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Articoli del 02/02/2010

Di Marco Luscia (pubblicato @ 11:38:00 in Religione, linkato 370 volte)

Speranza: “una delle emozioni umane fondamentali”. Con queste parole Nicola Abbagnano, nel “suo” dizionario di filosofia, liquida la questione. La cosa mi ha sconcertato perché in essa si rivela in modo lapalissiano il sentire tipico della cultura materialista. I pensatori che ritengono l’uomo un animale evoluto, concepiscono la speranza alla stregua di una semplice pulsione, quasi si trattasse di un istinto simile alla paura o alla fame. Tutto questo mi appare assolutamente inadeguato e riduttivo, per non dire incapace di rendere conto della complessità umana, della sua ricchezza e del suo carico di aspettative. Ma è proprio tenendo conto di questa definizione dell’Abbagnano che dobbiamo iniziare il nostro percorso osservando come il tema della speranza appaia, nella condizione presente, una realtà oziosa, per i più, oggetto di dispute e discussioni fra intellettuali ed accademici, pervasi da qualche retaggio mitico o religioso, se non da una nostalgia, venata da un eccesso di romanticismo.

 L’uomo contemporaneo sembra infatti vivere come se la speranza non lo riguardasse, o meglio, come se la vita immersa in un perenne fare, programmare, realizzare, possedere, si riducesse all’orizzonte dell’oggi. E’ evidente come l’uomo di questo inizio di millennio sia sempre più preoccupato del presente. Per tale motivo parlare di speranza può sembrare anacronistico. Se non ché, la trama della vita ogni tanto conosce uno strappo, un imprevisto che riporta in prima linea la speranza, non tanto come concetto, quanto come atteggiamento esistenziale di risposta. Si spera di fronte ad una malattia, all’esito di un esame, alla possibilità che l’amato risponda alle nostre sollecitazioni. Forse però, quando parliamo di eventi improvvisi che irrompono nel quieto svolgersi della nostra vita, sarebbe più opportuno parlare di Salvezza.

L’uomo, in certe situazioni, invoca la soluzione di un suo dramma, la possibilità di uscire da un vicolo chiuso, una possibilità che sfugge al suo controllo e al controllo di chiunque. In questi casi, ogni uomo, si scopre persino capace di pregare, quando non gli resta più nulla. L’esperienza di una salvezza invocata è tipica anche del bambino: questi continuamente avverte il limite e pur essendo egocentrico vede nei genitori la soluzione di tutti i suoi problemi. Salvezza e speranza sono dunque in qualche modo legate e sebbene presentino caratteristiche diverse, negli esempi che ho presentato possono addirittura sovrapporsi; sono infatti sempre, termini che rispondono ad un’urgenza, a qualcosa di inatteso. L’uomo contemporaneo usa i termini salvezza e speranza proprio nell’accezione vista sopra.

 La speranza di cui voglio parlare è però un’altra cosa; essa si caratterizza per il coesistere di tre elementi: il senso del passato, l’inadeguatezza di ogni sforzo umano, il senso del futuro cui si allaccia la consistenza del presente. La speranza appare, secondo questi tre principi, come “qualcosa” che solo marginalmente ha a che fare con l’imprevisto; essa piuttosto appare come una virtù che riguarda l’uomo maturo, l’uomo che si interroga e che si assume la responsabilità del vivere. Per questo un giovane difficilmente spera; poco infatti conosce della vita; egli è talmente compreso nella vitalità onnipotente del suo presente da non avvertire il bisogno di sperare.

E paradossalmente proprio perché poco spera il giovane con facilità dispera. Ovverosia di fronte a qualsiasi rovescio della vita ha la sensazione di perdere tutto, dell’irrimediabilità, del non senso. Però quei disperati che salgono sui loro barconi affrontando traversate rischiosissime in nome del futuro e della vita, sperano. E’ incredibile ma proprio chi presume di avere davanti a sè più vita, più occasioni, è privato del senso genuino della speranza, mentre chi parrebbe vinto dagli eventi possiede una riserva di energia positiva possente. Da questi esempi penso possa germinare un primo approdo, un punto fisso dal quale muovere nel tentativo di definire cosa sia la speranza. La speranza è uno stato del nostro essere, una tendenza profonda che matura , cresce, si rafforza caratterizzando tutta la nostra vita, connotandola. Oppure per converso quando fosse trascurata, la speranza si offusca, si ingrigisce, gettando la persona in uno stato di ansia che la porta a cercare nel presente, nelle cose, nel divertimento, un surrogato della verità.

