un caso fortuito, a meno di voler negare l’evidenza” (B. Fay, Massoneria e Rivoluzione francese, in “I quaderni di Avalon” n. 20-21, Rimini 1989, p. 196).

 

[2] R. Guénon, L’errore dello spiritismo, Milano 1998, p. 36

[3] Ibidem

[4] U. Gorel Porciatti, Simbologia massonica. Gradi scozzesi, Roma 1948, p. 303

 

 

 
Di Francesco Agnoli (pubblicato @ 14:45:04 in I giornalisti di Repubblica., linkato 546 volte)

L’articolo di Mancuso sulla questione Sodano-Schoenborn-Bendetto XVI tira sempre nella stessa direzione: una critica totale, assoluta, alla Chiesa come istituzione.

Come al solito si scorge molto bene una cosa: non è la lotta alla pedofilia che interessa, ma l’utilizzazione delle colpe degli uomini di Chiesa che diventa utile per proporre una critica radicale, totalmente distruttiva. Il papa deve smettere di fare il papa, i cardinali i cardinali e la Chiesa deve auto-sciogliersi, perché il peccato è alla radice, nella sua struttura, non nei suoi uomini. Questo è quello che chiede Repubblica, e lo fa attraverso le parole di una sacerdote che oggi non esercita più, ma che rimane, per la teologia cattolica, “sacerdos in eternum”: Vito Mancuso. Ribadisco questa appartenenza dell’autore dell’articolo, non, come si potrebbe pensare, per denigrare il voltagabbana, ma per far meglio capire cosa vi sia dietro: i peggiori nemici della Chiesa, il papa lo ha ribadito più volte, vengono dal suo interno.

Sin dai tempi del vescovo Giuda, senza il quale i nemici esterni non avrebbero avuto chi desse loro il la. E questi nemici non sono necessariamente o solamente i preti pedofili: quelli sono dei poveretti, dei miserabili, se vogliamo, di una miseria che oggi è purtroppo sempre più diffusa in tutti gli ambienti. Sono, come dicono le indagini scientifiche, persone incapaci di relazioni con adulti della loro età; spesso, come nel caso di tantissimi laici abusatori, persone che hanno subito a loro volta delle violenze; sovente hanno avuto una vita familiare affettivamente complicata e desolante. Certamente costoro minano la fede di tante persone, fanno tanto male, ma il loro è un peccato personale individuale, che desta immensa rabbia e nello stesso tempo, profonda pena.

Diversa la posizione dei Mancuso, dei Kung, dei Martini, degli Scohenborn: anche loro stanno in qualche modo all’interno della Chiesa, ma come confessava il sacerdote modernista Ernesto Bonaiuti, al solo scopo di distruggerla, di stravolgerla dall’interno. Ci provano da venti secoli, senza successo. Ci provano proprio perché nella Chiesa hanno vissuto e di essa hanno visto le miserie e i peccati, ma, invece che comprenderne l’origine, umana, solo umana, ritengono di addossare le colpe delle singole persone all’Istituzione in quanto tale.

Ritengono, nella loro ubris, che la salvezza possa essere una questione personale, come se Cristo non avesse egli stesso voluto una Chiesa, una compagnia, divina ed umana insieme. Cerco di spiegarmi meglio: da tanti anni, forse da sempre, si confrontano nella Chiesa due anime. Una, diciamo così, tradizionalista, l’altra progressista. Entrambe partono da una idea: vorrebbero una Chiesa più santa, benché sia ben diversa la santità cui si riferiscono.

Gli uni, i primi, denunciano quindi la perdita di senso di sacro, il carrierismo di tanti vescovi, la simonia, la “sporcizia” che c’è nella Chiesa. Ma vi rimangono attaccati, come ad uno scoglio, perché sanno di non poter solcare, da soli, i mari della salvezza. Perché sanno che lo Spirito Santo è stato promesso a Pietro, e che, nonostante tutto, “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. I Siri, gli Ottaviani, i Ruffini, i Bacci, anche i Lefebvre, non hanno mai criticato la Chiesa come Chiesa, il papa in quanto papa. Hanno criticato singoli errori, veri o presunti tali, dei singoli papi; hanno lottato, discusso, si sono indignati, con una consapevolezza: che Cristo ci ha dato la Chiesa, che essa, nonostante tutto, è l’Istituzione che da duemila anni dimostra la sua forza, che è la sua miseria che regge di fronte a tutte le tempeste, che si riforma di continuo e che produce, essa sola, santi, e civiltà. Perché il Vangelo, senza Chiesa, è un insieme di fogli che non serve a nulla, è parola morta, senza carne, senza vita. La fede del credente non vive di letture, ma di Eucaristia, di confessione, di adorazione, di sacramenti.

