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Speranza: “una delle emozioni umane fondamentali”. Con queste parole Nicola Abbagnano, nel “suo” dizionario di filosofia, liquida la questione. La cosa mi ha sconcertato perché in essa si rivela in modo lapalissiano il sentire tipico della cultura materialista. I pensatori che ritengono l’uomo un animale evoluto, concepiscono la speranza alla stregua di una semplice pulsione, quasi si trattasse di un istinto simile alla paura o alla fame. Tutto questo mi appare assolutamente inadeguato e riduttivo, per non dire incapace di rendere conto della complessità umana, della sua ricchezza e del suo carico di aspettative. Ma è proprio tenendo conto di questa definizione dell’Abbagnano che dobbiamo iniziare il nostro percorso osservando come il tema della speranza appaia, nella condizione presente, una realtà oziosa, per i più, oggetto di dispute e discussioni fra intellettuali ed accademici, pervasi da qualche retaggio mitico o religioso, se non da una nostalgia, venata da un eccesso di romanticismo.
L’uomo contemporaneo sembra infatti vivere come se la speranza non lo riguardasse, o meglio, come se la vita immersa in un perenne fare, programmare, realizzare, possedere, si riducesse all’orizzonte dell’oggi. E’ evidente come l’uomo di questo inizio di millennio sia sempre più preoccupato del presente. Per tale motivo parlare di speranza può sembrare anacronistico. Se non ché, la trama della vita ogni tanto conosce uno strappo, un imprevisto che riporta in prima linea la speranza, non tanto come concetto, quanto come atteggiamento esistenziale di risposta. Si spera di fronte ad una malattia, all’esito di un esame, alla possibilità che l’amato risponda alle nostre sollecitazioni. Forse però, quando parliamo di eventi improvvisi che irrompono nel quieto svolgersi della nostra vita, sarebbe più opportuno parlare di Salvezza.
L’uomo, in certe situazioni, invoca la soluzione di un suo dramma, la possibilità di uscire da un vicolo chiuso, una possibilità che sfugge al suo controllo e al controllo di chiunque. In questi casi, ogni uomo, si scopre persino capace di pregare, quando non gli resta più nulla. L’esperienza di una salvezza invocata è tipica anche del bambino: questi continuamente avverte il limite e pur essendo egocentrico vede nei genitori la soluzione di tutti i suoi problemi. Salvezza e speranza sono dunque in qualche modo legate e sebbene presentino caratteristiche diverse, negli esempi che ho presentato possono addirittura sovrapporsi; sono infatti sempre, termini che rispondono ad un’urgenza, a qualcosa di inatteso. L’uomo contemporaneo usa i termini salvezza e speranza proprio nell’accezione vista sopra.
La speranza di cui voglio parlare è però un’altra cosa; essa si caratterizza per il coesistere di tre elementi: il senso del passato, l’inadeguatezza di ogni sforzo umano, il senso del futuro cui si allaccia la consistenza del presente. La speranza appare, secondo questi tre principi, come “qualcosa” che solo marginalmente ha a che fare con l’imprevisto; essa piuttosto appare come una virtù che riguarda l’uomo maturo, l’uomo che si interroga e che si assume la responsabilità del vivere. Per questo un giovane difficilmente spera; poco infatti conosce della vita; egli è talmente compreso nella vitalità onnipotente del suo presente da non avvertire il bisogno di sperare.
E paradossalmente proprio perché poco spera il giovane con facilità dispera. Ovverosia di fronte a qualsiasi rovescio della vita ha la sensazione di perdere tutto, dell’irrimediabilità, del non senso. Però quei disperati che salgono sui loro barconi affrontando traversate rischiosissime in nome del futuro e della vita, sperano. E’ incredibile ma proprio chi presume di avere davanti a sè più vita, più occasioni, è privato del senso genuino della speranza, mentre chi parrebbe vinto dagli eventi possiede una riserva di energia positiva possente. Da questi esempi penso possa germinare un primo approdo, un punto fisso dal quale muovere nel tentativo di definire cosa sia la speranza. La speranza è uno stato del nostro essere, una tendenza profonda che matura , cresce, si rafforza caratterizzando tutta la nostra vita, connotandola. Oppure per converso quando fosse trascurata, la speranza si offusca, si ingrigisce, gettando la persona in uno stato di ansia che la porta a cercare nel presente, nelle cose, nel divertimento, un surrogato della verità.