 La speranza si allena, si irrobustisce quando l’io sa cogliere i sottili e spesso arcani legami che intrecciano il tempo e le cose della vita. Il senso del passato, lo scorrere delle generazioni; ecco un primo caposaldo che nutre la speranza. L’esperienza di chi ci ha preceduto mostra a ciascuno di noi come la “vita vera”debba poggiare su basi solide, realistiche, per dar forza alla speranza e come la vita, conservi soltanto ciò che vale, ciò che ha consistenza. La gloria umana si rivela inadeguata al riguardo, effimera, la forza fisica pure. Basti pensare ai divi che oggi appaiono modelli da emulare, ma poi sono presto dimenticati e surrogati da nuovi personaggi. Quante volte abbiamo sentito di personaggi famosi che caduti in disgrazia, dimenticati, si tolgono la vita, perché tutto avevano riposto nel successo e nella gloria effimera. Anche loro erano uomini senza speranza, talmente saturi di presente e di occasioni, da crollare di fronte al primo colpo di vento. Sono altri i modelli e le situazioni che contano: l’invecchiare dei genitori, il diventare padri e madri e altri fatti della vita che hanno la forza di riportare l’uomo con i piedi per terra, di aprire i suoi occhi verso il reale. E’sul ramo di queste esperienze che fiorisce la speranza. Quando nasce un figlio, in particolare, essa si accende, come un bisogno che nasce dalla propria inadeguatezza. Nei primi istanti di vita del proprio bambino ci si sente onnipotenti, capaci di ogni cosa, pervasi da un senso di vitalità straordinaria, ci si sente creatori. Poi, giorno per giorno sorgono le domande, silenziose, inattese, subdole: “Cosa potrò dare a questo figlio? Sarò in grado di proteggerlo?”. Su questi interrogativi pianta la tenda, forse per la prima volta, la speranza. Essa è la tacita invocazione che le cose vadano per il verso giusto, è la certezza voluta che tutto procede per il meglio, è l’intuizione che la vita ha un senso, anche se misterioso, spesso doloroso e paradossale, un senso che avvertiamo ma pure ci sfugge, il senso del futuro.

 L’uomo è colui che costitutivamente spera

 Appare evidente, come sia di ogni uomo la prospettiva della speranza e come essa venga meno quando, per le più svariate ragioni, ci allontaniamo dalla realtà, ovvero neghiamo il nostro essere. Quando riduciamo la nascita a qualcosa di assolutamente programmato secondo tempi e modi da noi posti, la speranza si attenua. Smarriamo il senso del tempo, delle stagioni, dei ritmi della vita, surrogando tutto questo con realtà artificiose, attraenti, ma fugaci. Quando releghiamo la dimensione del sacrificio, del dolore, della morte, nello spazio dell’imprevisto, del casuale, dell’assurdo, perdiamo ancora un po’ di vita e via via dimentichiamo la speranza. Essa si dissolve dentro di noi: da atteggiamento tipico del nostro essere si riduce a elemento residuale da opporre, quando capiti, alla malasorte e al destino. Ma a questo punto all’uomo, spesso, non resta che la disperazione perché un mondo irreale non è in grado di produrre speranza e di alimentarla; esso dà vita soltanto a tentativi che prima o poi si rivelano inadeguati; esso dà vita a quello che la Bibbia chiama Idolo.

L’uomo vero è speranza

 Ma la condizione umana è speranza. L’uomo infatti è un essere aperto al futuro, proiettato sempre oltre; egli non sta nella pelle, vuole il domani, egli cerca, sperimenta, spera. Eppure, mentre fa tutto questo, l’essere umano sente il limite; il presente non è sufficiente, anzi, egli vive in una perenne tensione verso il futuro. Il bene raggiunto sfugge, come magistralmente recita una poesia di Clemente Rebora: “ Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro, non è per questo, non è per questo…e così tutto rimanda a una segreta domanda, l’atto è un pretesto(…) nell’imminenza di Dio la vita fa man bassa sulle riserve caduche, mentre ciascuno si afferra ad un suo bene che gli grida addio.” La ricerca di un appagamento semplicemente umano si rivela dunque illusoria. Ma ciò non elimina la tensione verso una pienezza che è avvertita come bisogno. Questa tensione, questa apertura verso l’illimitato si scontra con la morte: la morte è il limite ultimo. Essa mette a nudo il desiderio d’eterno. Non esiste uomo, neanche centenario, che desideri morire. La speranza è dunque parte di questo movimento destinato al naufragio, eppure persiste, non si arrende. L’amato e l’amata attestano proprio questo: l’amore non vuole il limite, non lo sopporta, l’amore è fatto per l’eternità. Gabriel Marcel ci ricorda: “ L’amato dice all’amata tu per me non morirai mai”. E forse qualcuno potrebbe obbiettare che il problema stia tutto in quel “per me”, quasi si unificasse l’illusione pazza dell’innamorato che vuole l’impossibile. Ma è proprio così? Può l’esperienza umana fondamentale, la fonte prima dell’idea di speranza, la sorgente da cui sgorga il nostro stesso vivere nella certezza di un senso, riposare su un abbaglio? Non credo proprio, ma essenziale a questo punto è comprendere come l’uomo, sia carne e spirito.