 Poi c’è l’ala progressista, di Mancuso, Kung, Martini, don Gallo e chi più ne ha più ne metta . Quest’ala ha prodotto, nei secoli, milioni di eresie, di ricette personali, di riforme salvatrici, tutte sterili e brevi: fondate da uomini che magari scorgevano anche abusi ed errori veri, ma che poi, presi dalla superbia, finivano per ritenersi loro i depositari della Verità di Cristo, gli illuminati dallo Spirito Santo. Contro la Chiesa, come Calvino, fondarono altre chiese, perché non si dà fede senza vita quotidiana, senza sacramenti, senza rito, senza condivisione. Con effetti veramente scarsi: cosa è rimasto dei pelagiani, dei dolciniani, dei socianiani, ma anche dei luterani, dei calvinisti o degli anglicani? Poche persone e tante divisioni… perché non si può dimenticare che Cristo ha scelto Pietro, pur sapendo bene che l’apostolo lo avrebbe rinnegato, di lì a poco. Pur sapendo che era un pescatore e un peccatore, con i suoi difetti. Insomma: un uomo. Mancuso dunque, inizia criticando la scelta del papa di riportare il collegio cardinalizio all’ordine (la critica, anche la più dura, non può essere fatta, nella Chiesa, come in una famiglia, via stampa, al di fuori di qualsiasi gerarchia e carità…), e finisce per distruggere il ruolo stesso del papa.

Mentre lo fa, chiama a suoi testimoni, a confortare la sua tesi, nientemeno che San Paolo, colui che resistette in faccia a san Pietro, e Dante. Evidentemente a sproposito, visto che Paolo contraddisse il papa, e lo portò dalla sua parte, senza mai negare la sua autorità. Anche l’aver citato Dante, quasi si ritenesse, povero Mancuso, un suo erede, risulta ridicolo: Dante può essere l’Ottaviani, il Siri, magari il Lefebvre del Medioevo, come tanti ce ne furono. Mise papi e cardinali, all’inferno, tuonò contro la corruzione, ma mai neppure per un attimo pensò che la Chiesa non fosse l’istituzione che Dio aveva scelto per i suoi seguaci. Non credette mai che il credente possa fare parte a sé, al di fuori del corpo mistico di Cristo. Accusava uomini di Chiesa, ma di non essere fedeli alla Chiesa stessa! Come faceva ogni giorno santa Caterina col papa, che pure chiamava “dolce Cristo in terra”, dopo averlo sonoramente bastonato. Ma erano altri uomini, caro Mancuso, non intellettuali che credono di rifondare, loro, la Fede, magari con articoli di giornale: in loro, la critica nasceva dall’amore, non dalla superbia, il peccato più grave di tutti, per la teologia cattolica. (parte di questo articolo è oggi su Il Foglio)

 

Sant’Anselmo di Aosta riprende la riflessione agostiniana e descrive in modo molto chiaro il desiderio costitutivo dell’uomo di conoscere, vedere, incontrare l’Infinito. Questo desiderio non è normalmente cosciente e ben identificato in noi: esso tende ad essere mascherato o deviato da molteplici oggetti o obiettivi che si sostituiscono all’oggetto vero del desiderio stesso. Quando però l’attenzione nostra si concentra su quest’ ultimo, esso appare sempre più innegabilmente come il fattore decisivo del nostro io. Il brano anselmiano non è dunque considerabile solo come una riflessione religiosa ‘confessionale’, ma come una vera e propria osservazione del fenomeno ‘io’ così come esso è dato nell’esperienza:

Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un pò i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui.
Entra nell'intimo della tua anima, escludi tutto tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, cercalo. O mio cuore, dì ora con tutto te stesso, dì ora a Dio: Cerco il tuo volto. «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 26, 8).
Orsù dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Ma tu certo abiti in una luce inaccessibile. E dov'è la luce inaccessibile, o come mi accosterò a essa? Chi mi condurrà, chi mi guiderà a essa si che in essa io possa vederti? Inoltre con quali segni, con quale volto ti cercherò? O Signore Dio mio, mai io ti vidi, non conosco il tuo volto.
Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da te, ma che a te appartiene? Che cosa farà il tuo servo tormentato dall'amore per te e gettato lontano dal tuo volto? Anela a vederti e il tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua abitazione è inaccessibile. Brama trovarti e non conosce la tua dimora. Si impegna a cercarti e non conosce il tuo volto.
Signore, tu sei il mio Dio, tu sei il mio Signore e io non ti ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato, mi hai donato tutti i miei beni, e io ancora non ti conosco. Io sono stato creato per vederti e ancora non ho fatto ciò per cui sono stato creato.
Ma tu, Signore, fino a quando ti dimenticherai di noi, fino a quando distoglierai da noi il tuo sguardo? Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai la tua faccia? Quando ti restituirai a noi?
Guarda, Signore, esaudisci, illuminaci, mostrati a noi. Ridonati a noi perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te.
Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoli e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.
 

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