La speranza si allena, si irrobustisce quando l’io sa cogliere i sottili e spesso arcani legami che intrecciano il tempo e le cose della vita. Il senso del passato, lo scorrere delle generazioni; ecco un primo caposaldo che nutre la speranza. L’esperienza di chi ci ha preceduto mostra a ciascuno di noi come la “vita vera”debba poggiare su basi solide, realistiche, per dar forza alla speranza e come la vita, conservi soltanto ciò che vale, ciò che ha consistenza. La gloria umana si rivela inadeguata al riguardo, effimera, la forza fisica pure. Basti pensare ai divi che oggi appaiono modelli da emulare, ma poi sono presto dimenticati e surrogati da nuovi personaggi. Quante volte abbiamo sentito di personaggi famosi che caduti in disgrazia, dimenticati, si tolgono la vita, perché tutto avevano riposto nel successo e nella gloria effimera. Anche loro erano uomini senza speranza, talmente saturi di presente e di occasioni, da crollare di fronte al primo colpo di vento. Sono altri i modelli e le situazioni che contano: l’invecchiare dei genitori, il diventare padri e madri e altri fatti della vita che hanno la forza di riportare l’uomo con i piedi per terra, di aprire i suoi occhi verso il reale. E’sul ramo di queste esperienze che fiorisce la speranza. Quando nasce un figlio, in particolare, essa si accende, come un bisogno che nasce dalla propria inadeguatezza. Nei primi istanti di vita del proprio bambino ci si sente onnipotenti, capaci di ogni cosa, pervasi da un senso di vitalità straordinaria, ci si sente creatori. Poi, giorno per giorno sorgono le domande, silenziose, inattese, subdole: “Cosa potrò dare a questo figlio? Sarò in grado di proteggerlo?”. Su questi interrogativi pianta la tenda, forse per la prima volta, la speranza. Essa è la tacita invocazione che le cose vadano per il verso giusto, è la certezza voluta che tutto procede per il meglio, è l’intuizione che la vita ha un senso, anche se misterioso, spesso doloroso e paradossale, un senso che avvertiamo ma pure ci sfugge, il senso del futuro.
L’uomo è colui che costitutivamente spera
Appare evidente, come sia di ogni uomo la prospettiva della speranza e come essa venga meno quando, per le più svariate ragioni, ci allontaniamo dalla realtà, ovvero neghiamo il nostro essere. Quando riduciamo la nascita a qualcosa di assolutamente programmato secondo tempi e modi da noi posti, la speranza si attenua. Smarriamo il senso del tempo, delle stagioni, dei ritmi della vita, surrogando tutto questo con realtà artificiose, attraenti, ma fugaci. Quando releghiamo la dimensione del sacrificio, del dolore, della morte, nello spazio dell’imprevisto, del casuale, dell’assurdo, perdiamo ancora un po’ di vita e via via dimentichiamo la speranza. Essa si dissolve dentro di noi: da atteggiamento tipico del nostro essere si riduce a elemento residuale da opporre, quando capiti, alla malasorte e al destino. Ma a questo punto all’uomo, spesso, non resta che la disperazione perché un mondo irreale non è in grado di produrre speranza e di alimentarla; esso dà vita soltanto a tentativi che prima o poi si rivelano inadeguati; esso dà vita a quello che la Bibbia chiama Idolo.