La speranza umana e al sua valenza comunitaria

 Il singolo, vivendo autenticamente, sente sorgere dentro di sè il bisogno di assoluto e contemporaneamente la forza del limite; tra questi due punti in tensione emerge la speranza, che ci appare sempre più come una modalità tipica del nostro essere. Aggiungiamo poi che la persona umana non è mai sola: essa spera con gli altri, per quella naturale socievolezza di ciascuno che sin dal primo istante caratterizza la vita di ogni persona, dà vita a tentativi, sforzi collettivi capaci di trasformare l’esigenza personale in esigenza comune. Dentro questa concezione si collocano due tendenze che vogliono alimentare la prospettiva della speranza: quella dell’utopia e dell’ escatologica. In questa breve riflessione voglio solo ricordare il fallimento di ogni prospettiva di tipo utopistico; basti qui ricordare che l’utopia è stata il grande tentativo operato dall’uomo di realizzare il paradiso in terra, la società senza conflitti, facendo affidamento soltanto sulle proprie forze. Una speranza di questo tipo è miseramente naufragata nella realtà totalitaria e disumanizzante della rivoluzione francese, della rivoluzione bolscevica, del comunismo e del nazionalsocialismo. Chi invece ha confidato in Dio, ha intrapreso la strada della promessa escatologica. Abramo è il modello esemplare che l’A.T. mette davanti ai nostri occhi. Egli sperò contro ogni speranza quando salendo al monte Moira, per sacrificare Isacco, ebbe l’impressione di perdere tutto. Ma Abramo continuò a pensare “Dio provvederà”. In quella storia è inscritta una profezia cristica. (da: Santi e rivoluzionari, Sugarco)

 
Di Rassegna Stampa (pubblicato @ 11:18:11 in Politica, linkato 236 volte)

A dubitare sulla possibilità di un magistrato, senza l'appoggio di poteri forti, di distruggere i due più grandi partiti italiani, indipendentemente dalle loro miserie, erano stati tanti.

 Il fuoco di fila che sostenne allora l'attuale leader politico, confortò quelle ipotesi complottiste: tutti i grandi giornali, di Agnelli e di De Benedettei, lo appoggiarono.

L'ascesa al potere, in quegli anni, dei tecnici che venivano dalle banche, da Ciampi a Dini ecc., sembrò un'ulteriore indicazione...

Ma è solo in questi tempi che veniamo a sapere quanto l'allora magistrato Di Pietro facesse, in quei giorni decisivi, tra l'Italia e gli Usa, per incontrare uomini della Cia, o ad essa legati come Luttwk, dei servizi italiani ecc... Di seguito due articoli interessanti:


1 Di Pietro cenò da me. E Luttwak: fu mio ospite Lo storico e il politologo: lo invitammo perché era una persona importante Ledeen Lui era sempre sulla stampa, lo volli da me con un gruppo di avvocati Luttwak Lui doveva incontrare funzionari del governo, io lo vidi solo quella volta

 ROMA - La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l' esistenza di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più d' una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995. L' anno prima che l' ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando l' attuale presidente dell' Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che il Giornale, testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà. «Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali. In sé, non ci sarebbe nulla di strano.

Ma i due personaggi citati dal Giornale sono sgraditi all' elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. Libero ha attaccato l' ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia. Per presentare i due americani, il Giornale ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell' inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d' aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)». La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l' ho invitato», racconta al Corriere Luttwak. Quali funzionari? «Del governo. Non l' ho trasportato io dall' Italia. Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L' ho visto quell' unica volta». Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell' Impero della Repubblica. Avrei dovuto». Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell' Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per il rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto».

Autore di un «manuale» intitolato Strategia del colpo di Stato, Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi. Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell' Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all' American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché? Non era affare del mio Paese». Ambasciatore d' Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l' uomo del moment.o. In complesso, però, negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l' ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di aver installato i Cruise». Maurizio Caprara, Corriere, 19 gennaio 2010


Contrada e la cena del 1992 Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso

ROMA - Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato.

Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia. Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.

 IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle. Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.

LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate. Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».

ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza. Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.

 UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti. Felice Cavallaro, Corriere,  02 febbraio 2010
 

Prima di cianciare della laicità dello Stato italiano, prima di celebrare a sproposito l’Unità d’Italia e di osannare Cavour e Garibaldi – che Wikipedia definisce “il personaggio storico italiano più celebre nel mondo”-, sarebbe opportuno, quanto meno per cultura generale, andarsi a documentare su quella che effettivamente è stata la riunificazione della nostra Penisola.

La memoria mi riporta agli anni della scuola dell’obbligo, nei quali mi feci un’idea davvero entusiasmante di com’era nata l’Italia e dei suoi eroi. Garibaldi, in particolare, esercitò su di me grandi fascino ed ammirazione; e quando visitai, a Caprera, la stanza dove si spense, col letto romanticamente affacciato sul mare, l’eroe dei due mondi mi conquistò del tutto, idealista come me lo immaginavo. Ero completamente assuefatto alla retorica pomposa e mendace che servivano - e forse servono ancora - i programmi scolastici e i relativi sussidiari. Retorica, appunto. Perché la storia dell’Unità d’Italia è ben diversa.

E ci racconta di eventi tutt’altro che felici. Come la resistenza armata, durata sei mesi, di Federico II di Borbone. Di quei mesi molti testi scolastici riferiscono poco o nulla, ma vi furono scontri che costarono alle truppe borboniche qualcosa come 2.700 morti, 20.000 feriti e migliaia di dispersi. Un massacro, questo, dovuto - dicono gli storici - non già alla volontà del popolo italiano di unificarsi, come spesso si vuol far credere, bensì ad un progetto che interessava, a quel tempo, appena il 2% della popolazione. L’Unità d’Italia, dunque, fu un’idea estremamente elitaria. I plebisciti di cui, in proposito, tanti libri scolatici parlano sono dunque a frottole colossali. Ma cominciamo dal principio.

Tutto ebbe inizio nell’incontro segreto che, nel 1858, ebbero a Plombières Camillo Benso di Cavour e Napoleone III. Cavour portò con sé ben tre foglietti di memorie sulle questioni da affrontare; principalmente, questioni di guerre d’annessione. L’idea discussa, in estrema sintesi, era quella della futura tripartizione, sulla scia del modello germanico, dell’Italia: Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno di Napoli e Roma. In realtà, rispetto a quelle iniziali intese, le cose andarono molto diversamente.

Ma l’aspetto più inquietante, in tutto questo, fu l’atteggiamento del governo italiano o aspirante tale, disposto a cedere pezzi del proprio territorio – Nizza e Savoia – alla Francia, e a patrocinare matrimoni combinati – quello della figlia di Vittorio Emanuele II con il cugino di Napoleone II – pur di farsi sostenere nel proprio progetto bellico spesso contrassegnato da episodi di gravità inaudita. Come quando, nell’ottobre 1860, si iniziò la guerra d’invasione del Mezzogiorno senza nemmeno una dichiarazione formale. Guerra che, come sappiamo, portò, calpestando in pieno il diritto internazionale, alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Il peggio, tuttavia, fu riservato alla Chiesa. E non fu un caso.

Sin dal 1848, all’indomani dell’approvazione dello Statuto di Carlo Alberto, Parlamento e governo subalpino si mobilitano per ostacolare la vita ai gesuiti e agli ordini religiosi. Fanno testo a questo riguardo gli interventi del deputato Cesare Leopoldo Bixio, dichiarato anticlericale. Risultato: il ’48 si concluse col domicilio coatto imposto ai gesuiti e con la conversione dei loro collegi che diventarono caserme, ospedali, manicomi. E fu solo l’inizio di una persecuzione che sarebbe durata molti anni. Toccò infatti a Cavour, pochi anni dopo, attaccare le festività religiose, a suoi dire troppo numerose.

E solo quattro anni più tardi fu presentato in Parlamento un progetto di legge per privare di personalità giuridica gli ordini contemplativi e mendicanti. Una disposizione che coinvolse 335 case per un totale di 5.489 persone, che si ritrovarono – apparentemente senza una motivazione - bersagliati da una legge che tolse loro le proprietà donate dai fedeli, archivi e biblioteche. E pensare che ancora oggi molti considerano Cavour un liberale. Con ogni probabilità senza sapere che proibì la circolazione delle encicliche di Pio IX. Chi avesse dubbi non dovrebbe fare altro che consultare quello che era il Codice penale piemontese che, all’articolo 269, puniva “severamente i sacerdoti pei peccati di parole, d’opere e di omissioni” contro il dogma liberale. Alla faccia del liberalismo.