L’uomo vero è speranza
Ma la condizione umana è speranza. L’uomo infatti è un essere aperto al futuro, proiettato sempre oltre; egli non sta nella pelle, vuole il domani, egli cerca, sperimenta, spera. Eppure, mentre fa tutto questo, l’essere umano sente il limite; il presente non è sufficiente, anzi, egli vive in una perenne tensione verso il futuro. Il bene raggiunto sfugge, come magistralmente recita una poesia di Clemente Rebora: “ Qualunque cosa tu dica o faccia c’è un grido dentro, non è per questo, non è per questo…e così tutto rimanda a una segreta domanda, l’atto è un pretesto(…) nell’imminenza di Dio la vita fa man bassa sulle riserve caduche, mentre ciascuno si afferra ad un suo bene che gli grida addio.” La ricerca di un appagamento semplicemente umano si rivela dunque illusoria. Ma ciò non elimina la tensione verso una pienezza che è avvertita come bisogno. Questa tensione, questa apertura verso l’illimitato si scontra con la morte: la morte è il limite ultimo. Essa mette a nudo il desiderio d’eterno. Non esiste uomo, neanche centenario, che desideri morire. La speranza è dunque parte di questo movimento destinato al naufragio, eppure persiste, non si arrende. L’amato e l’amata attestano proprio questo: l’amore non vuole il limite, non lo sopporta, l’amore è fatto per l’eternità. Gabriel Marcel ci ricorda: “ L’amato dice all’amata tu per me non morirai mai”. E forse qualcuno potrebbe obbiettare che il problema stia tutto in quel “per me”, quasi si unificasse l’illusione pazza dell’innamorato che vuole l’impossibile. Ma è proprio così? Può l’esperienza umana fondamentale, la fonte prima dell’idea di speranza, la sorgente da cui sgorga il nostro stesso vivere nella certezza di un senso, riposare su un abbaglio? Non credo proprio, ma essenziale a questo punto è comprendere come l’uomo, sia carne e spirito.
La speranza umana e al sua valenza comunitaria
Il singolo, vivendo autenticamente, sente sorgere dentro di sè il bisogno di assoluto e contemporaneamente la forza del limite; tra questi due punti in tensione emerge la speranza, che ci appare sempre più come una modalità tipica del nostro essere. Aggiungiamo poi che la persona umana non è mai sola: essa spera con gli altri, per quella naturale socievolezza di ciascuno che sin dal primo istante caratterizza la vita di ogni persona, dà vita a tentativi, sforzi collettivi capaci di trasformare l’esigenza personale in esigenza comune. Dentro questa concezione si collocano due tendenze che vogliono alimentare la prospettiva della speranza: quella dell’utopia e dell’ escatologica. In questa breve riflessione voglio solo ricordare il fallimento di ogni prospettiva di tipo utopistico; basti qui ricordare che l’utopia è stata il grande tentativo operato dall’uomo di realizzare il paradiso in terra, la società senza conflitti, facendo affidamento soltanto sulle proprie forze. Una speranza di questo tipo è miseramente naufragata nella realtà totalitaria e disumanizzante della rivoluzione francese, della rivoluzione bolscevica, del comunismo e del nazionalsocialismo. Chi invece ha confidato in Dio, ha intrapreso la strada della promessa escatologica. Abramo è il modello esemplare che l’A.T. mette davanti ai nostri occhi. Egli sperò contro ogni speranza quando salendo al monte Moira, per sacrificare Isacco, ebbe l’impressione di perdere tutto. Ma Abramo continuò a pensare “Dio provvederà”. In quella storia è inscritta una profezia cristica. (da: Santi e rivoluzionari, Sugarco)


Prima di cianciare della laicità dello Stato italiano, prima di celebrare a sproposito l’Unità d’Italia e di osannare Cavour e Garibaldi – che Wikipedia definisce “il personaggio storico italiano più celebre nel mondo”-, sarebbe opportuno, quanto meno per cultura generale, andarsi a documentare su quella che effettivamente è stata la riunificazione della nostra Penisola.
La memoria mi riporta agli anni della scuola dell’obbligo, nei quali mi feci un’idea davvero entusiasmante di com’era nata l’Italia e dei suoi eroi. Garibaldi, in particolare, esercitò su di me grandi fascino ed ammirazione; e quando visitai, a Caprera, la stanza dove si spense, col letto romanticamente affacciato sul mare, l’eroe dei due mondi mi conquistò del tutto, idealista come me lo immaginavo. Ero completamente assuefatto alla retorica pomposa e mendace che servivano - e forse servono ancora - i programmi scolastici e i relativi sussidiari. Retorica, appunto. Perché la storia dell’Unità d’Italia è ben diversa.