Ma il personaggio che, nella memoria collettiva, gode più immeritatamente di onore e gloria è lui, Giuseppe Garibaldi. Anticlericale d’assalto, noto massone, corsaro, trafficante di schiavi, ambientalista ante-litteram nonché esempio per Mussolini - che riconobbe in lui il primo dittatore d’Italia -, Garibaldi gode ancora di una fama dorata. Eppure ebbe una vita tormentata al punto che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour chiamò ben quattro scrittori tra cui Alexander Dumas. Lo stesso sbarco dei Mille a Marsala fu una farsa, perché non sarebbe mai stato possibile senza il favore di due navi inglesi, “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, lì ormeggiate.

Del resto, fu lo stesso Vittorio Emanuele II a ritenere Garibaldi un pericoloso criminale. Sentiamo cosa scrisse di lui a Cavour dopo lo storico “incontro di Teano”:”Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi […] questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie”.

Ovviamente, il cosiddetto ”eroe dei due mondi” odiava a morte il Papa, che arrivò a definire “un metro cubo di letame”. E provò, con un sonoro fallimento, ad invadere Roma. Era il settembre del 1867 e, alla guida di ottomila uomini, dopo aver espugnato Monterotondo, Garibaldi era al ponte Nomentano dove, raggiunto dalla notizia dell’arrivo di un corpo di spedizione francese, se la fece sotto e fece dietro-front. Lo scontro, tuttavia, ci fu. Avvenne a Mentana e fu una catastrofe: ben 1.600 garibaldini furono fatti prigionieri ed entrarono a Roma coi francesi, acclamati dalla città come eroi e vincitori.

Un episodio, questo, che la disse lunga sulla volontà dei romani di diventare italiani. Non per nulla Hübner, ambasciatore austriaco fresco di nomina, in una lettera del 5 ottobre 1867 scrisse:”I giornali italiani, moderati e rivoluzionari, mentono sfrontatamente quando parlando d’insurrezione e di insorti negli Stati del Papa. Non si vede l’ombra di un movimento. Non una città, non un villaggio si è mosso”. Esistono fondate ragioni per supporre che anche i veneti ed i lombardi, in realtà, fossero desiderosi di diventare subito italiani visto e considerato che, già a quel tempo, rappresentavano un’area economicamente produttiva.

Per non parlare del Meridione. Il Regno delle Due Sicilie in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa e disponeva di una eccellente marina mercantile. La Campania, poi, era addirittura la regione più industrializzata d’Europa: poteva vantare l’Opificio di Pietrarsa - dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari – e cantieri navali all’avanguardia e perennemente sommersi di ordinazioni.

Ma torniamo alla conquista di Roma. Che non fu affatto una pagina allegra: i bersaglieri entrarono nella Città Eterna con una cannonata, e ci furono 49 morti italiani e 19 papalini. Chi dunque pensa la Breccia di Porta Pia una marcia felice sappia che ha in mente un’immagine falsa. Come falsa è l’ormai celebre fotografia – presente in tutti i sussidiari delle elementari - che immortala i bersaglieri col fucile spianato intenti ad entrare a Roma. Fu scattata il giorno dopo, il 21 settembre, coi bersaglieri in posa propagandistica.

 Beninteso: con queste rapide e per forza di cose imprecise incursioni storiche, non si ha certo la pretesa né tanto meno l’intenzione di infangare l’Italia. Tuttavia, se si considerano gli episodi sopra richiamati, forse si capiscono meglio le ragioni che stanno alla base di quella che è ancora l’odierna difficoltà, per gli italiani, di sentirsi nazione. L’Unità d’Italia non fu voluta dal popolo. Ed è quindi difficile, anche se sono passati già 150 anni, pretendere per la nostra Penisola un comune sentire equivalente a quello di popoli uniti da un percorso storico molto più grande e meno tormentato.

Bibliografia: Di Fiore, "Controstoria dell'Unità d'Italia", Rizzoli 2007; Fazio - Frescaroli - Totterie - Salvi, "I Grandi enigmi dell'Unità d'Italia", Edizioni di Crémille, 1969; Viglione, "La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento", Piemme, 2000; Martucci, "L'invenzione dell'Italia Unita", Sansoni 1999; Pellicciari "L'Altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata", Piemme 2004.

 

Fotografie del 02/02/2010

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