E ci racconta di eventi tutt’altro che felici. Come la resistenza armata, durata sei mesi, di Federico II di Borbone. Di quei mesi molti testi scolastici riferiscono poco o nulla, ma vi furono scontri che costarono alle truppe borboniche qualcosa come 2.700 morti, 20.000 feriti e migliaia di dispersi. Un massacro, questo, dovuto - dicono gli storici - non già alla volontà del popolo italiano di unificarsi, come spesso si vuol far credere, bensì ad un progetto che interessava, a quel tempo, appena il 2% della popolazione. L’Unità d’Italia, dunque, fu un’idea estremamente elitaria. I plebisciti di cui, in proposito, tanti libri scolatici parlano sono dunque a frottole colossali. Ma cominciamo dal principio.
Tutto ebbe inizio nell’incontro segreto che, nel 1858, ebbero a Plombières Camillo Benso di Cavour e Napoleone III. Cavour portò con sé ben tre foglietti di memorie sulle questioni da affrontare; principalmente, questioni di guerre d’annessione. L’idea discussa, in estrema sintesi, era quella della futura tripartizione, sulla scia del modello germanico, dell’Italia: Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno di Napoli e Roma. In realtà, rispetto a quelle iniziali intese, le cose andarono molto diversamente.
Ma l’aspetto più inquietante, in tutto questo, fu l’atteggiamento del governo italiano o aspirante tale, disposto a cedere pezzi del proprio territorio – Nizza e Savoia – alla Francia, e a patrocinare matrimoni combinati – quello della figlia di Vittorio Emanuele II con il cugino di Napoleone II – pur di farsi sostenere nel proprio progetto bellico spesso contrassegnato da episodi di gravità inaudita. Come quando, nell’ottobre 1860, si iniziò la guerra d’invasione del Mezzogiorno senza nemmeno una dichiarazione formale. Guerra che, come sappiamo, portò, calpestando in pieno il diritto internazionale, alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Il peggio, tuttavia, fu riservato alla Chiesa. E non fu un caso.
Sin dal 1848, all’indomani dell’approvazione dello Statuto di Carlo Alberto, Parlamento e governo subalpino si mobilitano per ostacolare la vita ai gesuiti e agli ordini religiosi. Fanno testo a questo riguardo gli interventi del deputato Cesare Leopoldo Bixio, dichiarato anticlericale. Risultato: il ’48 si concluse col domicilio coatto imposto ai gesuiti e con la conversione dei loro collegi che diventarono caserme, ospedali, manicomi. E fu solo l’inizio di una persecuzione che sarebbe durata molti anni. Toccò infatti a Cavour, pochi anni dopo, attaccare le festività religiose, a suoi dire troppo numerose.
E solo quattro anni più tardi fu presentato in Parlamento un progetto di legge per privare di personalità giuridica gli ordini contemplativi e mendicanti. Una disposizione che coinvolse 335 case per un totale di 5.489 persone, che si ritrovarono – apparentemente senza una motivazione - bersagliati da una legge che tolse loro le proprietà donate dai fedeli, archivi e biblioteche. E pensare che ancora oggi molti considerano Cavour un liberale. Con ogni probabilità senza sapere che proibì la circolazione delle encicliche di Pio IX. Chi avesse dubbi non dovrebbe fare altro che consultare quello che era il Codice penale piemontese che, all’articolo 269, puniva “severamente i sacerdoti pei peccati di parole, d’opere e di omissioni” contro il dogma liberale. Alla faccia del liberalismo.
Ma il personaggio che, nella memoria collettiva, gode più immeritatamente di onore e gloria è lui, Giuseppe Garibaldi. Anticlericale d’assalto, noto massone, corsaro, trafficante di schiavi, ambientalista ante-litteram nonché esempio per Mussolini - che riconobbe in lui il primo dittatore d’Italia -, Garibaldi gode ancora di una fama dorata. Eppure ebbe una vita tormentata al punto che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour chiamò ben quattro scrittori tra cui Alexander Dumas. Lo stesso sbarco dei Mille a Marsala fu una farsa, perché non sarebbe mai stato possibile senza il favore di due navi inglesi, “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, lì ormeggiate.
Del resto, fu lo stesso Vittorio Emanuele II a ritenere Garibaldi un pericoloso criminale. Sentiamo cosa scrisse di lui a Cavour dopo lo storico “incontro di Teano”:”Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi […] questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie”.
Ovviamente, il cosiddetto ”eroe dei due mondi” odiava a morte il Papa, che arrivò a definire “un metro cubo di letame”. E provò, con un sonoro fallimento, ad invadere Roma. Era il settembre del 1867 e, alla guida di ottomila uomini, dopo aver espugnato Monterotondo, Garibaldi era al ponte Nomentano dove, raggiunto dalla notizia dell’arrivo di un corpo di spedizione francese, se la fece sotto e fece dietro-front. Lo scontro, tuttavia, ci fu. Avvenne a Mentana e fu una catastrofe: ben 1.600 garibaldini furono fatti prigionieri ed entrarono a Roma coi francesi, acclamati dalla città come eroi e vincitori.
Un episodio, questo, che la disse lunga sulla volontà dei romani di diventare italiani. Non per nulla Hübner, ambasciatore austriaco fresco di nomina, in una lettera del 5 ottobre 1867 scrisse:”I giornali italiani, moderati e rivoluzionari, mentono sfrontatamente quando parlando d’insurrezione e di insorti negli Stati del Papa. Non si vede l’ombra di un movimento. Non una città, non un villaggio si è mosso”. Esistono fondate ragioni per supporre che anche i veneti ed i lombardi, in realtà, fossero desiderosi di diventare subito italiani visto e considerato che, già a quel tempo, rappresentavano un’area economicamente produttiva.
Per non parlare del Meridione. Il Regno delle Due Sicilie in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa e disponeva di una eccellente marina mercantile. La Campania, poi, era addirittura la regione più industrializzata d’Europa: poteva vantare l’Opificio di Pietrarsa - dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari – e cantieri navali all’avanguardia e perennemente sommersi di ordinazioni.
Ma torniamo alla conquista di Roma. Che non fu affatto una pagina allegra: i bersaglieri entrarono nella Città Eterna con una cannonata, e ci furono 49 morti italiani e 19 papalini. Chi dunque pensa la Breccia di Porta Pia una marcia felice sappia che ha in mente un’immagine falsa. Come falsa è l’ormai celebre fotografia – presente in tutti i sussidiari delle elementari - che immortala i bersaglieri col fucile spianato intenti ad entrare a Roma. Fu scattata il giorno dopo, il 21 settembre, coi bersaglieri in posa propagandistica.
Beninteso: con queste rapide e per forza di cose imprecise incursioni storiche, non si ha certo la pretesa né tanto meno l’intenzione di infangare l’Italia. Tuttavia, se si considerano gli episodi sopra richiamati, forse si capiscono meglio le ragioni che stanno alla base di quella che è ancora l’odierna difficoltà, per gli italiani, di sentirsi nazione. L’Unità d’Italia non fu voluta dal popolo. Ed è quindi difficile, anche se sono passati già 150 anni, pretendere per la nostra Penisola un comune sentire equivalente a quello di popoli uniti da un percorso storico molto più grande e meno tormentato.
Bibliografia: Di Fiore, "Controstoria dell'Unità d'Italia", Rizzoli 2007; Fazio - Frescaroli - Totterie - Salvi, "I Grandi enigmi dell'Unità d'Italia", Edizioni di Crémille, 1969; Viglione, "La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento", Piemme, 2000; Martucci, "L'invenzione dell'Italia Unita", Sansoni 1999; Pellicciari "L'Altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata", Piemme 2004.